Come vivreste questa situazione:
figlio o figlia laureato con 110 e lode indirizzo sanitario.
una volta ottenuta la laurea con tanto di abilitazione ad esercitare, pianta lì tutto e si ritira in seminario, obiettivo prendere i voti ed andare in missione nei paesi cosiddetti in via di sviluppo.
sta capitando al figlio di un mio conoscente che mi racconta delle tensioni che si stanno sviluppando in casa per via della delusione ricevuta da loro genitori.
dal fuori viene facile dire e dirgli che l’importante è che la sua strada lo renda felice.
ma dal dentro? Come la vivreste?
Mancano ancora parecchi anni, ma mi immedesimo.
Premesso che faccio fatica a pensare che certe decisioni si prendano dalla sera alla mattina senza avvisaglie che indichino un cambiamento, dei dubbi, delle predisposizioni, e quindi immagino una gradualità che non dovrebbe essere sfuggita ad un genitore attento.
E in una gradualità fatta di piccoli passi ci si può stare vicino influenzandosi (immagino), ma soprattutto capendosi a vicenda.
Contesto: io sono agnostica e decisamente scettica - per usare parole gentili - verso le religioni organizzate. Tuttavia credo nel libero arbitrio e non impongo ai miei figli la mia visione (non hanno sacramenti, né sono "iniziati" a nessuna religione), mi preme che abbiano la possibilità di conoscere il mondo e gli strumenti per ragionare e poter fare delle scelte consapevoli.
Se mio figlio sentisse/si avvicinasse a questo genere di vocazione sarei prima di tutto stupita.
Impulsivamente proverei delusione e dispiacere per un cambio di rotta così importante, soprattutto perché - questo è da dire - soggettivamente per me avrebbe più valore il percorso abbandonato che non quello intrapreso.
Forse non riuscirei a nasconderlo, ma credo che mi scuserei per questo. L'unica cosa che rimarrebbe da fare è comprendere la sua prospettiva e lavorare di più sulle mie aspettative e sulla mia visione del mondo.
Potrebbe insegnarmi qualcosa.