Persa/Ritrovata
Utente di lunga data
Regista e Rom: la sfida di Laura
di Davide Pelanda – Megachip.
Intervista a Laura Halilovic - Segue: Il caso Milano.
È uno scricciolo di ragazza Laura Halilovic, ma molto determinata. Da sempre sognava di fare la regista e ce la sta facendo. Nonostante sia molto giovane, solo 20 anni. Nonostante abbia solo la terza media. E nonostante sia di etnia rom, benché sia nata a tutti gli effetti a Torino.
Ma la sua determinazione, che traspare anche dai suoi occhioni neri che ti scrutano mentre la si intervista, l’ha portata a “sfondare” nel cinema dapprima con la partecipazione e la vincita al festival torinese Sotto-18 (edizione 2007 con il cortometraggio “Illusione”, ospite anche del programma “Screensaver” di Rai3), poi con il film “Io, la Mia Famiglia Rom e Woody Allen”, un documentario sulla storia della sua famiglia d’origine, immersa totalmente nella cultura rom a confronto con quella italiana. Dal film, e durante le varie presentazioni in giro per l’Italia, Laura Halilovic da voce ai contrasti ed alle incomprensioni che fin da piccola la accompagnano nelle relazioni con i suoi genitori ed i Gagè, cioè gli altri che non sono rom.
Laura perché questo film con un titolo su Woody Allen?
«E’ dall’età di 9 anni che guardo i suoi film, li ho guardati tutti ed è un po’ il mio “maestro”. Ho cominciato a guardarli da “Manhattan”, è stata la mia scuola e io l’adoro!»
E i tuoi come l’hanno presa l’idea che tu diventassi una regista di film?
«All’inizio non tanto bene, anche perché secondo loro avrei dovuto sposarmi, visto che ho già 20 anni e per la nostra cultura sarei già vecchia per il matrimonio. Io non l’ho fatto e sono stati un po’ “scossi” dalla mia decisione. Perché la ragazza rom non può né studiare né tantomeno lavorare: insomma, io disonoro la famiglia, così dicono».
E com’è la tua storia? Hai vissuto in un campo?
«Sono nata a Torino e fino all’età di 8 anni ho vissuto in un campo, quello vicino all’aeroporto a Torino e poi mi sono trasferita in un alloggio di una casa popolare. Siamo 5 fratelli, madre e padre, due cognati nella stessa casa.
Ho studiato fino alla terza media e poi c’era bisogno di lavorare. E il cinema è la mia passione. È un ambiente difficile, quello dello spettacolo. Ho conosciuto due registi torinesi, Davide Tosco e Niccolò Rondolino, e con loro sono riuscita ad entrare in questo mondo. Ritengo comunque che ci sia tanta gente falsa. Vengo vista come “diversa” sia dal mio popolo che dagli italiani. Sono tra due fuochi e tutto ciò lo vivo con molta difficoltà, sto cercando di mettere pace anche in me stessa. Ma è molto difficile».
E’ dura mettersi contro tutti?
«Durissima!»
E sei appoggiata da qualcuno?
«Da me stessa. E’ difficile, se non si combatte per degli obiettivi…»
Come stai vivendo oggi la situazione di rom, anche per via delle nuove normative sugli stranieri che possono sembrare un po’ razziste?
«Credo che non si voglia conoscere il diverso, si ha paura di conoscere il Rom, questo perché il Rom non è stato mai visto come una persona. Molto spesso attraverso la tv e i mass media ci presentano cose non vere dei Rom, ci viene fatto una sorta di lavaggio del cervello».
Ti riferisci alle dicerie che i rom rubano e sono delinquenti?
«Esatto. I delinquenti e chi ruba li troviamo un po’ dappertutto, anche tra gli italiani ci sono quelli buoni e quelli cattivi. Non si può solo additare noi Rom, perché non è così, non si può generalizzare. Certo che se non ci si da la possibilità di lavorare alla gente, per guadagnarsi il pane ovviamente si va a rubare o a fare l’elemosina».
La tua famiglia come vive?
«Siamo una casa popolare, mio padre lavora il rame e lo vende, mia madre sta a casa e io vivo con i miei familiari».
Come hai fatto ad arrivare a vivere nella casa popolare con la tua famiglia?
«Quando vivi al campo ti vengono assegnati dei punti da quando sei residente al campo. Quando raggiungi un certo punteggio hai automaticamente diritto alla casa».
E’ una tradizione quella della lavorazione del rame?
«Diciamo che ha una origine nelle nostre tradizioni, poi però mio padre ha trovato solo quello come lavoro da fare per mantenerci. I miei genitori erano profughi provenienti dalla Bosnia e sono arrivati in Italia nel 1982».
Come vedresti l’integrazione tra rom e italiani?
«Spero che dalla parte italiana capiscano che siamo delle persone e non degli animali, mentre dalla parte rom anche lì occorre adeguarsi. Ma molti che cercano di adeguarsi si chiedono il perché debbono farlo se comunque non vengono mai accettati per come sono e sempre esclusi. Quando mi si dice da parte di uno della Lega Nord “ Vai a casa tua” io mi domando “dov’è casa mia se sono una nomade che gira? Che non ha una sua patria ed è libera? Casa mia è il mondo!”. Ma loro non riescono a capirlo!».
Attualmente le condizioni di vita del campo nomadi da cui tu provieni sono migliorate o peggiorate?
«Peggiorate, perché il rom è diverso ed è giusto che se ne stia da parte. Come struttura vivono malissimo, non c’è sanità, non c’è igiene, i bambini la vivono malissimo, ci sono dei toponi non dei topi. Vengono messi in mezzo alle discariche o ai canili come è in via Germagnano a Torino. C’è anche gente malata, ma non interessa a nessuno!»
Ma il film ci parla anche dei problemi dell’integrazione a scuola, della paura e dell’ansia per i numerosi sgombri che i rom debbono subire senza poter far valere le proprie ragioni, in quanto si sentono sempre inferiori e non accettati e ben voluti dalla stragrande maggioranza degli italiani (significativa la battuta della nonna di Laura che dice: «metti su l’acqua per la pasta in questo campo per l’ora del pranzo, la pasta si cuoce mentre ci sgomberano, per poi mangiarla chissà in quale altro posto»).
Certo per questa famiglia, così come per le altre tante famiglie rom, combattere il pregiudizio e gli sgomberi può essere veramente drammatico. Nel film si parla, ad esempio, dello zio di Laura che stava in un campo nella periferia di Milano dove aveva comperato un terreno. Ebbene, lì non avrebbe potuto costruire nessuna casa, perché non gli davano il permesso in quanto rom: è lui stesso a spiegare che sarebbe stato denunciato per abusivismo, mentre quando lo sgomberano dalla sua proprietà non può farci nulla: ha 24 ore per andarsene e basta. Come è possibile tutto ciò
http://www.megachipdue.info/tematiche/cervelli-in-fuga/3737-regista-e-rom-la-sfida-di-laura.html
di Davide Pelanda – Megachip.
Intervista a Laura Halilovic - Segue: Il caso Milano.
È uno scricciolo di ragazza Laura Halilovic, ma molto determinata. Da sempre sognava di fare la regista e ce la sta facendo. Nonostante sia molto giovane, solo 20 anni. Nonostante abbia solo la terza media. E nonostante sia di etnia rom, benché sia nata a tutti gli effetti a Torino.
Ma la sua determinazione, che traspare anche dai suoi occhioni neri che ti scrutano mentre la si intervista, l’ha portata a “sfondare” nel cinema dapprima con la partecipazione e la vincita al festival torinese Sotto-18 (edizione 2007 con il cortometraggio “Illusione”, ospite anche del programma “Screensaver” di Rai3), poi con il film “Io, la Mia Famiglia Rom e Woody Allen”, un documentario sulla storia della sua famiglia d’origine, immersa totalmente nella cultura rom a confronto con quella italiana. Dal film, e durante le varie presentazioni in giro per l’Italia, Laura Halilovic da voce ai contrasti ed alle incomprensioni che fin da piccola la accompagnano nelle relazioni con i suoi genitori ed i Gagè, cioè gli altri che non sono rom.
Laura perché questo film con un titolo su Woody Allen?
«E’ dall’età di 9 anni che guardo i suoi film, li ho guardati tutti ed è un po’ il mio “maestro”. Ho cominciato a guardarli da “Manhattan”, è stata la mia scuola e io l’adoro!»
E i tuoi come l’hanno presa l’idea che tu diventassi una regista di film?
«All’inizio non tanto bene, anche perché secondo loro avrei dovuto sposarmi, visto che ho già 20 anni e per la nostra cultura sarei già vecchia per il matrimonio. Io non l’ho fatto e sono stati un po’ “scossi” dalla mia decisione. Perché la ragazza rom non può né studiare né tantomeno lavorare: insomma, io disonoro la famiglia, così dicono».
E com’è la tua storia? Hai vissuto in un campo?
«Sono nata a Torino e fino all’età di 8 anni ho vissuto in un campo, quello vicino all’aeroporto a Torino e poi mi sono trasferita in un alloggio di una casa popolare. Siamo 5 fratelli, madre e padre, due cognati nella stessa casa.
Ho studiato fino alla terza media e poi c’era bisogno di lavorare. E il cinema è la mia passione. È un ambiente difficile, quello dello spettacolo. Ho conosciuto due registi torinesi, Davide Tosco e Niccolò Rondolino, e con loro sono riuscita ad entrare in questo mondo. Ritengo comunque che ci sia tanta gente falsa. Vengo vista come “diversa” sia dal mio popolo che dagli italiani. Sono tra due fuochi e tutto ciò lo vivo con molta difficoltà, sto cercando di mettere pace anche in me stessa. Ma è molto difficile».
E’ dura mettersi contro tutti?
«Durissima!»
E sei appoggiata da qualcuno?
«Da me stessa. E’ difficile, se non si combatte per degli obiettivi…»
Come stai vivendo oggi la situazione di rom, anche per via delle nuove normative sugli stranieri che possono sembrare un po’ razziste?
«Credo che non si voglia conoscere il diverso, si ha paura di conoscere il Rom, questo perché il Rom non è stato mai visto come una persona. Molto spesso attraverso la tv e i mass media ci presentano cose non vere dei Rom, ci viene fatto una sorta di lavaggio del cervello».
Ti riferisci alle dicerie che i rom rubano e sono delinquenti?
«Esatto. I delinquenti e chi ruba li troviamo un po’ dappertutto, anche tra gli italiani ci sono quelli buoni e quelli cattivi. Non si può solo additare noi Rom, perché non è così, non si può generalizzare. Certo che se non ci si da la possibilità di lavorare alla gente, per guadagnarsi il pane ovviamente si va a rubare o a fare l’elemosina».
La tua famiglia come vive?
«Siamo una casa popolare, mio padre lavora il rame e lo vende, mia madre sta a casa e io vivo con i miei familiari».
Come hai fatto ad arrivare a vivere nella casa popolare con la tua famiglia?
«Quando vivi al campo ti vengono assegnati dei punti da quando sei residente al campo. Quando raggiungi un certo punteggio hai automaticamente diritto alla casa».
E’ una tradizione quella della lavorazione del rame?
«Diciamo che ha una origine nelle nostre tradizioni, poi però mio padre ha trovato solo quello come lavoro da fare per mantenerci. I miei genitori erano profughi provenienti dalla Bosnia e sono arrivati in Italia nel 1982».
Come vedresti l’integrazione tra rom e italiani?
«Spero che dalla parte italiana capiscano che siamo delle persone e non degli animali, mentre dalla parte rom anche lì occorre adeguarsi. Ma molti che cercano di adeguarsi si chiedono il perché debbono farlo se comunque non vengono mai accettati per come sono e sempre esclusi. Quando mi si dice da parte di uno della Lega Nord “ Vai a casa tua” io mi domando “dov’è casa mia se sono una nomade che gira? Che non ha una sua patria ed è libera? Casa mia è il mondo!”. Ma loro non riescono a capirlo!».
Attualmente le condizioni di vita del campo nomadi da cui tu provieni sono migliorate o peggiorate?
«Peggiorate, perché il rom è diverso ed è giusto che se ne stia da parte. Come struttura vivono malissimo, non c’è sanità, non c’è igiene, i bambini la vivono malissimo, ci sono dei toponi non dei topi. Vengono messi in mezzo alle discariche o ai canili come è in via Germagnano a Torino. C’è anche gente malata, ma non interessa a nessuno!»
Ma il film ci parla anche dei problemi dell’integrazione a scuola, della paura e dell’ansia per i numerosi sgombri che i rom debbono subire senza poter far valere le proprie ragioni, in quanto si sentono sempre inferiori e non accettati e ben voluti dalla stragrande maggioranza degli italiani (significativa la battuta della nonna di Laura che dice: «metti su l’acqua per la pasta in questo campo per l’ora del pranzo, la pasta si cuoce mentre ci sgomberano, per poi mangiarla chissà in quale altro posto»).
Certo per questa famiglia, così come per le altre tante famiglie rom, combattere il pregiudizio e gli sgomberi può essere veramente drammatico. Nel film si parla, ad esempio, dello zio di Laura che stava in un campo nella periferia di Milano dove aveva comperato un terreno. Ebbene, lì non avrebbe potuto costruire nessuna casa, perché non gli davano il permesso in quanto rom: è lui stesso a spiegare che sarebbe stato denunciato per abusivismo, mentre quando lo sgomberano dalla sua proprietà non può farci nulla: ha 24 ore per andarsene e basta. Come è possibile tutto ciò
http://www.megachipdue.info/tematiche/cervelli-in-fuga/3737-regista-e-rom-la-sfida-di-laura.html