ho trovato la disponibilità di un medico.
La sua situazione di salute è gravissima, i medici non danno molti margini di ripresa.
Mi fa rabbia vedere la moglie (che conosco) che non sembra soffrire, o i figli che vanno solo agli orari di visita!
Vorrei venisse curato in un altro centro.
Insomma, mi sento impotente.
Vorrei essere io quella che se ne prende cura ed invece non posso fare niente.
io sono certa che lui mi ama e se dicessi tutto alla moglie forse almeno...
scusate lo sfogo
Ieri ho avuto modo di parlare con un amico e mi ha posto davanti a problemi concreti.
Ovviamente mi ha esortata a non dire niente alla famiglia facendomi notare che la reazione di una moglie potrebbe anche essere quella di dirmi "bene, lo volevi? ora te lo tieni, ma con tutto il pacchetto" ed a quel punto dovrei davvero chiedermi seriamente se sarei in grado di assumermi una tale responsabilità.
Clio, questo discorso che faccio lo devo a te, alla mia famiglia e alle famiglie che ci stanno passando, come abbiamo fatto noi più di dieci anni fa.
Io ti parlo da figlia che sa cosa vuol dire avere un padre ammalatosi in modo fulminante e gravissimo, con speranze di sopravvivere vicine allo zero (poi diventate... zero, in effetti).
Comunque. Quando vieni a sapere dall'oggi al domani che tuo padre (o tuo marito, pur con tutti i problemi di coppia che ci sono) può morire, tu subisci uno choc di quelli che ti segnano per sempre. E' una mazzata... indescrivibile a parole.
Come abbiamo reagito noi? In modi assolutamente diversi l'uno dall'altro.
Mio fratello aveva 16 anni, un'età abbastanza delicata. Di fronte a questo trauma, ha scelto di non voler andare all'ospedale per non vedere nostro padre ridotto in quello stato, perché voleva ricordarselo per come era.
Si contano sulle dita di una mano le volte che è andato a trovarlo (2? 3? in due mesi di inutile ricovero e chemioterapia), e ogni volta per lui (mio fratello) è stata una violenza. Uno choc che lui non era pronto ad affrontare. Una sofferenza profonda e viscerale. Ancora adesso che è morto, lui si rifiuta di andarlo a trovare al cimitero, si rifiuta di guardare le sue fotografie di quando stava bene ed era felice, si rifiuta di parlarne ed esce dalla stanza se ci sente parlare di lui.
In camera sua ha conservato il cappello che nostro padre si metteva sempre in inverno per andare a lavorare e alcuni suoi oggetti personali (portafoglio, ecc.), che nessuno può toccargli.
Qualche mese fa è arrivata la lettera della società che gestisce il cimitero dove è sepolto, che ci informava che sono già trascorsi dieci anni dalla sepoltura e che quindi dovevano spostare la sua tomba ad altra collocazione.
Mio fratello è stato il primo ad aprire quella lettera, in cui si faceva riferimento a nostro padre sempre come "il defunto, il cadavere, le ossa, i resti "mineralizzati o non mineralizzati". Mio fratello non ha detto nulla, si è chiuso in una stanza e avrà pianto tutta la mattina. Ovviamente delle pratiche burocratiche sull'esumazione ecc. me ne sono occupata interamente io.
E questo dopo dieci e passa anni. Parliamo di un figlio che praticamente non si è mai fatto vedere al suo letto d'ospedale.
Ed io? Io andavo abbastanza spesso a trovarlo ma, per non impazzire, mi ero autoimposta di andare avanti con la mia vita normale, di ragazza ventenne universitaria, di continuare a frequentare i corsi e a dare esami.
La mattina prendevo il treno e facevo il mio. Poi la sera andavo da lui, mi mettevo la cuffietta in faccia, i sottoscarpe di plastica, i guanti, e stavo con lui cercando di non toccarlo perché gli faceva male. Un dolore continuo e sempre ogni volta più atroce, profondo. Man mano che la sua situazione peggiorava, intendo.
La mamma era sempre, sempre, sempre con lui e soffriva in modo indicibile pure lei, pur nella grande forza e senso pratico che ha saputo tirare fuori.
Se avessi trovato un' eventuale amante di mi padre di fronte a me, in questo scenario già abbastanza straziante e surreale, sarebbe volata dalla finestra. L'amante sarebbe volata dalla finestra. Prima ancora che si potesse permettere di fare osservazioni su quanto spesso io o mio fratello o mia mamma andavamo a trovarlo, o su come stavamo reagendo al dolore. L'avrei fatta in mille pezzi, urlando.
Questo per dirti che se vuoi essergli vicino fallo in tutta discrezione, in punta di piedi, non farti accorgere anzi forse la famiglia ti ha già sgamata, ma sei ancora in tempo per tornare al tuo posto di lavoro e riprendere tutti i discorsi con lui tra qualche mese, a bocce ferme. NON ADESSO, per la miseria.
ari