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Il perdono fa bene al tradito ed al traditore, non vuol dire continuare la relazione, ma poniamo che non ci sia perdono, allora ci potrà essere del risentimento. Magari lo metteremo da parte, ma se ci capitasse l'occasione di fare qualcosa che danneggi l'altro che faremmo? Il perdono crea pace interiore ed esteriore, aiuta a ricominciare una nuova vita, sia con il traditore che senza.
Per la prima volta sono daccordo! Decisamente in questo caso il perdono fa più che bene, perchè non ha senso ravanare dentro a risentimenti all'infinito.a.
perchè ricordiamoci anche che un tradimento non è necessariamente una negazione della persona che si tradisce, ma soprattutto un bisogno di vedere riconfermato la propria capacità di seduzione,
tradotto : io, ti tradisco,non perchè non mi piaci piu', ma perchè mi gratifica troppo piacere agli altri...me ne fotto della offesa che ti arreco...penso alla mia gratificazione e ti metto un paio di cornetti.
Il perdono fa bene al tradito ed al traditore, non vuol dire continuare la relazione, ma poniamo che non ci sia perdono, allora ci potrà essere del risentimento. Magari lo metteremo da parte, ma se ci capitasse l'occasione di fare qualcosa che danneggi l'altro che faremmo? Il perdono crea pace interiore ed esteriore, aiuta a ricominciare una nuova vita, sia con il traditore che senza.
non ti avevo letta, ieri.e lo fa in modo equilibrato e intelligente![]()
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Perdonare non è mai una cosa comoda.
Ho trovato questo articolo sull'argomento.
L'autore è un prete missionario che è stato incarcerato e torturato per 4 anni durante la dittatura argentina.
ITALIA - Gianfranco Testa
Gennaio - 2008Un faticoso cammino di liberazione
il prezzo del perdono
In un mondo che sembra favorire modelli di conflitto e rivalsa la scelta di perdonare potrebbe apparire una scelta debole e perdente. Al contrario, il perdono si propone come un’opzione forte, un maturo percorso di liberazione che investe la totalità dell’essere umano.
Può succedere nella vita di trovarsi davanti a quelle che sono delle vere e proprie «situazioni limite». Può darsi che queste assumano i tratti della morte violenta di una persona che si ama o di una grave offesa alla propria dignità; di un inganno che tradisce la fiducia riposta, oppure di un gesto o un episodio di violenza: qualcosa, insomma, che sembra intrappolarci, precludendoci ogni via di uscita.
Tanto la storia personale, come quella sociale presentano spesso ostacoli capaci di intralciare o a volte impedire un vivere insieme armonico, positivo. I gravi fatti che nel passato hanno segnato le vite dei popoli, hanno creato divisioni molto profonde, aprendo ferite storiche dopo secoli e secoli, così come è successo nei Balcani, in Rwanda o in Burundi. La presenza di eserciti internazionali sotto le insegne delle Nazioni Unite, invece di essere un deterrente, ha molte volte contribuito a rendere più profonda la reciproca avversione fra le parti in conflitto, prolungando in questo modo l’agonia della pace.
La geografia, frutto di trattati tra vincitori o di decisioni di grandi potenze coloniali o neocoloniali, presenta condizioni che alterano i rapporti fra i popoli e disegna scenari e situazioni sovente esplosivi.
La povertà, infine, risultato della ingiusta distribuzione dei beni è fonte di un grave malessere che può sfociare in violenza e guerre quando gli unici nemici riconosciuti sono le politiche economiche globali che causano situazioni di potenziale o reale conflitto.
In queste circostanze è allora possibile perdonare? Chi? Come? È facile comprendere che in situazioni limite o in circostanze in cui il nemico è invisibile o indefinibile, il tema del perdono si faccia più sfumato e più complesso. D’altra parte, quante volte si è considerato il perdono come una soluzione facile e ad effetto, soprattutto quando questo viene offerto senza molta coscienza o in modo spettacolare?
Il perdono è sempre un processo, a volte lento e faticoso, che esige tempo e riflessione. Un perdono esigito solo e soltanto per compiere un dovere – anche se religioso – o «regalato» con superficialità, non ha radici e non può dare frutto.
Il perdono è la negazione di ciò che è semplice e a poco prezzo. Parafrasando Bonhoeffer possiamo tranquillamente dire che il perdono costa caro. A volte costa veri e propri atti di eroismo da parte della vittima. Solo a queste condizioni il perdono è in grado di creare una catena di relazioni capaci di rinnovare una vita umana in modo profondo e totale.
Strumento di liberazione
Con molta solennità si insiste a celebrare fatti di guerra come fondamento di liberazione dei popoli. L’Africa e l’America Latina ricordano con molto orgoglio le gesta dei propri eroi che, quasi sempre, hanno conquistato la libertà per i loro popoli grazie a guerre e sollevazioni di massa, anche se non sempre l’indipendenza ha significato «libertà». Allo stesso modo, molti popoli europei, tra cui l’Italia, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale sono riusciti ad ottenere regimi democratici attraverso lotte civili crudeli e violente.
La Bibbia stessa pone come esempio dell’intervento di Dio a favore del suo popolo un fatto intriso di forti connotazioni religiose, ma che nello stesso tempo lascia intravedere azioni di sabotaggio, razzia e massacro (Esodo 12, 29.35).
Ancora una volta il cammino per arrivare a ottenere un cambio sociale e politico (e quindi la liberazione) è stato violento e sembra essere questo, in realtà, il paradigma necessario. Tuttavia, anche il popolo eletto e liberato ha dovuto percorrere un lungo cammino di purificazione e di formazione per riuscire a uniformare la sua vita secondo quello che era il progetto originale di Dio.
Nasce di conseguenza la domanda: è sufficiente ottenere la liberazione per essere liberi? È sufficiente avere coscienza di appartenere a un progetto di Dio, per riuscire a realizzarlo e a viverlo? Che cosa manca al cammino dei popoli che hanno raggiunto un alto grado di indipendenza e di benessere per sentirsi veramente e interiormente affrancati?
Viviamo una scissione fra realtà e memoria e a causa di questo incontro fallito si trascinano situazioni che non ci permettono di essere liberi. Molte volte il passato conserva al suo interno una grande carica di traumi e dolore che spesso cerchiamo di nascondere, invece di elaborarli e assimilarli.
Far sì che un passato negativo non ci condizioni troppo, al punto da non permetterci di vivere con speranza e libertà: questo è perdono.
Nel perdono, pertanto, si incontra una forte carica di memoria rielaborata e, lì dove possibile, trasformata in un elemento di forza.
Il perdono non è mai dimenticanza, perché non si può perdonare il nulla. Ci sono perdoni «facili», che in realtà non sono dei veri perdoni, in quanto, secondo quanto afferma il filosofo Jaques Derridá, si può solo perdonare l’imperdonabile.
Per il credente, il perdono è la realtà che ci introduce nella parte più profonda del mistero di Dio che è soprattutto compassione e misericordia. Per coloro che non fanno riferimento a un credo specifico, il perdono permette comunque di vivere l’esperienza della libertà e della gratuità.
Il perdono è gratuito, non ha altro prezzo che la capacità di mettere bene, lì dove c’è il male, la benda dove ci sono ferite. E tutto ciò non nasce da un mandato etico o morale: non si perdona perché si deve, ma soltanto perché lo si vuole. Quando qualcuno si sente obbligato e «deve» perdonare, crea sì la condizione di un nuovo incontro con l’altra persona, ma non entra nella dinamica del perdono che, essendo l’atto che esprime la massima forma di umanità, esige anche la massima libertà.
Chiaramente, uno può invitare o persino obbligare due bambini a perdonarsi, dandosi la mano: si tratta in questo caso di un’azione pedagogica; ma nel caso di un adulto questi potrà giungere a perdonare soltanto perché lo vuole e secondo le modalità che lui stesso desidera stabilire.
Per questo motivo, perdono e riconciliazione devono essere preparati attraverso una progressiva presa di coscienza, un cammino che coinvolga la persona nella sua totalità, non solamente emozionale e neppure esclusivamente razionale. Il perdono è sempre un processo in cui emozioni, ragione, volontà e spiritualità reclamano il proprio spazio. Una complementarietà fra questi elementi non è facile da ottenere, può succedere che uno di essi prenda il sopravvento sugli altri pregiudicando l’equilibrio del processo. Se questo avvenisse, il perdono potrebbe assumere la forma di un imperativo categorico, di una emozionalità senza criterio o di un’esperienza religiosa vissuta senza partecipazione. Il perdono, al contrario è qualche cosa di molto più complesso e completo.
Non si devono bruciare le tappe, ma occorre darsi del tempo. Bisogna misurare le forze per vivere un momento che è al contempo doloroso e gratificante, un regalo che sana le ferite lasciando cicatrici a volte profonde ma in grado di offrire una liberazione che non tronca la relazione con il passato.
Anche questo è perdono
La regione di Ayacucho, in Perù, è quella che più soffrì a causa della violenza di Sendero Luminoso, un movimento rivoluzionario maoista che seminò terrore e morte tra le comunità contadine delle Ande peruviane. Nel medesimo tempo, è la regione che più soffrì a causa della repressione militare, con soldati pronti a vedere in ogni abitante della zona, un «senderista» o un informatore della guerriglia.
Si calcola che il 60% delle vittime della violenza vissuta in Perù, tra il 1980 e il 2000 è originaria di Ayacucho.
Un giorno, in un momento di integrazione che stavamo avendo durante un ritiro con la gente di Ayacucho, ebbi modo di andare a fare una passeggiata con un gruppo di donne: tutte madri, spose e figlie di vittime della guerra. Un bambino mi prese per mano e una signora mi accompagnò. Parlando un po’ quechua (lingua franca andina, parlata da molte popolazioni indigene della Cordigliera, ndr) e un po’ spagnolo mi raccontò la storia sua e del bambino: «Questo bambino mi chiama nonna. Io gli ho detto che il papà e la mamma gli hanno voluto molto bene e ora, dal cielo, non cessano di essere con lui. In realtà, è figlio mio… e di un soldato».
Una delle forme di repressione più comune era ed è la violenza sessuale. A volte, pur di salvare la vita di figli o mariti, le donne sono obbligate a concedersi ai militari. Spesso davano vita a chi veniva poi riconosciuto come «figlio di militari» o «frutto della violenza».
«Io non posso perdonare – mi commentava la donna – perché mio figlio l’hanno ammazzato e a me, invece, è rimasto questo bambino».
Che significa perdonare in questo caso? Un caso che per altro non è assolutamente eccezionale nella regione di Ayacucho. Provai a intavolare un dialogo con questa madre-nonna.
Dal di fuori è assolutamente semplicistico cercare delle spiegazioni ben definite: bisogna trovarsi in una determinata situazione. Bisogna provare l’angustia e la vergogna che accompagnano ogni sguardo, ogni rapporto con il bimbo… ogni gesto. Tuttavia, è necessario rompere quella sorta di incantesimo malvagio che la situazione ha creato e che tiene prigionieri tutti i protagonisti di questa storia.
Davvero questa donna non ha perdonato, viene da chiedersi? Vuole bene al bambino, lo sta facendo crescere, gli racconta di un papà e di una mamma e vuole che provi affetto verso di loro: un papà violentatore ed una mamma che altro non è che lei stessa, colei che il bimbo pensa esser sua nonna.
Questo bambino cresce senza la presenza fisica di una famiglia, ma con un’affettività incanalata nella direzione corretta. Sarebbe una tortura esigire a questa donna semplice una forma di perdono che vada al di là di quella che lei, attraverso la sua saggezza e la sua forza interiore, ha già saputo dare.
Questa donna dice di non poter perdonare perché confonde il perdono con la accettazione quando, in questo come in altri casi, il perdono non significa accettare un male ricevuto, ma costruire la possibilità di vita per lei e per il bambino.
Fare del perdono un qualcosa di mitologico è molto pericoloso: deve essere semplicemente uno strumento di vita… un potentissimo strumento di vita.
Gianfranco Testa
Buongiorno Oscuro! mi sono letta quasi d'un fiato il tuo 3d e penso che con il perdono la convenienza proprio non c'entra. Se si decide di rimanere insieme per convenienza il perdono può anche non esserci! Io ho perdonato ( o sto cercando di farlo con maggior convinzione) principalmente perchè credo nella nostra unione e poi perchè sbagliare è umano (anche se perseverare lo è un pò meno...) . In questi mesi ho riflettuto molto sul tradimento che ho subito e mi sono spesso posta la domanda: "e se fosse successo a me? come mi sarei sentita a tradire? avrei voluto essere perdonata? come avrei reagito di fronte ad un'eventuale rifiuto del perdono?", naturalmente partendo dal presupposto che ci sia ancora l'amore da entrambe le parti, ho immaginato che mi avrebbe fatto molto piacere essere perdonata ma nel contempo mi sarei sentita in debito e magari mi sarei impegnata maggiormente a far funzionare la relazione... Sento la debolezza dell'essere umano e non posso di certo pretendere che non esista la possibilità di inciampare e di conseguenza la possibilità di dare una mano per rialzarsi. Spero di essermi spiegata bene perchè è ancora presto!!!Senza troppi giri di parole:CONVENIENZA!!Avanti il primo......![]()
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Il problema è quando pur con tutta la buona volontà, e convinto profondamente di certi principi, il rancore continua a bruciarti dentro, a non lasciarti in pace.Per la prima volta sono daccordo! Decisamente in questo caso il perdono fa più che bene, perchè non ha senso ravanare dentro a risentimenti all'infinito.
"... perdonare ha un ipotetico costo....non perdonare e chiudere ha un costo sicuramente maggiore in termini di sofferenza emotiva,in termini di qualità di vita,si perdono abitudini e assuefazioni,paura di restar da soli,far i conti con se stessi....insomma PERDONARE CONVIENE!Quello che pochi dicono è che perdoniamo per CONvENIENZA e NON PER AMORE!!!!Il resto son chiacchere....il resto è che chi tende a perdonare gode a raccontarsela!!! "scusami ma continuo a ribadire quanto detto. io la penso a modo mio. tu la pensi a modo tuo. oscuro la pensa a modo suo, e così via. non credo che oscuro voglia imporre ad altri il proprio pensiero, semplicemente lo esprime e lo difende, come lo esprimo io (per altro io la penso come lui). il fatto che non sia disposto a cambiare idea non significa certo che voglia imporre niente. io parlando con minerva, ho detto di non escludere di cambiare in un futuro il mio pnto di vista (tutto può succedere), non so cosa possa succedere in un futuro e dire "io mai" non è da me. però stando così le cose, allora si, "io mai (più)" lo posso dire. mai tradirò. mai saprò sopportare di sapere che il mio uomo abbia avuto un'altra in parallelo. inquadrata? forse. rigorosa? forse. intollerante? sicuro. ma non vedo perché non esserlo se in questi panni ci sto bene mentre in quelli opposti, di quella che perdona e cerca di fare come se niente fosse successo e ricostruisce partendo dalle macerie, vedendo i fantasmi sbucare di quando in quando, non ci so stare.
io lo dico con cognizione di causa perché ci sono passata, ma trovo offensivo sminuire il pensiero di oscuro perché lui non ha mai calzato i panni del tradito, così come troverei offensivo se qualcuno sminuisse la mia opinione sui traditori perché non ho tradito.
Quotocomunque vorrei esprimere questo concetto semplice , quasi elementare: il perdono è un atto nobile che costa sacrificio e tocca i sentimenti più intensi di una persona , non lo si può ridurre a codardia , ipocrisia e opportunismo , sarebbe un paradosso.
nei casi in cui fosse così il sentimento e le persone in ballo forse non erano all'altezza ma già da subito, prima del tradimento
o forse proprio per un eccesso di autostima consideri il tradimento intollerabile.Il problema è quando pur con tutta la buona volontà, e convinto profondamente di certi principi, il rancore continua a bruciarti dentro, a non lasciarti in pace.
Credo che dipenda dall'autostima che non è sufficiente a farti sentire al di sopra del dolore provato, pertanto l'inconscio lavora come un'animale impaurito e ferito e non permette alla coscienza di renderti sereno.
Io mi rendo conto che sto rovinando quanto potrebbe essere recuperato, ma non riesco a reagire altrimenti.
Anche per me ci puo' stare.o forse proprio per un eccesso di autostima consideri il tradimento intollerabile.
Che ci sta pure eh?
non ti avevo letta, ieri.
ti ringrazio.
è un complimento che, per come mi ha sbroccato questa storia, mi rasserena.
Si, indubbiamente ci può stare anche quello per qualcuno, ma io se mi guardo dentro sento proprio paura, non offesa.o forse proprio per un eccesso di autostima consideri il tradimento intollerabile.
Che ci sta pure eh?
quoto anch'io.comunque vorrei esprimere questo concetto semplice , quasi elementare: il perdono è un atto nobile che costa sacrificio e tocca i sentimenti più intensi di una persona , non lo si può ridurre a codardia , ipocrisia e opportunismo , sarebbe un paradosso.
nei casi in cui fosse così il sentimento e le persone in ballo forse non erano all'altezza ma già da subito, prima del tradimento
oscuro, nel corso di una relazione di lunga durata sono tante le aspettive che vengono deluse.
si accumulano debiti e colpe, e di tutto questo ci aspettiamo un risarcimento, voremmo che le cose andassero secondo giustizia e ci aspettiamo a quel punto L'indennnizzo dei torti subiti.
E la cosa di cui mi sto convincendo sempre di piu', è che l'idea di una equita' è una delle ILLUSIONI piu' ostinate a morire. la mia è stata cosi. piu' mi aspettavo e meno ricevevo.
tanto quanto l'amore stesso contiene in sè l'illusione della promessa eterna o di felicità.
una illusione , quella di raggiugere il giusto risarcimento del danno subito, che manda a scatafascio ancor di piu' la relazione.
Quanto costa una offesa? e che ne so Oscuro...dove sta il listino su cui mi posso orientare ?
Ognuno l o puo' decidere inmaniera assolutamente personale Oscuro, la gravità, il dolore che uno sente è personalissimo.
la promessa di felicità.dell' amore, la piu' grande illusione creata dall'uomo, viene offesa, la promessa di parità non viene mantenuta...mi ritrovo lacerata...persa..
Col perdono posso riuscirci a dimenticare. hanno ragione.
ma dimenticando davvero non perdonando senza dimenticar mai! che è un appello alla lotta , ad una lotta che ti metterà nelle condizioni di passare al contrattacco appena le circostanze lo vorrannno.chi mi ha preceduto ha detto bene" è possibile vivere senza memoria e vivere bene, felici.
Si puo' dimenticare?
dipende dalla voglia, e dai motivi che vengono offerti per dimenticare.
Sapete che si dovrebbe fare per non illudersi? Convincersi serenamente che comunque, una relazione, si basa anche su errori di valutazione reciproca inizialmente.
Quando ci innammoriamo vediamo nell'altro, e noi stessi a nostra volta ,ci mostriamo per lati migliori che abbiamo, che non è una immagine falsa, perchè il meglio di noi è reale, ma non è TUTTA la VERITA di noi e attraverso questa immagine parziale ma positiva ce la viviamo comunque .aggrappandoci alla forza positiva di quella illusione di cui parlavo prima.
elaborando tutto questo, non credo quindi che incerte situazioni si possa dimenticare per il bene di entrambi. La felicità in una coppia , in un matrimonio non esiste, puo' esistere la conquista di una crescita...e bisogna impegnarsi per crederci in due.