Ti posso solo parlare della mia esperienza diretta. Ho sempre considerato il rancore come espressione di paura, di debolezza, esattamente come considero l'aggressività.A prescindere dallo scambio con Mari'.
Ti quoto in toto.
E ti chiedo del rancore. Io se vengo offesa ci resto male, ci piango, ma il rancore no. Non mi viene...nè riesco a fare del male vero. Dispetti forse...e nemmeno.
Mi manca la forza per difendermi?
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Non ho mai fatto sforzo per esimermene, evidentemente, pensavo, non fa parte di me.
Quando però, in seguito al tradimento, mi sono reso conto che non reggevo più il carico di tutto quanto mi aveva negli anni scaricato addosso mia moglie, ecco che ho visto comparire, in profondità, questo insopportabile sentimento.
L'ho sempre osteggiato, quando ho potuto, ma ne sono rimasto spaventato, perchè mi sono trovato ad affrontare emozioni che non riuscivo a controllare.
Mi sono reso conto che, come pensavo, è una forma di difesa, un meccanismo che nasce dall'istito più atavico, e pertanto è davvero difficile, non avendone esperienza quotidiana, rapportarsi ad esso con consapevolezza.
Il rancore è segno di squilibrio interiore, segno del non bastare a sè stessi e quindi scaricare il proprio malessere sui responsabili, veri o presunti, della propria condizione.
E' parte dell'istinto di sopravvivenza, e come tutti gli istinti, va controllato il più possibile consapevolmente, ma mai cancellato del tutto, pena rimanere sconfitti dalla vita al primo attacco.