La mia fine ...

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ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Sono completamente d'accordo con te, qualunque forma di violenza si consideri. Mi piacerebbe capire meglio l'ultima frase che hai scritto... cosa intendi con "mettersi dentro nella violenza come attore" ?
Ciao Nobody:smile:

ci provo...non so se riesco.

Mettersi come attore significa paradossalmente assumersi parte della responsabilità della violenza subita, per riprendere in un qualche modo il controllo di un evento che nella realtà non è controllabile.

Le frasi ricorrenti, per farla semplice : " se fossi stata più furba avrei..., se fossi stata più attenta..., se avessi capito che avevo davanti..., ho sbagliato a dire quella cosa..., ho sbagliato ad andare con lui...,etc. etc.".

Mi metto dentro. Preferisco caricarmi di una parte perchè l'imprevedibilità e l'impotenza di fronte ad una violenza sono un qualcosa di stravolgente.

Io ti dico no, e tu non ti fermi. Te lo ripeto, e tu vai avanti ancora. Come se non avessi detto niente. Riprovo. Non senti. Non ci sono. Neghi la mia presenza appropriandoti del mio corpo. E io devo stare lì.

Non è semplicemente un calpestare usare violenza. E' la negazione della presenza dell'altro.

Affrontare quella sensazione di inesistenza...è spiazzante.
Come ci rientri in una situazione in cui in realtà non c'eri perchè la relazione in atto ha negato nel fare il tuo esserci?

E' un paradosso da dare ai matti.

E altrettanto paradossalmente è più semplice rimettersi dentro, colpevolizzandosi piuttosto per non essere stata abbastanza in gamba nel gestire la situazione, in questo modo almeno si riafferma quello che è stato negato
nell'atto.

E ha la funzione di rendere maggiormente controllabile un evento che controllabile non è.

Subire violenza è rendersi tutto d'un tratto conto che non esiste luogo sicuro in cui stare. Che tutto potrebbe accadere. E' una perdita totale e improvvisa del controllo su sè e sul mondo.

Esserci, dirsi che azioni diverse avrebbero potuto evitare quell'evento è un tentativo di rendere di nuovo abitale il proprio contesto e il mondo stesso.

non so se sono riuscita...:eek:
 
Ultima modifica:

Fantastica

Utente di lunga data
Ciao Nobody:smile:

ci provo...non so se riesco.

Mettersi come attore significa paradossalmente assumersi parte della responsabilità della violenza subita, per riprendere in un qualche modo il controllo di un evento che nella realtà non è controllabile.

Le frasi ricorrenti, per farla semplice : " se fossi stata più furba avrei..., se fossi stata più attenta..., se avessi capito che avevo davanti..., ho sbagliato a dire quella cosa..., ho sbagliato ad andare con lui...,etc. etc.".

Mi metto dentro. Preferisco caricarmi di una parte perchè l'imprevedibilità e l'impotenza di fronte ad una violenza sono un qualcosa di stravolgente.

Io ti dico, e tu non ti fermi. Te lo ripeto, e tu vai avanti ancora. Come se non avessi niente. Riprovo. Non senti. Non ci sono. Neghi la mia presenza appropriandoti del mio corpo.

Non è semplicemente un calpestare usare violenza. E' la negazione della presenza dell'altro.

Affrontare quella sensazione di inesistenza...è spiazzante.
Come ci rientri in una situazione in cui in realtà non c'eri perchè la relazione in atto ha negato nel fare il tuo esserci?

E' un paradosso da dare ai matti.

E altrettanto paradossalmente è più semplice rimettersi dentro, colpevolizzandosi piuttosto per non essere stata abbastanza in gamba nel gestire la situazione, in questo modo almeno si riafferma quello che è stato negato
nell'atto.

E ha la funzione di rendere maggiormente controllabile un evento che controllabile non è.

Subire violenza è rendersi tutto d'un tratto conto che non esiste luogo sicuro in cui stare. Che tutto potrebbe accadere. E' una perdita totale e improvvisa del controllo su sè e sul mondo.

Esserci, dirsi che azioni diverse avrebbero potuto evitare quell'evento è un tentativo di rendere di nuovo abitale il proprio contesto e il mondo stesso.

non so se sono riuscita...:eek:
PERFETTA.
 

Innominata

Utente che predica bene
Leggo poco e di corsa in questo periodo, ne avrò ancora per un po’, ma quando ho incontrato questo mi è venuta una morsa allo stomaco e due parole in croce le devo mettere. Non posso né voglio giudicare, perché prima del giudizio arriva e sbaraglia tutto una sensazione di profondissimo dispiacere e sgomento. Posso sforzarmi di capire la difficoltà, la frustrazione, ma qua si tratta proprio di brutte notizie rispetto a tutta la comunicazione pregressa tra di voi. C’era davvero bisogno, era veramente l’unica scelta quella di allestire una scena di violenza per dire una difficile cosa che vi riguardava? Perché quella è una scena trita e banale, è la scena primitiva e sbrigativa e risucchiata nell’indifferenziato del maschio che caccia la donna assoggettandola e umiliandola. Una scelta senza differenziazione, senza “personalizzazione”, il peggiore dei cliché, l’abolizione totale della comunicazione e del contatto. Perché scusa, possiamo raccontarci tutto quello che vogliamo sui moti dell’animo, su arcani disegni di produrre nell’altra la voglia di allontanamento, dello scegliere intenzionalmente la brutalità per ottenere un distacco più repentino e “meno doloroso” . Il fatto è che un pezzo di vita insieme sarebbe valsa la prova a faticare per trovare un modo che comprendesse quel pezzo di vita, il coraggio di essere e sentirsi “cattivo” nel chiudere la storia, ma cattivo responsabilmente e rispettosamente e personalmente, non affidando la faccenda alla riproduzione del più orribilmente banale dei cliché istintuali. Mi dispiace. Mi piace leggerti e ti trovo simpatica, ma con tutti i limiti del racconto su forum, quello che ho letto mi dà il desolato dispiacere di sospettare di brutte notizie sull’ attendibilità di una comunicazione vitale e profonda tra di voi. Un abbraccio!
 

tullio

Utente di lunga data
Credo si debba contestualizzare il gesto. Si tratta di due persone che, in quel momento, si vogliono bene, forse si amano. Sicuramente si rispettano. Mi sembra difficile pertanto che si possa parlare di violenza. Quella persona non è un violento, uno stupratore seriale, un maniaco. E' una persona indifficoltà che sta cercando di parlare alla donna con cui ha una storia. Non la sta "violentando": sta usando il sesso per comunicare una cosa "dura". Forse ha sbagliato "tono", anzi sicuramente lo ha sbagliato. Ma può dirlo una sola persona. Si tratta di un gesto di amore...come definirlo? mi viene solo "duro" che una persona che vuole bene ad un altra compie con quest'altra persona. Non la sta violentando, non le sta mancando di rispetto, non la sta "subordinando". Non sta cercando l'ultimo piacere, quello mai provato, prima dell'addio. Sta cercando di dire una cosa difficilissima. Proprio perché questa cosa è difficilissima la dice male. Però non gli darei una croce addosso. E nemmeno a Nicka, che avrebbe "accettato" qualcosa di inaccettabile.
Spero che non mi si prenda per un giustificatore delle violenze: io sono incapace di andare avanti appena sento un "no" anche se so benissimo, mi è stato detto e ripetuto, che quel "no" è un "sì". Per me un no rimane un no e non posso che prenderlo alla lettera. E per questo ho fatto figure barbine...:unhappy:
Però in questo caso stiamo parlando di un gesto, una tantum,che ha un significato in quel momento. Poi che non sia stato gradito...lo dicono le lacrime della protagonista...e forse anche quelle del protagonista, che chissà se davvero ha provato piacere in quel gesto... L'amicizia che è rimasta mi sembra un chiaro segno del fatto che quella _non_ era un gesto di violenza gratuito ma un modo per comunicare. Lo ripeto: modo sbagliato, sbagliatissimo (io se sento un "no" divento incapace di andare avanti...) di cui, sono convinto, il primo a pentirsi è stato propio lui.
 

disincantata

Utente di lunga data
Credo si debba contestualizzare il gesto. Si tratta di due persone che, in quel momento, si vogliono bene, forse si amano. Sicuramente si rispettano. Mi sembra difficile pertanto che si possa parlare di violenza. Quella persona non è un violento, uno stupratore seriale, un maniaco. E' una persona indifficoltà che sta cercando di parlare alla donna con cui ha una storia. Non la sta "violentando": sta usando il sesso per comunicare una cosa "dura". Forse ha sbagliato "tono", anzi sicuramente lo ha sbagliato. Ma può dirlo una sola persona. Si tratta di un gesto di amore...come definirlo? mi viene solo "duro" che una persona che vuole bene ad un altra compie con quest'altra persona. Non la sta violentando, non le sta mancando di rispetto, non la sta "subordinando". Non sta cercando l'ultimo piacere, quello mai provato, prima dell'addio. Sta cercando di dire una cosa difficilissima. Proprio perché questa cosa è difficilissima la dice male. Però non gli darei una croce addosso. E nemmeno a Nicka, che avrebbe "accettato" qualcosa di inaccettabile.
Spero che non mi si prenda per un giustificatore delle violenze: io sono incapace di andare avanti appena sento un "no" anche se so benissimo, mi è stato detto e ripetuto, che quel "no" è un "sì". Per me un no rimane un no e non posso che prenderlo alla lettera. E per questo ho fatto figure barbine...:unhappy:
Però in questo caso stiamo parlando di un gesto, una tantum,che ha un significato in quel momento. Poi che non sia stato gradito...lo dicono le lacrime della protagonista...e forse anche quelle del protagonista, che chissà se davvero ha provato piacere in quel gesto... L'amicizia che è rimasta mi sembra un chiaro segno del fatto che quella _non_ era un gesto di violenza gratuito ma un modo per comunicare. Lo ripeto: modo sbagliato, sbagliatissimo (io se sento un "no" divento incapace di andare avanti...) di cui, sono convinto, il primo a pentirsi è stato propio lui.
Sei sicuro di avere letto bene cosa le ha fatto?
 

Eratò

Utente di lunga data
Ciao Nobody:smile:

ci provo...non so se riesco.

Mettersi come attore significa paradossalmente assumersi parte della responsabilità della violenza subita, per riprendere in un qualche modo il controllo di un evento che nella realtà non è controllabile.

Le frasi ricorrenti, per farla semplice : " se fossi stata più furba avrei..., se fossi stata più attenta..., se avessi capito che avevo davanti..., ho sbagliato a dire quella cosa..., ho sbagliato ad andare con lui...,etc. etc.".

Mi metto dentro. Preferisco caricarmi di una parte perchè l'imprevedibilità e l'impotenza di fronte ad una violenza sono un qualcosa di stravolgente.

Io ti dico no, e tu non ti fermi. Te lo ripeto, e tu vai avanti ancora. Come se non avessi detto niente. Riprovo. Non senti. Non ci sono. Neghi la mia presenza appropriandoti del mio corpo. E io devo stare lì.

Non è semplicemente un calpestare usare violenza. E' la negazione della presenza dell'altro.

Affrontare quella sensazione di inesistenza...è spiazzante.
Come ci rientri in una situazione in cui in realtà non c'eri perchè la relazione in atto ha negato nel fare il tuo esserci?

E' un paradosso da dare ai matti.

E altrettanto paradossalmente è più semplice rimettersi dentro, colpevolizzandosi piuttosto per non essere stata abbastanza in gamba nel gestire la situazione, in questo modo almeno si riafferma quello che è stato negato
nell'atto.

E ha la funzione di rendere maggiormente controllabile un evento che controllabile non è.

Subire violenza è rendersi tutto d'un tratto conto che non esiste luogo sicuro in cui stare. Che tutto potrebbe accadere. E' una perdita totale e improvvisa del controllo su sè e sul mondo.

Esserci, dirsi che azioni diverse avrebbero potuto evitare quell'evento è un tentativo di rendere di nuovo abitale il proprio contesto e il mondo stesso.

non so se sono riuscita...:eek:
La tua spiegazione non fa una piega riguardo alla vittima.Io invece ho sempre pensato che lo stupratore prende soddisfazione dal dominio assoluto sulla vittima che più cerca di resistere e piu eccita lo stupratore.È la ricerca del controllo assoluto della situazione che lo rende sempre piu violento e fortifica il suo ego e la sua virilita.
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Credo si debba contestualizzare il gesto. Si tratta di due persone che, in quel momento, si vogliono bene, forse si amano. Sicuramente si rispettano. Mi sembra difficile pertanto che si possa parlare di violenza. Quella persona non è un violento, uno stupratore seriale, un maniaco. E' una persona indifficoltà che sta cercando di parlare alla donna con cui ha una storia. Non la sta "violentando": sta usando il sesso per comunicare una cosa "dura". Forse ha sbagliato "tono", anzi sicuramente lo ha sbagliato. Ma può dirlo una sola persona. Si tratta di un gesto di amore...come definirlo? mi viene solo "duro" che una persona che vuole bene ad un altra compie con quest'altra persona. Non la sta violentando, non le sta mancando di rispetto, non la sta "subordinando". Non sta cercando l'ultimo piacere, quello mai provato, prima dell'addio. Sta cercando di dire una cosa difficilissima. Proprio perché questa cosa è difficilissima la dice male. Però non gli darei una croce addosso. E nemmeno a Nicka, che avrebbe "accettato" qualcosa di inaccettabile.
Spero che non mi si prenda per un giustificatore delle violenze: io sono incapace di andare avanti appena sento un "no" anche se so benissimo, mi è stato detto e ripetuto, che quel "no" è un "sì". Per me un no rimane un no e non posso che prenderlo alla lettera. E per questo ho fatto figure barbine...:unhappy:
Però in questo caso stiamo parlando di un gesto, una tantum,che ha un significato in quel momento. Poi che non sia stato gradito...lo dicono le lacrime della protagonista...e forse anche quelle del protagonista, che chissà se davvero ha provato piacere in quel gesto... L'amicizia che è rimasta mi sembra un chiaro segno del fatto che quella _non_ era un gesto di violenza gratuito ma un modo per comunicare. Lo ripeto: modo sbagliato, sbagliatissimo (io se sento un "no" divento incapace di andare avanti...) di cui, sono convinto, il primo a pentirsi è stato propio lui.

Mi metto di nuovo OT nei confronti di Nicka. Che ha fatto le sue scelte e il suo percorso. E che abbraccio in segno di rispetto e vicinanza.

Tullio...ma stai scherzando?

Il fatto che al fondo ci fosse una relazione di fiducia rende ancora più grave il tutto.

Non solo hai annullato la mia volontà. Non solo ti sei appropriato DEL MIO CORPO, MIO e lo ripeto ancora MIO!!!!, corpo contro la mia volontà. Ma l'hai fatto giocando su sentimenti e fiducia e relazione pregressa.

E perfavore non parliamo di gesti d'amore. Perfavore.

Un cazzo che penetra forzatamente una figa non ha niente a che vedere con l'amore.
Schiaffarglielo dentro a forza e pure lasciarci il segno venendo, per poi dire "rivestiti e vai????".

Fanculo alle conseguenze eh?!?!

Ognuno fa le sue scelte. Ma perfavore. Chiamiamo le cose con il loro nome.

Davvero per favore.

Violentatore non è quello sconosciuto col cappuccio nero che ti aspetta nascosto dietro ad un angolo buio e ti minaccia col coltello.

Basta con questa storia. Perfavore.

Il violentare può avere un cappuccio nero sulla testa. Come può essere il mio ragazzo, mio marito.

E il ruolo che rivestono nella relazione con me, rende ancora più grave l'atto.
Mi fidavo di te. E mi hai tradita nel corpo e nell'anima. E hai usato il mio corpo per farlo. Che cazzo rimane a me poi?
I cocci. E il rimetterli insieme.

Una tantum...e quante ne devi violentare per essere chiamato violentatore?

Scusami il tono. Ho cercato di limitarmi. Più di così non riesco proprio.
E magari non ho capito niente di quello che hai scritto.
Nel qual caso scusami due volte.
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Innominata, il verde è mio.

Con inchino.
 

Nobody

Utente di lunga data
Ciao Nobody:smile:

ci provo...non so se riesco.

Mettersi come attore significa paradossalmente assumersi parte della responsabilità della violenza subita, per riprendere in un qualche modo il controllo di un evento che nella realtà non è controllabile.

Le frasi ricorrenti, per farla semplice : " se fossi stata più furba avrei..., se fossi stata più attenta..., se avessi capito che avevo davanti..., ho sbagliato a dire quella cosa..., ho sbagliato ad andare con lui...,etc. etc.".

Mi metto dentro. Preferisco caricarmi di una parte perchè l'imprevedibilità e l'impotenza di fronte ad una violenza sono un qualcosa di stravolgente.

Io ti dico no, e tu non ti fermi. Te lo ripeto, e tu vai avanti ancora. Come se non avessi detto niente. Riprovo. Non senti. Non ci sono. Neghi la mia presenza appropriandoti del mio corpo. E io devo stare lì.

Non è semplicemente un calpestare usare violenza. E' la negazione della presenza dell'altro.

Affrontare quella sensazione di inesistenza...è spiazzante.
Come ci rientri in una situazione in cui in realtà non c'eri perchè la relazione in atto ha negato nel fare il tuo esserci?

E' un paradosso da dare ai matti.

E altrettanto paradossalmente è più semplice rimettersi dentro, colpevolizzandosi piuttosto per non essere stata abbastanza in gamba nel gestire la situazione, in questo modo almeno si riafferma quello che è stato negato
nell'atto.

E ha la funzione di rendere maggiormente controllabile un evento che controllabile non è.

Subire violenza è rendersi tutto d'un tratto conto che non esiste luogo sicuro in cui stare. Che tutto potrebbe accadere. E' una perdita totale e improvvisa del controllo su sè e sul mondo.

Esserci, dirsi che azioni diverse avrebbero potuto evitare quell'evento è un tentativo di rendere di nuovo abitale il proprio contesto e il mondo stesso.

non so se sono riuscita...:eek:
Ciao Ipazia :) ci sei riuscita perfettamente... ti dirò di più, a volte, nelle situazioni più estreme, non si riesce nemmeno a dire quel "no" che viene brutalmente calpestato... si è totalmente impotenti. E' la situazione più orribile.
Credo sia profondamente umano uscire da quel terribile circolo, rendendosi "attori", come dici tu. Umano ma sbagliato... nel senso che per recuperare se stessi, bisogna paradossalmente perdonarsi accettarsi e abbracciarsi. Accettare la propria "debolezza" di fronte al violento, e ripartire da lì per la costruzione di una nuova persona, con una nuova autostima.
 

Eratò

Utente di lunga data
Mi metto di nuovo OT nei confronti di Nicka. Che ha fatto le sue scelte e il suo percorso. E che abbraccio in segno di rispetto e vicinanza.

Tullio...ma stai scherzando?

Il fatto che al fondo ci fosse una relazione di fiducia rende ancora più grave il tutto.

Non solo hai annullato la mia volontà. Non solo ti sei appropriato DEL MIO CORPO, MIO e lo ripeto ancora MIO!!!!, corpo contro la mia volontà. Ma l'hai fatto giocando su sentimenti e fiducia e relazione pregressa.

E perfavore non parliamo di gesti d'amore. Perfavore.

Un cazzo che penetra forzatamente una figa non ha niente a che vedere con l'amore.
Schiaffarglielo dentro a forza e pure lasciarci il segno venendo, per poi dire "rivestiti e vai????".

Fanculo alle conseguenze eh?!?!

Ognuno fa le sue scelte. Ma perfavore. Chiamiamo le cose con il loro nome.

Davvero per favore.

Violentatore non è quello sconosciuto col cappuccio nero che ti aspetta nascosto dietro ad un angolo buio e ti minaccia col coltello.

Basta con questa storia. Perfavore.

Il violentare può avere un cappuccio nero sulla testa. Come può essere il mio ragazzo, mio marito.

E il ruolo che rivestono nella relazione con me, rende ancora più grave l'atto.
Mi fidavo di te. E mi hai tradita nel corpo e nell'anima. E hai usato il mio corpo per farlo. Che cazzo rimane a me poi?
I cocci. E il rimetterli insieme.

Una tantum...e quante ne devi violentare per essere chiamato violentatore?

Scusami il tono. Ho cercato di limitarmi. Più di così non riesco proprio.
E magari non ho capito niente di quello che hai scritto.
Nel qual caso scusami due volte.
Brava Ipazia! Hai espresso perfettamente il concetto:up:
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Ciao Ipazia :) ci sei riuscita perfettamente... ti dirò di più, a volte non si riesce nemmeno a dire quel "no" che viene brutalmente calpestato... si è totalmente impotenti. E' la situazione più orribile.
Credo sia profondamente umano uscire da quel terribile circolo, rendendosi "attori", come dici tu. Umano ma sbagliato... nel senso che per recuperare se stessi, bisogna paradossalmente perdonarsi accettarsi e abbracciarsi. Accettare la propria "debolezza" di fronte al violento, e ripartire da lì per la costruzione di una nuova persona, con una nuova autostima.

Bene:)

Già, a volte quel no rimane chiuso dentro perchè tutta quella situazione è semplicemente troppo per parlare. Troppo per fare qualunque cosa.

E la sensazione di lontananza da sè resta dentro. Resti lì, immobile, a guardare quello che succede a te...e ti chiedi come possa succedere proprio a te. Ti chiedi se sei proprio tu. E speri sia un'altra.

E' una sensazione di scissione. Profonda.

E hai ragione anche sul luogo da cui ripartire. Dirsi che si è state vittime. Dirselo davvero. Sinceramente, senza farsi sconti. E accettare. Non era un'altra. Eri tu.

E poi, sì, poi si può ripartire per davvero. Senza rifugiarsi negli autoinganni della mente.
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
La tua spiegazione non fa una piega riguardo alla vittima.Io invece ho sempre pensato che lo stupratore prende soddisfazione dal dominio assoluto sulla vittima che più cerca di resistere e piu eccita lo stupratore.È la ricerca del controllo assoluto della situazione che lo rende sempre piu violento e fortifica il suo ego e la sua virilita.
Ciao :)

Non lo so cosa vive chi violenta. Non riesco a capirlo. Probabilmente è semplicissimamente un modo per affermare se stesso schiacciando un altro.
Che a ben pensarci è un'espressione della cultura della competizione portata all'estremo.
Competizione per la competizione.

Non la competizione per la sopravvivenza che esiste in natura.

Competizione fine a se stessa, come strumento di affermazione di un sè attraverso l'altro.

Poi c'è la parte patologica. Psichiatrica. Quelli che hanno bisogno di emozioni estreme per sentire. Per dirla male.
Non penso si possa generalizzare.

E sono convinta del fatto che i violentatori psichiatrici siano la minoranza, e vengano utilizzati come tranquillanti.

Ecco perchè non sopporto l'immagine del violentatore incappucciato.

Non risponde alla realtà. O meglio, non la riassume.

La semplifica, nascondendone delle parti importanti.

Io credo.:)
 

Innominata

Utente che predica bene
Credo si debba contestualizzare il gesto. Si tratta di due persone che, in quel momento, si vogliono bene, forse si amano. Sicuramente si rispettano. Mi sembra difficile pertanto che si possa parlare di violenza. Quella persona non è un violento, uno stupratore seriale, un maniaco. E' una persona indifficoltà che sta cercando di parlare alla donna con cui ha una storia. Non la sta "violentando": sta usando il sesso per comunicare una cosa "dura". Forse ha sbagliato "tono", anzi sicuramente lo ha sbagliato. Ma può dirlo una sola persona. Si tratta di un gesto di amore...come definirlo? mi viene solo "duro" che una persona che vuole bene ad un altra compie con quest'altra persona. Non la sta violentando, non le sta mancando di rispetto, non la sta "subordinando". Non sta cercando l'ultimo piacere, quello mai provato, prima dell'addio. Sta cercando di dire una cosa difficilissima. Proprio perché questa cosa è difficilissima la dice male. Però non gli darei una croce addosso. E nemmeno a Nicka, che avrebbe "accettato" qualcosa di inaccettabile. Spero che non mi si prenda per un giustificatore delle violenze: io sono incapace di andare avanti appena sento un "no" anche se so benissimo, mi è stato detto e ripetuto, che quel "no" è un "sì". Per me un no rimane un no e non posso che prenderlo alla lettera. E per questo ho fatto figure barbine...:unhappy:però in questo caso stiamo parlando di un gesto, una tantum,che ha un significato in quel momento. Poi che non sia stato gradito...lo dicono le lacrime della protagonista...e forse anche quelle del protagonista, che chissà se davvero ha provato piacere in quel gesto... L'amicizia che è rimasta mi sembra un chiaro segno del fatto che quella _non_ era un gesto di violenza gratuito ma un modo per comunicare. Lo ripeto: modo sbagliato, sbagliatissimo (io se sento un "no" divento incapace di andare avanti...) di cui, sono convinto, il primo a pentirsi è stato propio lui.
Sempre garbatissimo Tullio, il contesto già c'è, senza che si debba crearlo, è il contesto del momento della fine di una storia. Sono tante le cose scomode, difficili, in cui si è chiamati a dover fare, voler fare, ma in mezzo alle spine, e questo è uno di quei momenti. Guarda, neanche mi impelago oltre nella storia della violenza (la storia è stata violentata nella comunicazione, nel senso, se storia è stata), dico solo che l'espediente comunicativo mi appare brutale ma soprattutto vuoto, vuoto di storia, ed è proprio questo che mi allontana dall'idea dell' una tantum.
 

Nobody

Utente di lunga data
Bene:)

Già, a volte quel no rimane chiuso dentro perchè tutta quella situazione è semplicemente troppo per parlare. Troppo per fare qualunque cosa.

E la sensazione di lontananza da sè resta dentro. Resti lì, immobile, a guardare quello che succede a te...e ti chiedi come possa succedere proprio a te. Ti chiedi se sei proprio tu. E speri sia un'altra.

E' una sensazione di scissione. Profonda.

E hai ragione anche sul luogo da cui ripartire. Dirsi che si è state vittime. Dirselo davvero. Sinceramente, senza farsi sconti. E accettare. Non era un'altra. Eri tu.

E poi, sì, poi si può ripartire per davvero. Senza rifugiarsi negli autoinganni della mente.
Credo sia fondamentale... se non si arriva a quell'assunzione di sè, dell'essere stati vittima impotente... beh, non si ripartirà mai.
Mi permetto di consigliarti lo stupendo "Uno psicologo nei lager" del grande Victor Frankl, fondatore della logoterapia... un testo magnifico su questo argomento :smile: E' stato uno dei grandi della psicoanalisi del '900, sopravvissuto agli internamenti nei campi di sterminio.
 
Ultima modifica:

Eratò

Utente di lunga data
Ciao :)

Non lo so cosa vive chi violenta. Non riesco a capirlo. Probabilmente è semplicissimamente un modo per affermare se stesso schiacciando un altro.
Che a ben pensarci è un'espressione della cultura della competizione portata all'estremo.
Competizione per la competizione.

Non la competizione per la sopravvivenza che esiste in natura.

Competizione fine a se stessa, come strumento di affermazione di un sè attraverso l'altro.

Poi c'è la parte patologica. Psichiatrica. Quelli che hanno bisogno di emozioni estreme per sentire. Per dirla male.
Non penso si possa generalizzare.

E sono convinta del fatto che i violentatori psichiatrici siano la minoranza, e vengano utilizzati come tranquillanti.

Ecco perchè non sopporto l'immagine del violentatore incappucciato.

Non risponde alla realtà. O meglio, non la riassume.

La semplifica, nascondendone delle parti importanti.

Io credo.:)
Io ho già espresso il concetto in precedente post e non faccio distinzione tra il violentatore incappuciato o il marito/compagno.Chi violenta è un violentatore psichiatrico cmq per me sia che lo faccia 1 volta sia che lo faccia 1000.E questo tizio che ha violentato Nicka è molto probabile che domani violenti sua moglie.
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Credo sia fondamentale... se non si arriva a quell'assunzione di sè, dell'essere stati vittima impotente... beh, non si ripartirà mai.
Mi permetto di consigliarti lo stupendo "Uno psicologo nei lager" del grande Victor Frankl, fondatore della logoterapia... un testo magnifico su questo argomento :smile: E' stato uno dei grandi della psicoanalisi del '900, sopravvissuto agli internamenti nei campi di sterminio.
E' fondamentale. Sì. Lo è.

Senza quell'assunzione di sè...si resta in una gabbia.

Permettiti pure. Apprezzo tanto i consigli di lettura. E li seguo.

(sto leggendo "Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta"....e grazie di avermelo consigliato:smile::smile:)
 
Cara Nicka,

l'allusione del Tuba a quel film è perfetta. E' una modalità molto maschile, quella della violenza, per risolvere cose che non si riescono a gestire e tu l'hai così perdonato, perché l'hai capito, che gli hai detto, poi, "ti amo"...
Questo non toglie che io al tuo posto sicuramente ma proprio sicuramente gli avrei spaccato in testa qualsiasi oggetto contundente avessi a portata di mano.
Gli avrei fatto male, molto male. Anche a 25 anni. E non sarebbe mai più stato un amico. Mai.
Beh però
Nel film...insomma..
Sta reazione avviene anche perchè
Sto uomo torna da lei dopo che ha passato bei anni in carcere.
E tenta davvero il tutto per tutto per conquistarla.
Nel film il protagonista non capisce che mentre per lui la vita si è fermata perchè si sa in carcere il tempo si ferma, Deborah è andata avanti.

Per lui era stato facile consacrare la sua vita al ricordo di lei no?
Non aveva altro.

Lei invece era vissuta secondo i suoi ideali e progetti che erano appunto quelli di fare l'attrice.

Quella scena io l'ho sempre letta come un disperato tentativo da parte di lui, di impossessarsi di lei no?

Il caso di Nicka è diverso. Secondo me.
 

Apollonia

Utente di lunga data
Non mi riferisco a nessuno in particolare (noiosissima premessa).
E' facile di fronte a una situazione vissuta da un'altra persona dire "io avrei...". In realtà nessuno sa come avrebbe agito.
Io so che in molte situazioni che ho poi vissuto non ho agito come mi ero prefigurata e tutte le volte ho sorpreso me stessa positivamente.
Penso che anche a Nicka sia successa la stessa cosa.
Questo perché le reazione che abbiamo è molto spesso quella giusta per noi in quel momento.
Non quella razionalmente o convenientemente giusta ma quella che ci permette di elaborare il fatto.
Quando ciò non accade (e anche quando accade) è necessario un lavoro di analisi molto lungo e faticoso.
Mai come in questo momento della mia vita, mi ritrovo nelle tue parole.
Grazie per averle scritte.
Le posso copiare e riportare nel "mio" 3d?
 
Stato
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