Una necessità di scavare anche in chi si apre spontaneamente alla condivisione. Quasi come a non credere che è tutto lì e che io basto. (Bastare non so se è il termine corretto. Ci devo pensare. Forse il termine giusto è scelta).
La sensazione è quella di capire ma non sentire che l altro c è..
Mi ha colpito quello che scrivi, soprattutto il primo grassetto.
Mi ha fatto pensare a un piccolo paradosso della comunicazione. A volte, nel tentativo di capire se l'altro ci vuole bene, se ci sceglie davvero o se c'è realmente,
stiamo usando il linguaggio per ottenere una prova di qualcosa che il linguaggio non può fornire in forma "pura", senza alterare ciò che sta misurando.
I sentimenti, infatti, non sono direttamente osservabili: li conosciamo attraverso la continuità dei comportamenti, dei gesti e della presenza nel tempo. Quando però chiediamo una conferma esplicita ("Mi vuoi bene?", "Ci sei davvero?", "Mi scegli?"), trasformiamo quella manifestazione spontanea in una risposta sotto verifica.
E qui nasce il paradosso: la domanda cerca una prova, ma proprio il fatto di chiederla rende quella prova meno convincente.
È un'idea che richiama molto Paul Watzlawick: nella comunicazione il modo in cui definiamo una relazione entra a far parte della relazione stessa. Per questo una richiesta di conferma non si limita a raccogliere un'informazione, ma modifica anche il contesto in cui quella risposta viene prodotta e interpretata.
Se l'altro risponde "sì", può sempre insinuarsi il dubbio: lo dice perché lo sente davvero o perché gliel'ho chiesto, perché vuole rassicurarmi o teme di ferirmi? Se risponde "no", ovviamente la relazione viene negata. Così anche un "sì" perfettamente sincero perde, ai nostri occhi, parte del suo valore di conferma, non perché sia falso, ma perché la richiesta stessa introduce il sospetto che la risposta sia influenzata dalla situazione.
È quasi un problema epistemico:
il tentativo di ottenere una prova modifica le condizioni in cui quella prova viene prodotta. Si cerca una certezza, ma il modo stesso in cui la si cerca impedisce che quella certezza possa presentarsi come una prova definitiva.
Ed è qui che la tua frase finale, il secondo grassetto, mi sembra particolarmente significativa.
Forse perché, quando la relazione viene continuamente sottoposta a verifica, l'attenzione si sposta dall'esperienza alla dimostrazione.
Razionalmente posso capire tutto quello che l'altro mi dice e riconoscere la coerenza dei suoi comportamenti, ma emotivamente continuo a cercare una prova definitiva che, per sua natura, non può esistere.
La presenza dell'altro non è qualcosa che si dimostra una volta per tutte: è qualcosa che si riconosce e si sperimenta nel tempo.
Paradossalmente, più cerchiamo di trasformare quella presenza in una certezza dimostrabile attraverso le parole, più rischiamo di perdere il contatto con il modo in cui quella presenza si manifesta davvero.
È che così ti incastri da sola: diventa quasi una
"tentata soluzione", per usare un'espressione di Watzlawick. Il problema viene mantenuto proprio dalla soluzione che si continua ad applicare.
"Se riuscissi ad avere una conferma più forte, finalmente sentirei che l'altro c'è." Ma se ogni conferma viene poi svalutata perché richiesta, non esisterà mai una conferma sufficiente.
È interessante anche da un punto di vista psicologico. Si sposta il criterio di verità: invece di affidarsi all'esperienza complessiva della relazione — i comportamenti, la continuità, la scelta nel tempo — si cerca una certezza assoluta attraverso una dichiarazione, delle prove.
Ma quella certezza assoluta, per la natura stessa delle relazioni umane, non è ottenibile. Anche se oggi avessi una prova perfetta della sincerità dell'altro, quella prova non potrebbe garantire il domani. Le relazioni sono processi, non stati permanenti: nessuna dichiarazione può eliminare l'incertezza che accompagna il tempo.
Forse il punto è proprio questo: la fiducia non nasce dall'eliminazione dell'incertezza, ma dalla capacità di tollerarla. Se l'obiettivo diventa cancellare ogni dubbio attraverso continue verifiche, ogni risposta sarà inevitabilmente insufficiente e il bisogno di conferme finirà per autoalimentarsi.
La ricerca continua di prove sposta progressivamente il baricentro dal vivere la relazione all'analizzarla. L'attenzione diventa sempre più cognitiva e sempre meno esperienziale.
Ed è proprio questo, secondo me, uno degli elementi che finisce per narcotizzare il sentire.