la sensazione di avere cercato di essere abbastanza per qualcuno e non riuscirci mi lascia un senso di vuoto.
Sì, però attenzione a non farci il santuario sopra.
Macerare nel rimpianto è una strategia pessima. Ti sembra profondità, spesso è solo immobilità con le luci basse. “Non sono stato abbastanza” è una frase che pare nobile, ma dentro ci sta una trappola: ti fa credere che esista una misura unica, oggettiva, definitiva, per amare ed essere amati. Come se ci fosse un esame, un voto, una commissione, e tu fossi stato bocciato.
Non funziona così.
Nei sentimenti abbiamo tutti una supponenza strana. Pensiamo di sapere già come si ama, come si resta, come si desidera, come ci si fa scegliere. Invece si impara tutto.
Uno dei passaggi più belli del mio libro preferito dice più o meno che le persone sono gli scalpelli con cui il destino ci scolpisce. Si rompono, si consumano, fanno male, lasciano segni. Ma la statua viene fuori così. Non con le carezze sul marmo.
Anche tu non sei il blocco perfetto e squadrato che eri da piccolo. Sei pieno di urti, scheggiature, tentativi andati male, amori capiti tardi e persone che non hanno saputo tenerti in mano senza farti cadere.
Va bene così.
Il punto non è essere abbastanza per chiunque. È diventare abbastanza lucido da capire per chi vale la pena lavorarsi ancora.
Sarà per questo che mi fido poco delle donne senza qualche storia importante alle spalle. Se non hanno mai sbattuto contro qualcosa, se non hanno mai perso pezzi, se non hanno mai capito cosa fanno quando amano e quando scappano, sono pericolose. Non per cattiveria.
Per inesperienza travestita da purezza.
E quelli che non hanno capito un cazzo, in amore, fanno
danni.