Come questo percorso debba portare a voler bene a chi magari bene non ce ne vuole anzi ha passato la vita ad esprimere disprezzo e una forma di odio, sfruttando il suo potere su un essere indifeso, sarà un mio limite ma continuo a non capirlo. Cmq. Mai stata contro analisti e terapie.
ma ci si va se si sente di averne bisogno, altrimenti è assolutamente inutile. Se non hai il desiderio di andare è inutile.
Mi intrometto solo per dire che un percorso fatto bene non porta affatto ad un "dover voler bene".
Ma anzi, è proprio il contrario. Se ben fatto, aiuta proprio a riconoscersi il diritto di "non dover".
Un percorso ben fatto aiuta a riconoscere l'altro per quello che è.
A dirsi razionalmente, permettendosi anche di sentirlo liberamente, che tua madre è stata una madre terribile.
Che quella madre non ti ha dato l'amore di cui avevi bisogno.
E quel sapere connesso pacificamente con il sentire non è per nulla scontato.
A volte la testa riconosce, lo dice. E il sentire si tace di fronte ai fatti.
Poi il sentire si risveglia, entra in conflitto con la testa e comincia a picchiare duro, con la rabbia, con i sensi di colpa per quello che ha detto la testa, con il dolore.
E il sentire ti riporta al dover voler bene, pur sapendo che quel voler bene non è come si vorrebbe che fosse. Che è un dover.
Ma paradossalmente quel voler bene, anche mettendosi via, pacifica. Solo che è un legaccio.
Vivere, viaggiando alternativamente da una parte all'altra è da dare di testa al muro.
Un buon percorso aiuta a darsi il permesso non solo di dire, ma anche di sentire che tua madre è stata terribile.
Con te. E lo è stata non perchè sei tu sbagliata. Lo è stata e basta. Senza perchè.
Quelli vengono dopo, dopo essersi date il permesso di sentire.
Un buon percorso ti dovrebbe dare la possibilità di scegliere se rimanere, allontanandoti dal desiderio di avere una madre amabile, riconoscendo di essere un'orfana dal punto di vista emotivo e avvicinandoti però alla donna che
anche è una madre, o andare, ma andando in pace.
Perchè allontanarsi in guerra non è andare , è fuggire.
E la bambina che desidera la madre che non ha avuto rimane ferita. La bambina non fugge e ritorna sempre indietro. Portandosi con sè la donna e legandola in un legame doloroso e inutile.
Un buon percorso aiuta a vedere le cose come stanno, nominarle ripulendole dalla rabbia dei desideri traditi, e viverle in modo libero.
Per non portarsi dentro la paura, mai o mal confessata, di esserselo in fondo meritato quell'amore mancato.
E quella paura non affrontata è strettamente connessa al darsi il diritto di esistere ed essere.
Un buon percorso è quel contenitore sicuro in cui ti puoi dire che quell'amore è davvero mancato, e davvero manca, senza giustificare o spiegare i perchè o i percome, è il contenitore in cui puoi soffrire e abbracciare quella bambina e la donna che la bambina crescendo è diventata.
E' lo spazio che può permettere di partorirsi e diventare madri di se stesse.
E questo lo si può fare solo se si riesce a riconoscere che si è orfane.
Senza distribuire colpe o giustificazioni.
aggiungo: un buon percorso dipende, per un buon 60%, secondo me, dal desiderio di chi lo svolge di arrivare in fondo, non al percorso, ma al proprio dolore. Il terapista, se è un buon terapista, non ha altra funzione che quella maieutica.