Anna vive in un mondo che dipinge come perfetto.
Un mondo ideale con cui presentarsi davanti agli altri, riconosciuto perfetto e costruito in dieci anni di abitudini, progetti, sogni, speranze, conformi a quello che tutti si aspettavano da lei.
Ma in questo tempo lei è cambiata, o almeno, è cambiata la percezione di sé. Non lo vuole ammettere ma tutto questa perfezione le va stretta.
L'amante è la voglia di distruggere, di sporcare questa perfezione che piace tanto agli altri (genitori? Padre? Madre?) ma non a lei. A cui magari non le è neppure mai piaciuta, ma le dava sicurezza di fronte agli altri.
Anna non è cresciuta: continua a ragionare da "figlia" che vuole compiacere i genitori. O un modello a cui si è adeguata.
Anna deve mollare l'uomo con cui sta. Non è con lui che vuole condividere la vita.
Ma ha paura di farlo.
Sì, è una lettura convincente.
Però: è davvero possibile emanciparsi dalla Madre o dal Padre, soprattutto se i loro valori sono stati introiettati? e si può davvero prescindere dall'immagine che si proietta all'esterno?
L'approvazione, da parte dei genitori interni e del mondo esterno, è per alcuni una necessità.
E diventa qualcosa di nostro, non vedo perché rifiutarlo in quanto non autentico.
La vita perfetta che Anna si è costruita in 10 anni le appartiene, forse, ne ha bisogno.
Anche perché la "sporcizia" della vita extra-coniugale non può essere un'alternativa.
L'ambiguità che tu leggi come contraddizione tra autentico (le reali esigenze, espresse con l'amante) e l'inautentico (la vita perfetta, che è quello che vogliono i genitori o la società), riflette molto più semplicemente la doppiezza di tutti gli esseri umani. Che non va rifiutata eliminando uno dei due corni, bollandone uno come falso, ma va rivendicata a vissuta.