Grazie !!! Per quanto riguaeda il libro preferisco rileggermi L'Oriana!
Prego!...:mrgreen:
Per me sbagli ad avere preconcetti sul libro di Stella,
(L'Orda etcetc) perche', come anche per gli altri suoi
libri scritti insieme a Rizzo, non sono sue opinioni ma
ricostruzioni di fatti in base a documenti storici che
potresti anche reperire in rete ma ti dovresti sbattere
molto di piu' ed andresti random....
degli estratti:
Il razzismo colpì tutti. E fece degli italiani, come
scrisse nel 1924 il rapporto di Herman Feldman
sui fattori razziali nell'industria, "probabilmente i
più maltrattati di tutti gli stranieri". Gli ultimi
degli ultimi. Disprezzati perfino dagli irlandesi che,
come spiega la Deschamps, "sottolineando la
'negritudine' degli italiani marcavano innanzitutto la
loro differenza. [...] Privati della loro identità
'bianca', gli italiani si trovavano relegati al rango di
entità ininfluente. Nei cantieri, per esempio,
questi "wops" non meritavano di avere la stessa paga dei
bianchi e se uno di loro spariva non ci si
faceva poi molto caso. Alla fine della costruzione del
Canale d'Erie, un capomastro interrogato sul
bilancio umano dei lavori si congratulava che 'nessuno è
rimasto ucciso, ad eccezione di alcuni
"wops". [...] Solo dei "wops"'". "Wop" come "without
passport" senza passaporto. Un nomignolo
xenofobo che ebbe fortuna perché suonava foneticamente
"uàp". Guappo.............................
-------------------------------------------------------
Proprio in quegli anni (primi anni 20 n.d.r.) infatti un
po' tutti i paesi tradizionalmente scelti dai nostri
emigrati avevano chiuso o stavano chiudendo le frontiere. Dal Canada all'Argentina, dalla Nuova Zelanda al Brasile,
dalla Francia alla Germania e al Sud Africa, dove per
primi avevano adottato nel 1897 il sistema del
dettato: chiunque non riuscisse a scrivere 50 parole
almeno nella propria lingua non aveva diritto a
rimanere. E quasi sempre, dietro ogni legge, c'era
un'ondata di xenofobia.
Una xenofobia volta per volta coltivata, eccitata,
cavalcata da questo o quel movimento
demagogico. E basata, da un secolo all'altro, da un
decennio all'altro, da un paese all'altro, sugli
stessi stereotipi. Le stesse paure. Le stesse parole.
Che riuscivano a far presa perfino su futuri
statisti come Winston Churchill il quale, in attesa di
prendere una cotta di cui poi si vergognerà per
il Duce, sprezzantemente chiamava gli italiani
"suonatori d'organetto" e l'Italia "la puttana
d'Europa". Opinione, come vedremo, largamente condivisa
nel mondo anglosassone.
Un esempio? Prendiamo l'Australia, che alla cerimonia di
apertura delle Olimpiadi di Sydney ha
cercato di riscrivere la storia in tinte pastello con la
bambinuccia dai capelli rossi che abbraccia il
buon selvaggio aborigeno e idealmente tutti gli
immigrati. "Mi rincresce di dover dare l'allarme",
ironizza nel luglio del 1925, sul "Corriere", Filippo
Sacchi, ma "l'Italia sta preparandosi a invadere
l'Australia. Lo so, nessuno da noi ne aveva mai avuto
sentore. Eppure è un fatto ormai denunziato e
incontestabile. Vengono i brividi a pensare che milioni
di italiani si alzano tutte le mattine, si fanno
la barba, prendono il caffellatte ed escono per i loro
affari, senza nemmeno immaginare che il loro
paese è sul punto nientemeno di occupare un continente."
Spiega, il grande inviato nel Queensland, che i giornali
locali sono pieni di titoli sull'"invasione
italiana" e che al "congresso dell'Australian Native
Association", così forte da avere 50000
"aderenti d'ogni ceto, specie industriale, commerciale e
professionale", il presidente, mister Ginn,
ha tuonato: "Che cosa è questo improvviso intensificarsi
del fiotto immigratorio? C'è forse qualche
influenza in gioco? Qualche piano organizzato di
penetrazione pacifica? Australiani, all'erta. Badate
che la vostra apatia non prepari un terribile risveglio
per i vostri figli. Noi non vogliamo che le
condizioni sociali ed economiche dell'Australia siano
minate da un inevitabile incrocio con gli
stranieri, incapaci di sentire le nostre tradizioni, di
rispettare la nostra bandiera". Dopo di che
l'assise si è chiusa "con un ordine del giorno che
invoca il divieto d'immigrazione in Australia per le
razze non affini e non confacentesi". Cioè la nostra.
Ma "perché tutto questo accanimento contro gli italiani?
Ve lo spiego io: per mantenere l'Australia
'bianca', ride amaro Sacchi. ""Keep the Australia
white", è la vera parola d'ordine di questa crociata.
Infatti noi non siamo bianchi, siamo 'oliva'. "Olive-
skinned influx", diciamo." E racconta che un
grande quotidiano di Melbourne ha titolato proprio così
l'annuncio di un'inchiesta del governo del
Queensland sulla nostra immigrazione: "L'invasione delle
pelli-oliva". E che al congresso delle
donne "un'oratrice autorevole, nell'esortare le massaie
australiane a non comperare frutta dai negozi
italiani, anche se questi praticano prezzi più moderati,
lamenta che dopo aver tanto fatto per
difendere l'Australia 'bianca' dalla minaccia degli
asiatici, 'emigranti oliva continuano a stabilirsi nel
paese'".
E si trattava in larghissima maggioranza, sia
detto per la memoria corta dei razzisti nostrani,
di lombardi, piemontesi, veneti...
"Siamo tanto una razza degradata che si esortano le
donne australiane a non sposare i nostri
emigranti",...:mrgreen::mrgreen::mrgreen: prosegue l'inviato del "Corriere". E
racconta che all'assemblea di Victoria della
"R.s.s.i.l.a.", l'associazione dei combattenti, è stato
detto: "'I matrimoni delle nostre donne con
questi forestieri fanno un'impressione disgustosa.'
Bravi camerati! Il nostro sangue sporca, imbratta,
adultera il loro sangue australiano. "Pollute, polluted"
è l'espressione più concisa e brutale di questo
concetto. Ma anche quelli che parlano per eufemismi si
spiegano ugualmente chiaro". E cita Sir
John McWhae, "rappresentante ufficiale a Londra di uno
dei più importanti stati dell'Australia",
contrario all'ipotesi che i connazionali "diluiscano" il
"puro sangue britannico col sangue di stranieri
che non [...] si confanno".
Era per metà divertito e per metà fuori della grazia di
Dio, Filippo Sacchi, nello scrivere quello e
altri articoli del suo reportage durato alcuni mesi. E
raccontò schifato di un ricco uomo d'affari di
Melbourne che aveva scritto: "Noi abbiamo una vaga
disistima di cotesti stranieri dalla pelle scura,
spesso di statura al disotto della normale, gesticolanti
e irruenti". Di un giornale che tuonava:
"Vogliamo popolare il nostro territorio con nordici o
con latini?". E di un razzismo così incolto che
due o tre persone "vedendo un libro o un giornale
nostro, esprimono la loro gradevole sorpresa nel
constatare che abbiamo le stesse lettere dell'alfabeto e
gli stessi caratteri dei loro".
L'incubo dell'"orda color oliva" era tale, denunciò il
giornalista, che si avvertivano dappertutto
discorsi così: "Andate a Ingham, a Innisfail [...] e
mettetevi alla prima cantonata. Sopra cento parole
che vi arrivano all'orecchio, è molto se venti sono
inglesi. Adesso cominciano a comparire anche
insegne in italiano. Se andiamo avanti così, tra qualche
anno nel Queensland vedremo i policemen
con un cappello da carabiniere e le gondole nel Johnson
River".
Sempre le stesse fobie, sempre le stesse parole: "Sono
realmente convinti che l'Italia sta
rovesciando sull'Australia tutto il soprappiù della sua
popolazione troppo prolifica". Ma quanti
erano stati i nostri immigrati arrivati in Australia in
quel 1924? Risponde in "Non siamo arrivati
ieri" Tito Cecilia, un prete autore di più libri
sull'Australia, citando il presidente Stanley Bruce:
"Sino alla fine di settembre erano giunti in Australia
41545 emigranti inglesi, 1407 italiani, 514
greci, 93 maltesi...".
Eppure molti vivevano la cosa come un'ossessione. Il
presidente della famigerata British Preference
League di Innisfail riteneva che il livello di vita
degli italiani fosse "una provocazione per la nostra
razza e, a meno che l'ondata non venga arrestata, le
condizioni superiori che gli australiani hanno
raggiunto dovranno finire in distruzione". E il giornale
Australian Star arrivò a dedicare ai nostri il
titolo: "I cinesi d'Europa". Niente di nuovo: gli autori
dell'Immigration Restriction Act avevano
infatti elaborato nel 1901 la loro schifezza legislativa
(che includeva la prova del dettato) "con la
convinzione che l'Australia doveva essere popolata da
una sola razza e che l'Onnipotente Dio aveva
affidato agli australiani la responsabilità di
quest'ultima parte della terra per la moltiplicazione di
razze privilegiate chiamate a creare una civiltà
superiore".
Pudore nell'uso delle parole? Zero. "La mia obiezione al
mischiare i popoli di colore col popolo
bianco d'Australia", sentenziava il leader del Labour
Party, John Christian Watson, "sta nella
possibilità e probabilità della contaminazione
razziale." E. Wilkinson, del Partito protezionista,
rincarava: "E' assolutamente necessario preservare
l'Australia per il futuro della migliore razza del
mondo". Quanto alla massima autorità nazionale, il
premier Edmund Barton, era così falco da
rassicurare i falchi: mai sarebbero stati accolti sud-
europei, "troppo piccoli e troppo scuri di
carnagione [...] i quali potevano contaminare la purezza
della razza che doveva governare
l'Australia". Tesi confermata nel 1903 dal successore,
Alfred Deakin: "L'Australia deve avere una
razza unita e non può permettersi il lusso di introdurre
nel suo territorio migranti che troverebbero
difficile sposare australiani o persino pensare come
loro"..........................
---------------------------------------------------------
beh hai visto quante testine come la tua ce so' state?
vergognate na' mezz'orina, va'...
:rotfl::rotfl::rotfl: