Giancarlo Cerveri, psichiatra, direttore del dipartimento Salute Mentale di Lodi (dal CdS):
Quando un individuo coinvolto in un’indagine parla da solo di un delitto o di dettagli collegati al caso, quel comportamento può essere interpretato automaticamente come una confessione?
«Assolutamente no, il dialogo interiore è frutto di un tentativo di gestire la tensione, l’ansia, in un pensiero libero nel suo fluire che non necessariamente mantiene le caratteristiche di aderenza ai fatti realmente accaduti. Molto spesso si sovrappongono ricordi, fantasie, ipotesi, sensi di colpa e paure irrazionali. È un momento di rilettura di tutti i contenuti del nostro pensiero nel tentativo di ricostruire un ordine.
Una persona che sa di essere sotto indagine può usare il soliloquio come una forma di preparazione mentale, quasi per “provare” una versione dei fatti o gestire l’ansia?
«Sicuramente una delle funzioni del dialogo interiore è proprio quella di aiutarci a gestire l’ansia, stabilire poi quale sia la finalità, se per costruire alibi o placare le tensioni interne attiene alla vicenda di ognuno. Non credo che un dialogo interiore libero e senza censure possa di per sé essere una rappresentazione fedele della realtà».