Ok. I morsi mi vanno bene! :mexican:
Io non cerco di individuare il nesso causa effetto.
Provo a spiegarmi. Io penso che esistere sia in sè un atto comunicativo.
E penso che non si possa non comunicare.
Le relazioni sono fondate sulla comunicazione. Verbale e non verbale. Affettiva. Sessuale.
E si comunica nel qui e ora.
Ma le comunicazioni nel qui e ora non sono sospese nel vuoto pneumatico.
Parlano a loro volta di se stesse. E questo è lo spazio in cui s interpreta l'altro.
L'interpretazione ha il difetto di provenire dallo sguardo, dalla percezione e dal vissuto di chi la attua. Ed è condizionata anche dalle aspettative, dai desideri, dalle paure.
Prescindere da questo all'interno di una relazione io lo trovo impossibile.
E a questo punto tanto vale svelare.
Se stessi innanzitutto. Che se non si riesce a dire a se stessi cosa si va a raccontare all'altro?
Le stronzate, appunto. O giustificazioni. Che si danno a se stessi prima ancora che all'altro.
Che definire se stessi,ai propri occhi, egoisti, disonesti, poco chiari non piace a nessuno.
Però io sono convinta che la coerenza scaturisca esattamente dal dirsi la verità su se stessi. Per poi poterla dire (e questo è l'atto di volere in cui spesso ci si perde per mille motivi) all'altro.
E sono d'accordo con te. L'altro non lo si conosce mai.
Ma poi, se ci si pensa, neanche si conosce se stessi fino in fondo. Ogni tanto si hanno delle sorprese.
Quindi pensare di poter conoscere un altro, che tanto quanto noi, non si conosce fino in fondo a sua volta io la trovo un'utopia.
Ecco perchè credo che il raccontarsi, il fare la fatica di raccontarsi, sia fondamentale. In qualunque relazione. Che riconosce l'inconoscibilità. E accetta la non possibilità della conoscibilità assoluta. Quella data una volta per tutte, fuori dal tempo. Immobile e rigida.
Io credo che questi presupposti siano fondamentali, proprio per assumersi la responsabilità di quella relazione e parteciparci come protagonisti e non come consumatori.
In questi termini parlo di filo comunicativo che si spezza, si perde, o non c'è. Per mille motivi.
Compresa la superficialità, l'inconsapevolezza, la pigrizia, l'autocompiacenza o la giustificazione dell'immagine di sè ai propri occhi per poter sostenere l'immagine che si vuole, o vorrebbe, dare al mondo.
Ed è in questo spazio che entra la sincerità. Il provare a dirsi la verità. Assumendo il fatto che non ci si riesce quasi mai. Qui è l'imperfezione. Ma imperfezione secondo me non dovrebbe essere alibi per non provarci ogni momento.
E non per far funzionare le relazioni, ma per essere in pace dentro se stessi.
La colpa in tutto questo io non ce la vedo. Non le trovo spazio. (colpa intesa come giudizio colpevolizzante).
E a colpa preferisco responsabilità.
E valuto, me stessa e gli altri, proprio in base alla capacità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. E assumersi la responsabilità significa riconoscersi nelle proprie azioni e nei propri agiti, senza farsi troppi sconti, e poi variare se stessi in una prospettiva di miglioramento. E questo comprende il fare esperienza, sbagliare, riconoscere, correggere e così via.
I principi in teoria dovrebbero essere orientanti al miglioramento.
E la famiglia mitologica anche.
Ma assunti/a acriticamente e senza tensione di conoscenza non servono a niente. Perchè, secondo me, assumerli senza averli compresi è asservirsi. E quando si è asserviti, spesso prima o poi si trasgredisce. E finisce che non si sa neanche spiegarsi il perchè e di conseguenza non si sa neanche spiegarlo all'altro. E la trasgressione, che potrebbe essere motore evolutivo, diventa solo roba da asilo mariuccia.
E l'altro finisce per restare lì, di fronte allo stupore.
Che poi si trasforma, in rabbia, delusione, disillusione, etc. etc.
E quel non sapersi spiegare il perchè sfocia spesso e volentieri nei passaggi che hai citato tu.
Che infatti fanno incazzare. perchè in se stessi non comunicano niente. SE non "alzo le mani. Mi rimetto nelle tue. Ti prego perdonami. O puniscimi." E in tutto questo l'assunzione di responsabilità se ne va bellamente a remengo.
L'innamoramento io non lo voglio catalogare. Come motore di decisionalità.
L'innamoramento è miele, fondamentalmente. Gorgo emozionale.
E non è questione di irrazionalità o razionalità.
Ma di decisionalità.
Decido se seguire o meno il gorgo. E' decisione.
E parla appunto di altro. Ossia degli spazi in cui si inserisce quel gorgo dal punto di vista emozionale.
Poi, oh, non so che dire, usarlo come giustificazione all'irrefrenabilità delle proprie azioni a me pare una paraculata romanticoide.
riguardo la paraculaggine....beh...hai ragione.
Non ha che vedere con la ricerca di conoscenza relazionale.
Anzi...è esattamente l'opposto. Essere semplice consumatore relazionale.
Un brodo stavolta.

E un abbraccio anche a te. Io non mordo...
