D'accordo, ma solo così sarebbe un modo un po' autistico. Un tradimento e' in fondo la sottrazione brutale, estrema, non dichiarata all'altro, non condivisa e anzi occultata di uno spazio che dovrebbe riguardare entrambi. Quindi in un primo momento ci starebbe un antidoto potente, anche metaforico, che riporti anche in maniera drammatica la condivisione in primo piano. Di li si parte, il bivio viene dopo, e d'accordo che bisogna avere voglia di fare la strada, avere fiato, avere gambe. Ma se di simboli si parla, come fa Galimberti, di metafore, in questa fase iniziale nessun percorso può dirsi tale se è condotto ognuno per proprio conto. Ci si troverebbe a tutti gli effetti ancora nella contrada del tradimento. Ci si deve trasferire nella contrada del mettere in comune gli spazi occultati, prima e durante, e questo forse deve avvenire in un primissimo momento anche drammaticamente, pletoricamente. Il tradito deve procedere, e l'altro se la da' a gambe filosoficamente, con la filosofica facoltà di non rispondere, seppur con narcisa cenere nebulizzata dignitosamente sul capo?