ciao a tutti
mi scuso subito ma NON sarò breve perché la storia è lunga e non voglio tralasciare nulla. Se vi annoiate saltate pure dei pezzi a caso, tanto in fondo le storie di tradimento sono tutte tristemente uguali....
Sono approdato su questo forum nel 2002 (o forse era quello vecchio, non so) per raccontare la mia storia e oggi torno perché, purtroppo, nonostante siano passati quasi 8 anni le cose stanno precipitando di nuovo.
Io e mia moglie ci siamo conosciuti a 17 anni, nel 1986. Lei per me è stata la prima e quindi unica donna, mentre lei aveva avuto altre storie prima. Abbiamo cominciato a convivere nel 94 circa e nel 97 ci siamo sposati. Nel '98 lei aveva 30 anni e affrontò una crisi dovuta a qualche fattore esterno, il nuovo lavoro particolarmente difficile e poco gratificante, e interno, il tempo che passa, la vita che cambia o forse che è sempre la stessa dopo 11 anni insieme, non so.
Non lo so perché quella crisi se l'è vissuta tutta da sola. Io ricordo solo che ci furono momenti di tensione e momenti in cui mi chiedeva di andare via, o in cui piangeva e basta. Oggi ripensandoci provo un profondo senso di colpa per non averla sbattuta (metaforicamente) contro un muro e averla costretta a dirmi cosa non andava, a chiederle se potevo aiutarla, a farle sentire che c'ero ed ero li con lei. La verità è che ci provai "il giusto", almeno per un rapporto già rodato come il nostro. Quindi provai sì a chiedere cosa non andava, ma dato che le risposte furono sempre molto vaghe ("niente", "è stato un momento così", "giornata di m.... al lavoro", e così via) alla fine mi dissi, beh passerà. Se mi metto tranquillo e aspetto passa e tutto torna come prima.
In effetti quel periodo passò un anno dopo ('99) quando lei cambiò di nuovo lavoro per uno molto più interessante. Però mentre era in trattativa per il nuovo posto scoprì di essere in cinta. Io avevo sempre voluto avere figli e la notizia mi fece molto piacere. Ma la sua reazione fu categorica: in quel momento era impensabile tenerlo. Io tra l'altro lavoravo per una piccola società che faceva fatica a pagare gli stipendi a fine mese e se lei fosse rimasta a casa sarebbe stato oggettivamente un problema per noi. Figurarsi con un figlio, poi.
Ne discutemmo molto e alla fine anche io accettai il fatto che non era il momento giusto, pur soffrendone. Non solo per le difficoltà oggettive ma anche perché lei non lo voleva con tutte le sue forze e non trovavo giusto fare un figlio che volevo solo io e farmi poi rinfacciare di aver forzato unilateralmente una decisione così di impatto sulle vite di entrambi.
Nel 2001 le cose andavano meglio ma io scoprii per caso una sua lettera ad un signor sconosciuto. Era abbastanza chiara, parlava di mancanza, di affetto, di ricordi e di momenti belli. Io la affrontai e le chiesi spiegazioni. Mi parlò di un amico conosciuto in rete con cui si era trovata particolarmente in sintonia nel '98 durante la crisi e che l'aveva aiutata ad uscirne. Che si erano voluti bene ma che la cosa era stata platonica, solo di mail, e che poi era finita lì. E che, ovviamente, non me l'aveva detto per non farmi del male. Io accettai quella spiegazione perché... perché probabilmente era ciò che volevo sentire. Più semplicemente perché lei riuscì a convincermi. Avevo ancora molta fiducia in lei.
Il 2002 iniziò come un anno splendido per il nostro rapporto. Si sentiva di nuovo elettricità nell'aria e avevamo anche deciso finalmente di avere un figlio. Però io avevo un piccolo tarlo che mi girava e rigirava in testa, riguardo al fantomatico amico di mail. Sapendo che niente lascia più tracce di una relazione "in rete" cominciai a curiosare.
E così scoprii che nel '98 lei aveva avuta una relazione intensa, fatta di sentimenti e tutt'altro che platonica con mister mail. Che aveva deciso di lasciarmi e poi ci aveva ripensato e aveva lasciato lui. E scoprii che però avevano continuato a tenersi in contatto e si scrivevano ancora nel 2002. Dalle mail (sì mi ero messo a leggere la loro posta...) si capiva che non si erano più rivisti e che la relazione adesso era veramente platonica, ma non priva di un forte legame.
E scoprii anche che chiusa la storia con l'amico di mail, nel 2001 si era riaccesa la passione con un suo ex. Ma anche quella era ormai storia chiusa. Quindi due tradimenti al prezzo di uno
A quel punto la affrontai di nuovo, un po' meno aperto a facili spiegazioni, ma la sua reazione mi lasciò interdetto. Mi aspettavo che si scusasse e che fosse contenta finalmente di liberarsi e condividere quei segreti con me (vi ricordo che in quel momento le cose tra noi andavano particolarmente bene)
Invece inizialmente fu di una passività assoluta. Stava li, senza spiegare, ascoltava le mie urla e le mie richieste di spiegazioni limitandosi a dire che la storia del '98 era finita da tre anni e che era inutile ritornarci sopra. Mi guardava piangere e disperarmi con un atteggiamento distaccato e quasi analitico, come se io fossi strano perché me la prendevo per qualcosa di morto e sepolto. Ma dopo le mie continue insistenze per capire, passò al contrattacco dicendomi che la colpa di tutto era mia,
- la sua crisi di allora era colpa mia, della mia incapacità di darle quello che voleva (domanda "ma tu cosa volevi?" risposta "non lo so ero confusa")
- il fatto che non fosse riuscita a dirmi realmente cosa stava passando era colpa mia, perchè non ero disponibile al dialogo
- il fatto di cercare altrove era colpa mia perché lei si era stufata di tirare da sola il carretto emotivo (ed economico) del nostro rapporto
- la trasformazione di dolore/crescita a cui era stata costretta era quindi colpa mia. Lei era arrivata sul punto di lasciarmi (l'altro era solo una scusa per andarsene) ma poi aveva fatto uno sforzo e aveva deciso di salvarci e restare "accontentandosi" di prendere da me quello che ero in grado di darle e arrangiandosi per il resto.
- Da qui il secondo caso quello del 2001, dovuto al fatto che lei viveva col nuovo regime di "autosufficienza emotiva" (e comunque "lei e il suo ex sono anime gemelle e io non posso capire...")
Dopo un mese di discussioni e pianti e di continui tentativi di cercare di saperne di più lei cominciò a dare segni di fastidio per il mio continuo ribadire le stesse cose, per il mio "ficcanasare" in giro. Mi disse "decidi tu cosa vuoi fare. Resta o vai, ma decidi. Io la mia scelta l'ho fatta allora e se te ne andrai io mi dispererò e piangerò, ma è una tua decisione". Scaricando così su di me tutta la responsabilità della scelta e delle conseguenze.
E così io presi una "non decisione". Le dissi che sarei rimasto ma che non l'avrei mai perdonata. Mi rendo conto ora che una parte di me voleva elaborare quella situazione e poi lasciarsela alle spalle e costruire una nuova vita felice insieme, ma che l'altra parte aveva invece un sacco di rancore inespresso e non voleva chiuderla affatto. Ma la prima parte fù più forte, forse perché il dolore in quel momento era cosi tanto che ne volevo scappare prima possibile a tutti i costi. Così ho confidato nella soluzione della "polvere sotto il tappeto". E poi allora sentivo un gran senso di colpa per tutte le accuse che mi aveva rivolto e che sentivo in effetti come colpe mie.
Oggi, come allora, penso che niente giustifichi il tradimento (poteva benissimo decidere di lasciarmi e ripensarci o meno senza andare con un altro), ma quando sai di aver comunque sbagliato anche tu, tanto o poco, è difficile puntare il dito sugli altri, con decisione e fermezza intendo. Il dito trema un po' e quando ti trovi in bilico tra distruggere una relazione di 15 anni (in quel momento bellissima), tra perdere una persona che nonostante tutto ami immensamente, e la necessità di non farti calpestare l'anima non è facile scegliere. Non c'è lucidità. E scegli la soluzione che sembra più facile....
E se fosse stato solo per lei la scelta sarebbe stata quella giusta. Adesso abbiamo 40 anni. Quei due episodi si sono rivelati essere effettivamente contingenti e da allora il nostro rapporto è stato fantastico in certi momenti, "solo" bello in altri. Nel 2004 abbiamo avuto la prima figlia e nel 2008 un bimbo.
Io ho cambiato lavoro due volte (contribuendo a migliorare la nostra situazione economica) e ho spostato l'ago di quella bilancia che misura lo spazio che si lascia all'altro, verso valori più "restrittivi" ma non troppo. Abbastanza perché lei sentisse quella maggiore attenzione che in fondo cercava.
Tutto bene quindi?
No...
I continui cambiamenti, figli e lavoro, non hanno fatto altro che distogliere la mia attenzione da ciò che avevo dentro. E oggi che figli e lavoro stanno diventando meno impegnativi e cominciano a lasciarmi più tempo per pensare, pian piano è riemerso un enorme disagio per come le cose si erano (non) concluse.
La sensazione che lei sia cresciuta (da sola) grazie a quelle esperienze, mentre io non le ho affatto sfruttate per crescere perché non le ho risolte. La sensazione che quello che abbiamo oggi sia costruito sulle mie macerie. L'umiliazione di sapere che questo rapporto si sia basato sul concetto di "accontentarsi" da parte sua. E che quindi un giorno potrebbe non accontentarsi più.
Mi sono ritrovato di nuovo a fare notti insonni come questa a pensare a cosa avrei potuto o dovuto fare. Di nuovo con gli stessi pensieri di lei insieme a loro. A chiedermi quando succederà di nuovo. Ancora a farmi le stesse domande del come e del quando fino a chiedermi se la sua fermezza nel non volere quel figlio nel '99, per la rinuncia del quale io avevo sofferto, non fosse dovuta al fatto che non era mio. A chiedermi a come abbia potuto farmi così male e volermi bene allo stesso tempo.
L'atra sera andando a casa in macchina ho preso, volutamente, una strada sbagliata e ho girato per un'ora buona piangendo come un bambino. Pensando che ho sbagliato a pensare di cancellare tutto così in fretta. E soprattutto che sono stato un pazzo a fare dei figli con una simile bomba ad orologeria nel cuore e anche se ora non posso pensare la mia vita senza di loro, sento che la scelta giusta sarebbe stato andarmene via allora quando ero ancora in tempo. Quando l'odio che provavo per lei in quel momento mi avrebbe aiutato a dimenticare l'amore, mentre adesso la amo più di prima.
La ragione mi dice che l'unica soluzione a questo punto è di trovare una strada costruttiva e non distruttiva e la sto cercando con tutte le mie forze. Ma se dopo 8 anni sono ancora qui a provare le stesse maledette sensazioni di impotenza e di rancore, non riesco a sperare per il meglio.
So anche che questa strada dovremmo cercarla insieme, ma come spiegarle cosa sento dopo 8 anni (più di 10 dal suo tradimento) se lei non ha voluto capirlo dopo 3?
Grazie in anticipo per le vostre opinioni (e scusate il fiume di parole).
Brady
mi scuso subito ma NON sarò breve perché la storia è lunga e non voglio tralasciare nulla. Se vi annoiate saltate pure dei pezzi a caso, tanto in fondo le storie di tradimento sono tutte tristemente uguali....
Sono approdato su questo forum nel 2002 (o forse era quello vecchio, non so) per raccontare la mia storia e oggi torno perché, purtroppo, nonostante siano passati quasi 8 anni le cose stanno precipitando di nuovo.
Io e mia moglie ci siamo conosciuti a 17 anni, nel 1986. Lei per me è stata la prima e quindi unica donna, mentre lei aveva avuto altre storie prima. Abbiamo cominciato a convivere nel 94 circa e nel 97 ci siamo sposati. Nel '98 lei aveva 30 anni e affrontò una crisi dovuta a qualche fattore esterno, il nuovo lavoro particolarmente difficile e poco gratificante, e interno, il tempo che passa, la vita che cambia o forse che è sempre la stessa dopo 11 anni insieme, non so.
Non lo so perché quella crisi se l'è vissuta tutta da sola. Io ricordo solo che ci furono momenti di tensione e momenti in cui mi chiedeva di andare via, o in cui piangeva e basta. Oggi ripensandoci provo un profondo senso di colpa per non averla sbattuta (metaforicamente) contro un muro e averla costretta a dirmi cosa non andava, a chiederle se potevo aiutarla, a farle sentire che c'ero ed ero li con lei. La verità è che ci provai "il giusto", almeno per un rapporto già rodato come il nostro. Quindi provai sì a chiedere cosa non andava, ma dato che le risposte furono sempre molto vaghe ("niente", "è stato un momento così", "giornata di m.... al lavoro", e così via) alla fine mi dissi, beh passerà. Se mi metto tranquillo e aspetto passa e tutto torna come prima.
In effetti quel periodo passò un anno dopo ('99) quando lei cambiò di nuovo lavoro per uno molto più interessante. Però mentre era in trattativa per il nuovo posto scoprì di essere in cinta. Io avevo sempre voluto avere figli e la notizia mi fece molto piacere. Ma la sua reazione fu categorica: in quel momento era impensabile tenerlo. Io tra l'altro lavoravo per una piccola società che faceva fatica a pagare gli stipendi a fine mese e se lei fosse rimasta a casa sarebbe stato oggettivamente un problema per noi. Figurarsi con un figlio, poi.
Ne discutemmo molto e alla fine anche io accettai il fatto che non era il momento giusto, pur soffrendone. Non solo per le difficoltà oggettive ma anche perché lei non lo voleva con tutte le sue forze e non trovavo giusto fare un figlio che volevo solo io e farmi poi rinfacciare di aver forzato unilateralmente una decisione così di impatto sulle vite di entrambi.
Nel 2001 le cose andavano meglio ma io scoprii per caso una sua lettera ad un signor sconosciuto. Era abbastanza chiara, parlava di mancanza, di affetto, di ricordi e di momenti belli. Io la affrontai e le chiesi spiegazioni. Mi parlò di un amico conosciuto in rete con cui si era trovata particolarmente in sintonia nel '98 durante la crisi e che l'aveva aiutata ad uscirne. Che si erano voluti bene ma che la cosa era stata platonica, solo di mail, e che poi era finita lì. E che, ovviamente, non me l'aveva detto per non farmi del male. Io accettai quella spiegazione perché... perché probabilmente era ciò che volevo sentire. Più semplicemente perché lei riuscì a convincermi. Avevo ancora molta fiducia in lei.
Il 2002 iniziò come un anno splendido per il nostro rapporto. Si sentiva di nuovo elettricità nell'aria e avevamo anche deciso finalmente di avere un figlio. Però io avevo un piccolo tarlo che mi girava e rigirava in testa, riguardo al fantomatico amico di mail. Sapendo che niente lascia più tracce di una relazione "in rete" cominciai a curiosare.
E così scoprii che nel '98 lei aveva avuta una relazione intensa, fatta di sentimenti e tutt'altro che platonica con mister mail. Che aveva deciso di lasciarmi e poi ci aveva ripensato e aveva lasciato lui. E scoprii che però avevano continuato a tenersi in contatto e si scrivevano ancora nel 2002. Dalle mail (sì mi ero messo a leggere la loro posta...) si capiva che non si erano più rivisti e che la relazione adesso era veramente platonica, ma non priva di un forte legame.
E scoprii anche che chiusa la storia con l'amico di mail, nel 2001 si era riaccesa la passione con un suo ex. Ma anche quella era ormai storia chiusa. Quindi due tradimenti al prezzo di uno
A quel punto la affrontai di nuovo, un po' meno aperto a facili spiegazioni, ma la sua reazione mi lasciò interdetto. Mi aspettavo che si scusasse e che fosse contenta finalmente di liberarsi e condividere quei segreti con me (vi ricordo che in quel momento le cose tra noi andavano particolarmente bene)
Invece inizialmente fu di una passività assoluta. Stava li, senza spiegare, ascoltava le mie urla e le mie richieste di spiegazioni limitandosi a dire che la storia del '98 era finita da tre anni e che era inutile ritornarci sopra. Mi guardava piangere e disperarmi con un atteggiamento distaccato e quasi analitico, come se io fossi strano perché me la prendevo per qualcosa di morto e sepolto. Ma dopo le mie continue insistenze per capire, passò al contrattacco dicendomi che la colpa di tutto era mia,
- la sua crisi di allora era colpa mia, della mia incapacità di darle quello che voleva (domanda "ma tu cosa volevi?" risposta "non lo so ero confusa")
- il fatto che non fosse riuscita a dirmi realmente cosa stava passando era colpa mia, perchè non ero disponibile al dialogo
- il fatto di cercare altrove era colpa mia perché lei si era stufata di tirare da sola il carretto emotivo (ed economico) del nostro rapporto
- la trasformazione di dolore/crescita a cui era stata costretta era quindi colpa mia. Lei era arrivata sul punto di lasciarmi (l'altro era solo una scusa per andarsene) ma poi aveva fatto uno sforzo e aveva deciso di salvarci e restare "accontentandosi" di prendere da me quello che ero in grado di darle e arrangiandosi per il resto.
- Da qui il secondo caso quello del 2001, dovuto al fatto che lei viveva col nuovo regime di "autosufficienza emotiva" (e comunque "lei e il suo ex sono anime gemelle e io non posso capire...")
Dopo un mese di discussioni e pianti e di continui tentativi di cercare di saperne di più lei cominciò a dare segni di fastidio per il mio continuo ribadire le stesse cose, per il mio "ficcanasare" in giro. Mi disse "decidi tu cosa vuoi fare. Resta o vai, ma decidi. Io la mia scelta l'ho fatta allora e se te ne andrai io mi dispererò e piangerò, ma è una tua decisione". Scaricando così su di me tutta la responsabilità della scelta e delle conseguenze.
E così io presi una "non decisione". Le dissi che sarei rimasto ma che non l'avrei mai perdonata. Mi rendo conto ora che una parte di me voleva elaborare quella situazione e poi lasciarsela alle spalle e costruire una nuova vita felice insieme, ma che l'altra parte aveva invece un sacco di rancore inespresso e non voleva chiuderla affatto. Ma la prima parte fù più forte, forse perché il dolore in quel momento era cosi tanto che ne volevo scappare prima possibile a tutti i costi. Così ho confidato nella soluzione della "polvere sotto il tappeto". E poi allora sentivo un gran senso di colpa per tutte le accuse che mi aveva rivolto e che sentivo in effetti come colpe mie.
Oggi, come allora, penso che niente giustifichi il tradimento (poteva benissimo decidere di lasciarmi e ripensarci o meno senza andare con un altro), ma quando sai di aver comunque sbagliato anche tu, tanto o poco, è difficile puntare il dito sugli altri, con decisione e fermezza intendo. Il dito trema un po' e quando ti trovi in bilico tra distruggere una relazione di 15 anni (in quel momento bellissima), tra perdere una persona che nonostante tutto ami immensamente, e la necessità di non farti calpestare l'anima non è facile scegliere. Non c'è lucidità. E scegli la soluzione che sembra più facile....
E se fosse stato solo per lei la scelta sarebbe stata quella giusta. Adesso abbiamo 40 anni. Quei due episodi si sono rivelati essere effettivamente contingenti e da allora il nostro rapporto è stato fantastico in certi momenti, "solo" bello in altri. Nel 2004 abbiamo avuto la prima figlia e nel 2008 un bimbo.
Io ho cambiato lavoro due volte (contribuendo a migliorare la nostra situazione economica) e ho spostato l'ago di quella bilancia che misura lo spazio che si lascia all'altro, verso valori più "restrittivi" ma non troppo. Abbastanza perché lei sentisse quella maggiore attenzione che in fondo cercava.
Tutto bene quindi?
No...
I continui cambiamenti, figli e lavoro, non hanno fatto altro che distogliere la mia attenzione da ciò che avevo dentro. E oggi che figli e lavoro stanno diventando meno impegnativi e cominciano a lasciarmi più tempo per pensare, pian piano è riemerso un enorme disagio per come le cose si erano (non) concluse.
La sensazione che lei sia cresciuta (da sola) grazie a quelle esperienze, mentre io non le ho affatto sfruttate per crescere perché non le ho risolte. La sensazione che quello che abbiamo oggi sia costruito sulle mie macerie. L'umiliazione di sapere che questo rapporto si sia basato sul concetto di "accontentarsi" da parte sua. E che quindi un giorno potrebbe non accontentarsi più.
Mi sono ritrovato di nuovo a fare notti insonni come questa a pensare a cosa avrei potuto o dovuto fare. Di nuovo con gli stessi pensieri di lei insieme a loro. A chiedermi quando succederà di nuovo. Ancora a farmi le stesse domande del come e del quando fino a chiedermi se la sua fermezza nel non volere quel figlio nel '99, per la rinuncia del quale io avevo sofferto, non fosse dovuta al fatto che non era mio. A chiedermi a come abbia potuto farmi così male e volermi bene allo stesso tempo.
L'atra sera andando a casa in macchina ho preso, volutamente, una strada sbagliata e ho girato per un'ora buona piangendo come un bambino. Pensando che ho sbagliato a pensare di cancellare tutto così in fretta. E soprattutto che sono stato un pazzo a fare dei figli con una simile bomba ad orologeria nel cuore e anche se ora non posso pensare la mia vita senza di loro, sento che la scelta giusta sarebbe stato andarmene via allora quando ero ancora in tempo. Quando l'odio che provavo per lei in quel momento mi avrebbe aiutato a dimenticare l'amore, mentre adesso la amo più di prima.
La ragione mi dice che l'unica soluzione a questo punto è di trovare una strada costruttiva e non distruttiva e la sto cercando con tutte le mie forze. Ma se dopo 8 anni sono ancora qui a provare le stesse maledette sensazioni di impotenza e di rancore, non riesco a sperare per il meglio.
So anche che questa strada dovremmo cercarla insieme, ma come spiegarle cosa sento dopo 8 anni (più di 10 dal suo tradimento) se lei non ha voluto capirlo dopo 3?
Grazie in anticipo per le vostre opinioni (e scusate il fiume di parole).
Brady