Sì, ci credo quasi sempre del destino.
Quando le cose vanno male non so come altro fare a non darmi una colpa che di solito non ho, o non ho in pieno oppure c'è qualche speranza che riesca ad autoconvincermi di aver fatto tutto l'umanamente possibile.
Per questo ho una certa tendenza a considerare l'umanamente possibile una cosa da poco, una quisquilia da nulla in confronto alle sfere celesti che ruotano da sempre nell'universo senza fine ed un piccolo e trascurabile soffio contro un muro che più alto e forte di così proprio non poteva essere costruito.
E i secondi scorrono via veloci nella fuga a mille e più mani che è l'esistenza, nella quale la partitura è sempre sovrapposta a disegni di bambini che hanno chiuso gli occhi credendo di star sognando per non aprirli mai più ed a fiori che non sono mai sbocciati perchè alla loro pallida Primavera seguì subito l'Inverno, così scorre anche la mia volontà acerba di accettare quello che è stato fatto, ciò che è stato sbagliato ed anche e soprattutto quel che sarebbe potuto essere stato fatto meglio, prima e con minor fatica.
Io guardo alle cose che vengono da sole, assieme ai giorni, assieme alla gente che passa e che non rivedrò se non nei miei ricordi sbagliati, nei pensieri malnati e nei fotogrammi staccati di una pellicola ferma nella sala vuota su uno schermo bianco.
Ed è bianco anche lo schermo che mi paro davanti con i verbi eleganti, appellandomi ai santi, per fare di me quello che ero nei sogni che avevo prima di alzarmi al mattino.
Anch'io sono stato bambino.
Oppure.
No, non ci credo quasi mai nel destino.
Quando penso che le mie fantasie romantiche con Isla Fisher si possono ancora avverare prima della sua menopausa, o della mia.
Perchè il destino è stata la prima produzione veramente fordiana adi un bene, in catena di montaggio, con quelle parche crumire e senzaddio che ne mettevano insieme uno per ciascuno che apriva gli occhi, forse perchè gli occhi sarebbe stato meglio che non li avesse mai aperti o forse proprio per non permettergli di tornare indietro, dove si stava meglio.
Il destino non c'è, quando ti va bene, e pensi che sia stato inventato in Germania sul finire della seconda guerra mondiale assieme alle V2 che mancavano quasi sempre il bersaglio e non riuscivano a colpire le fabbriche di dandy spaziali coi quali la perfida Albione avrebbe invaso il mondo intero negli anni sessanta.
E c'è da credere che non esista, e non perchè lo dicono e lo sostengono con forza le lobby consociate del maggiori produttori di purganti per cavalli ed anche quelle degli UMA, gli animali sconosciuti, come il chupacabras, il sasquatch e la fidanzata fedele, ma soprattutto perchè se fai qualcosa le cose cambiano, almeno un po', almeno qualche volta.
Quando non sei disperato e stanco, come un capriolo sepolto nella neve che si lascia morire, come un bambino che non ha da mangiare e come un uomo che guarda piangendo la sua donna andare.
Oppure.