O vogliamo vivere in un modo con addosso la maschera dell'ipocrisia e della finta moralità?
Ciao Paolo!
La risposta è, ovviamente, sì!
Perchè certe cose sono talmente ambite da diventare quasi popolari una volta che la maggior parte delle persone vili pensa di averle acquisite e, forte di ciò un consozio umano come il nostro, mostra certi esemplari aberranti che esondano la morale, come talune piogge monsoniche fanno con le cloache di Calcutta, e si trastullano in vaneggiamenti Niciani che, benn lungi da brandire una cosmogonia degna dell'oro del Reno, si inarcano in una sorta di enjambement colloidale mal emulsionato di sfiancanti considerazioni atte solo a schermare la propria animalità, concedendole prima uno status di rinnovamento poi uno di inevitabilità.
Tutto è funzione dell'assecondamento dei porci del gregge di Epicuro con l'ombelico esploso e la mandibola scucita di un vieveur profanato dal Persio più titillante ed aspro, e l'economia di una nicchia ecologica corta ed mai calcataa come certi inutili vicoli del monopoli che si gioca senza dadi, diviene la misura e la regola comparatoria, come una pietra di paragone che cambia colore anche sfregando il vile ottone, di tuttee le proiezioni dei senzienti pelvici più che degli operanti cerebrali.
Il vollone si frombola la sguappola!
Sì, sì, come talune bestie che nacono con due teste e fanno la fortuna dei girovaghi e del loro carretto pulcioso e frusto che invoglia cli occhi grandi dei banbini a irrorare di denaro moccoloso le mani dalle unghie nere e le madri a vendersi per umiliare l'onosto lavoro in miniera di mariti fin troppo buoni per confessare l'origine di una sifilide che così forte nel cranio non ha mai davvero picchiato.
Ma il fenomeno è la normalita dicono loro, questi brufolosi sdentati, la cui apparenza null'altro è che l'abbellimento del loro cuore, e si rifugiano sotto a coperte tessute da animali sotterranei che ambiscono alla luce solo togliendo il sole alle pelli altrui.
Costoro sono chirurghi pazzi che portano un faschio di oscurità multicolore nella loro borsa di pelle umana e incisa punta secche con lerree e glifi d'oro sconosciuti ai più, ed anche a loro stessi a dir il vero.
Il bisturi di costoro incide anche i bubboni più viola e succosi che sculettano sulle schiene delle matrigne affettuose e dei padri che dimenticano il loro seme qua e là, deentro a scomode fattrici od a sacchi per il fertillizzante.
Essi sono pentole di ferro piene di bambini bolliti che a mestolate si spargone nelle risaie più terrazzate della Cina, solo quando raccontano di essere davvero vivo e non anche quando vivi lo divengono davvero.
La morte seconda non li coglierà allorchè la promessa di venti secoli si incarnerà in un mostro che striscerà verso la città promessa, ma si configurerà come sentimento di uno spirito junghiano do teatralità ipertesa e logorroica autogiustificazione.
I seni nasali sono poi la cosa che più diverte nei teschi che ridono sempre troppo voracemente, data la loro infinita fame, perchè in essi è bello ficcare le dita fino infondo e trovare il buchetto che arriva a tastare l'interno della scatola per cervelli ormai vuota, e lì risuona uno silofono magico, di quelli che suonano la stessa nota qualunque legnetto tu percuota, ma lì non ci sono legnetti da percuotere, pensa il bambino, nè le dita possono arrivaare così in prondità senza spezzarsi, oltretutto il bimbo è sordo e non più sentire nulla, ma il crenio nientemeno è vuoto davvero.
E ci si infilerebbero volentieri le dita per sentire che la società è malata di falsità inarrivabili e di miti indecenti, mentra la liposuzione del superfluo ridarà una carnale virginalità di così grande portata da rendere le calate dei barbari e i canti dei bardi ciechi, e fors'anche le biblioteche bruciate, un pallido ricordo dinanzi al nuovo cilicio dei prepotenti che strazia i bisogni dei buoni e le loro legittime lagnanze sull'impraticabilità della virtù.
Che la virtù fa rima con Artù, il quale era un cavaliere e re, ma prima ancora era un'invenzione e le invenzioni non vengono dal nulla, perchè il nulla non genera che sè stesso, dal big bang in poi almeno, ed allora mi vien da pensare che qualcosa ci fosse stato anche all'origine, ma non nel ciclo bretone od in quello carolingio, ma nella vita delle favole, quelle che insegnano qualcosa di meglio a chi ha bisogno di migliorare, piuttosto che codeste esternazioni moderne che hanno tanto da togliere a ciò che è fatto così bene che senza impegno non si più proprio nemmeno saggiare, ed mi par la scelta più facile abbattere la torre di babele che è invisa agli dei dell'ignoranza e della semplicità, e grufolare tutti al piano terra, tra le granaglie spontanee, che l'agricoltura stessa è un abominio della natura.
E la natura ha gli istinti dalla sua e noi siamo nella natura, colle malattie e teste che ondeggiano da una parte e dall'altra e una moglie che non è la nostra perchè noi non la riconosciamo, e non riconosciamo pure quella degli altri, in minima parte perchè non capiamo la proprietà privata ed in massima perchè quell'animale che lo specchio riflette quando noi lo guardiamo da vicino non può assomigliarci, nè potremmo riconoscere noi in lui.
Ed allora è tutto così immediato, boia faus...
Come hanno fatto i nostri avi a roviraci così?
Noi, bestie dei loro figli...
Grufoliamo!