Il perdono non può mai essere una risposta immediata al tradimento. Esige tempo, come ogni lavoro del lutto. Non esiste lutto rapido o lutto facile, come non esiste perdono reattivo. In questo consiste l’atrocità del suo lavoro: ci vuole tempo. Inoltre, il lavoro del perdono, come quello del lutto, non cancella il trauma della perdita, non può dimenticarlo ma solo provare a rielaborarlo simbolicamente. Perdonare non significa, infatti, dimenticare; non si perdona perché si dimentica, ma si può dimenticare solo se si perdona. Esiste una sola condizione affinché il lavoro del perdono possa giungere a compimento: si tratta di accogliere l’imperfezione dell’Altro come una figura della mia stessa imperfezione. Si può perdonare per amore ma si può anche, con la stessa dignità, non riuscire a perdonare per amore. L’imperdonabile con cui il trauma del tradimento ci confronta non è nel tradimento del corpo, ma nel tradimento del patto e della parola che il tradimento del corpo comporta. Un amore può sempre finire; ma il tradimento non implica necessariamente la fine di un amore. Al contrario, chi tradisce e vive con angoscia il suo atto è perché vorrebbe continuare a restare nell’amore; chi tradisce, molto spesso, ama colui che tradisce. Per questa ragione il dramma del tradimento può coinvolgere anche chi ha tradito se egli è ancora nell’amore. E perdonare se stessi è forse ancora più difficile che perdonare l’Altro.
Massimo Recalcati, "Mantieni il bacio. Lezioni brevi sull'amore", Feltrinelli, Milano 2019.