Verena i tuoi abbracci sono graditi.
Di mia moglie, lo ripeto, non parlo per scelta. La cosa è ancora abbastanza fresca (cosa sono pochi mesi di fronte ad una violenza e ad una sofferenza grandi come quelle che le ho inflitto io?). Col tempo si vedrà.
Quel che invece mi preme fare è dire la mia a proposito del tradimento.
Una volta, tempo addietro, in un'altra vita oserei dire, una persona saggia -, cui mi affezionai, e con la quale condivisi il percorso necessario al raggiungimento di un obiettivo comune, ottenuto in parte il quale, ebbi la netta sensazione di essere divenuto ormai di troppo nella sua sfera di relazioni amicali, o meglio di non esserci mai entrato -, mi disse che tutte quelle donne che noi uomini incrociamo nei luoghi e nei momenti più disparati delle nostre esistenze, e con cui fantastichiamo di consumare il tradimento, ben lungi dal cercare soltanto uno svago estemporaneo, sono in verità alla ricerca di Amore.
Mi sia permesso di dissentire.
Ritengo, invece, che le donne (ma lo stesso dicasi per gli uomini), salve le dovute eccezioni, nei rapporti con l'altro sesso, allorquando decidono di utilizzare lo strumento del tradimento, cerchino in realtà ben altro: trasgressione oppure un lenitivo per il dolore, l'insofferenza,l'insoddisfazione, l'angoscia, la paura, la solitudine, insomma quel vasto campionario di mali dell'anima che purtroppo la vita non lesina a nessuno di noi, e che incidono profondamente sulle nostre esistenze, rendendole spesso molto, talvolta sin anche troppo dolorose.
Quindi, nell'ottica della mia limitata esperienza personale, mi sentirei di negare che lo scopo finale del rapporto extraconiugale perseguito attraverso il tradimento possa essere quello di trovare l'Amore con la a maiuscola o minuscola, essendo questo obiettivo molto più verosimilmente soltanto l'alibi che il nostro inconscio crea ad uso e consumo della razionalità -, che deve pur trovare un anestetico da somministare a dosi massicce all'inevitabile senso di colpa -, per giustificare un comportamento oggi forse anche largamente accettato, ma per secoli considerato socialmente riprovevole (benchè non meno praticato di oggi, s'intende).
E aggiungo, peraltro, che l'avversione sociale per il tradimento, pur trovando le sue apparenti spiegazioni in ragioni di natura morale e religiosa, in realtà fonda la sua ratio sulla necessità di contenere una condotta potenzialmente idonea a generare caos all'interno della comunità e ad indurre negli esseri umani, fucina di emozioni e sentimenti imprevedibili e spesso ingestibili, reazioni altamente distruttive.
Da che mondo è mondo, infatti, salvo che l'individuo non abbia raggiunto un grado di maturità ascetica prossima all'indifferenza assoluta di matrice zen, ed a meno che per mera convenienza, di qualunque natura, non si decida di violentare il proprio istinto, reprimendo il sacroasanto, sano oserei definirlo, sentimento di sdegno provato di fronte ad una violenza subìta, non è naturale condividere la propria compagna/o con altri. Perchè il desiderio di esclusività nella condivisione reciproca della più profonda intimità della persona con cui si è scelto di realizzare quel qualcosa che mira a "porre le basi", come Mann definiva il vincolo coniugale, è naturale, umano, insopprimibile.
Quindi, secondo la modesta opinione di uno che è riuscito ad essere contemporaneamente - seppur con risultati fantozziani - traditore e tradito (perché chi la fa se la deve aspettare, sempre), il disastro del tradimento-gesto, ed ancor più del tradimento-pensiero (che del primo è causa scatenante e che è cosa ben diversa dal tradimento-fantasia, valvola di sfogo ineliminabile, preziosa, e pure sana oserei dire, come tutto quel che attiene al mondo delle fantasie non attuate) , è ravvisabile soprattutto nella violenza che esso rappresenta sia in chi lo fa che in chi la subisce.
Violenza di cui mi pare non si parli mai abbastanza in questa come in altre sedi e che offende, col senno di poi, il traditore in pari misura del tradito. La rabbia per essere stati traditi tende a scemare col tempo e a me pare più facile da scaricare perchè imputabile sostanzialmento all'altro. E in una personalità mediamente equilibrata la ferita lascia senz'altro un segno profondo ma è destinata a rimarginarsi.
Ma poniamoci nell'ottica del traditore, ed in particolare in quella, affatto invidiabile, del traditore abituale: il senso di colpa, la nostra così demodè ma purtroppo (o fortunatamente) ineliminabile coscienza, per quanto tempo li possiamo negare, rabbonire, occultare? Invero, per quanto noi si possa autoconvincerci del contrario, - e so che quanto affermo ora sarà aspramente criticato -, una distinzione atavica, ancestrale, naturale tra bene e male esiste e coincide con quello che il buon senso, l'esperienza, e la sensibilità umana da sempre considerano tale.
Mi si perdoni quindi, l'estrema franchezza, che mi costerà probabilmente un coro di sonore pernacchie, ma per me:
il tradimento è un gesto che di buono non ha proprio nulla e chi lo attua, me per primo, è un vile;
chi ne fa una ragione di vita è un vigliacco, perchè con le scuse più immonde trova pseudoalibi da filmetto rosa per giustificare un atto di violenza di portata immensa;
- stesso dicasi per chi lo subisce passivamente, senza approfittare di quel frangente per andare a scoprire le carte che la vita matrimoniale -, e la sua esistenza tout court -, gli sta in realtà riservando, onde non affrontare la verità della crisi in cui versa il suo rapporto. Perchè il tradimento non arriva all'improvviso, ma cresce lento ed inesorabile nella nostra anima alimentato giorno per giorno da mille fattori diversi.
Avere consapevolezza di ciò è un primo passo. E chi ben inizia è già metà dell'opera. Poi magari non si ha la forza di farlo, ma questo è un altro discorso perchè attiene alla nostra fallibilità umana e meritevole di compassione. Però da qui al voler sdoganare un atto che su qualunque piano della speculazione razionale non ha mai avuto e non può che avere un'accezione intrinsecamente negativa, ebbè, abbiate pietà di me, mi sembra solo una comoda scusa che non mi trova minimamente concorde.
Sarò senz'altro un uomo troppo rigido e lento nell'adattarsi ai cambiamenti, ma continuo a pensare che tradendo mia moglie non è che abbia proprio dato il meglio di me. Il contrario, direi. Ma forse sbaglio, e non escludo che possa prevalere l'opinione per cui alla fin fine tradire è come prendere un caffè': lascia il tempo che trova.
Alla faccia del sasiccio, avrebbe detto Totò.....