Riepilogando:
Ho vissuto una situazione di un certo tipo per anni, mosso da false convinzioni che non mi hanno permesso di vedere l'insufficienza del mio comportamento di fronte ai fatti. Il tradimento mi ha portato, in un frangente in cui le mie forse erano già agli sgoccioli, ad una crisi profondissima di fronte alla quale sono rimasto faticosamente a galla solo grazie ai miei sforzi tesi principalmente a mantenere alta l'attenzione sui veri valori in gioco laddove naturali istinti mi avrebbero portato ad azioni di cui oggi sarei seriamente pentito.
Il fulcro della questione è stato il pressoché totale isolamento di mia moglie, con la quale ho comunque tentato di instaurare un contatto, purtroppo riuscendoci solo in piccola parte. Sono convinto che di fronte ad una crisi interpersonale sia essenziale trovare uno specchio il più chiaro possibile delle necessità di ognuno al fine di poter delineare un'azione che salvi in qualche modo capra e cavoli, ritenendo io che di peculiarità caratteriali ed errori ognuno abbia il proprio fardello.
Se questa "trattativa" si svolge tra persone pur diverse ma egualmente disposte alla comunicazione, la cosa si risolve in breve, nel bene o nel male, ma se una delle parti, per motivi suoi non riesce o non vuole mettersi in discussione (e qui subentrano certo gli egoismi, ma prevalentemente le paure), l'altra parte, se se la sente, può, e forse deve comunque tentare di trovare una soluzione. Non accetterò mai di incrociare le braccia solo sulla base di un "ma l'altro non fa nulla": io faccio la mia parte.
Ritengo che la parte di una persona che ha per sua espressa volontà, non per caso, creato una struttura sociale (famiglia), si assuma come prima cosa delle responsabilità. Ciò, si intenda, lo ritengo valido anche per i rapporti personali meno importanti del matrimonio. Se io mi metto in contatto con altre persone assumo dei doveri nei loro confronti, fosse anche solo quello del rispetto.
Ecco che io quindi, pur pesantemente sballottato dagli alti e bassi umorali, dalla confusione, dalla debolezza, la paura, l'orgoglio, la presunzione, l'istinto maschile, l'illusione, le decisoni irrevocabili che durano poche ore, il desiderio sessuale, la curiosità, l'egoismo, la disperazione, il senso del dovere, la voglia di fuggire, mi sono tenuto costantemente concentrato su una considerazione: non posso lasciare che le cose mi accadano addosso senza che io ne abbia un minimo di controllo. Le mie debolezze sono solo debolezze, non mi posso permettere, di fronte alla mia coscienza, di trasformarle in diritto.
Ho portato mia moglie a parlarmi del suo amante già agli inizi della questione. L'ho fatto, allora, perchè già consapevole del limite al quale era arrivato il nostro rapporto ritenevo, sulla base di una forza che allora credevo sufficiente, che sarebbe stato giusto da parte mia offrirle aiuto. La nostra a me appariva già una storia finita, ritenevo idiota che per mera possessività o "rispetto di regole" lei dovesse rinunciare ad un sentimento che mi diceva forte.
Purtroppo la mia forza era meno di quella necessaria, e sono scoppiato, sprofondando in atteggiamenti estremamente contrastanti, creandole, anzichè tranquillità, unteriore sensi di colpa ed estrema confusione, preoccupazione per me ed ulteriore perdita di fiducia in sè stessa. Non sono riuscito ad evitare i rinfacciamenti sulla base di quello che mi aveva detto fidandosi della forza che parevo mostrare. Sono stato spesso tagliente e cattivo, e lei si è comprensibilmente chiusa di nuovo.
Io oggi sono sinceramente dispiaciuto di averle impedito con la mia crisi di mettere serenamente alla prova il rapporto con questa persona, cosa già resa difficile dalla distanza.
In questi quasi due anni ho quindi provato di tutto, ed in ultimo sono riuscito a trovare la relativa serenità che mi ha permesso di tornare sui miei antichi propositi: ammettere la fine del nostro rapporto come "coppia" e tentare di mantenere in giusta forza il rapporto di amicizia ed affetto che in definitiva ci lega ancora con forza.
Ho fatto tutto da solo, in questo tempo: lei non si è mostrata capace di dare alcun contributo, se non tentativi impacciati ed a volte dannosi, e davanti ai miei occhi di osservatore diretto, questo appare come una fondamentale debolezza sua. Volendole bene, e riconoscendo in molti particolari delle nostre giornate la sincerità, pur semplice, quasi "grezza" del suo affetto per me, non posso, consapevole di un residuo di forze che mi sostiene, abbandonare tutto ora.
Quando riesco la faccio parlare, e lei, estremamente restia perchè memore del passato, l'altra sera mi ha permesso comunque di capire che il sentimento per l'altro era davvero forte, tanto che ne soffre ancora (c'è modo e modo di piangere) che quello per me è ancora più forte, ma basato su una visione quasi "eroica" (e quindi falsata) della mia figura e sulla paura delle conseguenze di un distacco.
Io non sono un eroe, ma ho una coscienza ed un residuo di forze, lei è palesemente una persona infantile ed a suo modo sprovveduta, anche se forte e capace in molte cose. Mi sentirei davvero una merda d'uomo se abbandonassi la partita. Qualsiasi essa sia: tanto che preveda un improbabile ricongiungimento, quanto un, si spera, maturo dividere i sentieri.
Ieri ero incazzato con me stesso perchè lasciandomi andare ad una cazzata ho messo io stesso in discussione le cose che stavo a fatica sostenendo.