Eh, ma “elaborare giusto” è già una trappola elegante

Secondo me è più utile distinguere
che tipo di elaborazione stai facendo.
Perché non tutto quello che chiamiamo elaborazione lo è davvero.
C’è la ruminazione: il pensiero che gira in tondo e alla fine ti lascia solo più confusione e stanchezza.
C’è l’intellettualizzazione: quando capisci tutto bene con la testa, ma resti un po’ scollegato da quello che senti davvero.
C’è la giustificazione di sé e la proiezione sugli altri: due modi per tenere tutto coerente fuori, senza muovere davvero qualcosa dentro.
Poi c’è quella che funziona: quando le cose si integrano.
E quando l’integrazione funziona lo senti anche nel corpo: meno tensione, meno nodo allo stomaco, più respiro. Le cose ti toccano ancora, ma non ti irrigidiscono subito. Tra quello che succede e quello che fai si crea spazio.
E poi c’è il caso in cui non si elabora davvero.
Non è tanto un rifiuto o una negazione. È più un “non attraversamento”: la cosa succede, magari la capisci anche, ma non arriva a trasformarti davvero. Rimane lì, senza diventare esperienza integrata.
E quando questo succede nel tempo, si nota una cosa abbastanza semplice: si tende a restare sempre uguali a se stessi.
Le situazioni cambiano, ma il modo di viverle resta lo stesso.
Alla fine, secondo me, la domanda non è “sto facendo bene?”, ma: dopo tutto questo pensare, mi muovo meglio nella mia vita o resto ferma nello stesso punto, solo con parole più sofisticate (o con una corazza meglio costruita)?