Cattivome

Nocciola

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Staff Forum
Chi ha subito violenza e abortisce non ha nessun bisogno di ricamare, di solito odia il bambino che porta in grembo perchè è il frutto della violenza che ha subito e gliela ricorda, ossessionandola. Se riesce a non odiare il bambino che porta in grembo non abortisce, e se non se la sente di fargli da madre lo dà in adozione.

"Ricamare" = derubricare l'atto dell'aborto, nascondendosi più o meno efficacemente la sua realtà, che è, come ognun sa, l'uccisione di un bambino. La derubricazione perfetta è dire e dirsi che il bambino non è una persona umana, ma materiale biologico (tutti siamo, anche, se considerati sotto il profilo biochimico, "materiale biologico").

E' la stessa strategia di derealizzazione che si persegue sempre quando di vuole uccidere qualcuno, specie se se ne vogliono uccidere tanti: si disumanizza. Per esempio, si disumanizza con una ideologia politica (nemico di classe, appartenente a una razza inferiore e nemica, e via dicendo) o in questo caso scientista (non è una persona, è privo di coscienza per cui è materiale biologico). Lo si fa perchè ci sono forti inibizioni a uccidere, che così si superano più facilmente.
Certo che sarà mai dopo una violenza tenere in grembo un bambino per 9 mesi eogni giorno di ricorda quella violenza, poi partorirlo (tanto sappiamo che è una passeggiata il psrto)e poi darlo in adozione.
Perché l'aborto lo fai perché odi il bambino.
Io sono allibita ma davvero eh
 

Brunetta

Utente di lunga data
La coscienza è sempre potenziale, perchè si sviluppa e può svilupparsi (oppure no) sino alla morte. I feti non sanno fare le addizioni, però sentono, pensano, sognano. Non sono capaci di autoriflessione, a quanto ci risulta. Aggiungo che la coscienza, intesa come autoriflessione, si può tranquillamente perdere anche da adulti in seguito a incidente o malattia; si può anche nascere con una coscienza diminuita rispetto alla norma, per esempio se si è affetti dal morbo di Down, e non per questo, almeno sinora, si è passibili di eliminazione legale.
Se il benchmark in cui la coscienza è ritenuta tale da qualificare giuridicamente un essere umano come persona a tutti gli effetti è quello della coscienza adulta normale, allora secondo questa logica sono legalmente eliminabili tutti i bambini fin verso i 7-9 anni, molti vecchi, tutti i malati mentali.
Il figlio fantasmatico qui non c'entra niente (c'entra spesso quando mi trovo sul lettino una paziente che ha abortito, ma questa è un'altra storia). Non sto facendo una campagna per l'abolizione della legge 184, non me ne importa niente, non è il mio mestiere e non ho ambizioni politiche.
Vorrei soltanto segnalare una cosa di estrema semplicità, cioè che quando si abortisce si uccide un bambino, non ci si sbarazza di materiale biologico. Capisco che la cosa può urtare, ma in effetti è così, e tutti i ricami ci si fanno sopra secondo me fanno veramente male alla salute mentale, anche e in particolar modo a quella di chi abortisce, perchè compiere un atto veramente grave senza volersene rendere conto è devastante per la psiche, che invece sa benissimo come stanno le cose, reagisce da par suo, e ti fa scontare condanne in confronto alle quali le sanzioni pre legge 184 fanno ridere.
Non capisco perché tu dici che non c'entra il figlio fantasmatico per poi dire che resta nella psiche.
 

Foglia

utente viva e vegeta
Tipo (parlo di un medico) uccidere qualcuno che te lo chiede perchè non ne può più di sopportare una malattia che non guarirà mai e lo fa soffrire troppo. Se ti sembra che vada fatto lo fai e te ne prendi responsabilità e rischi. Sono invece contrario a istituzionalizzare l'eutanasia o il suicidio assistito perchè l'istituzionalizzazione routinizza, non ci si fa più caso, si va in automatico, non ci si ricorda più che le questioni di vita e di morte non sono scherzi, e come ciliegina sulla torta si apre una porta pericolosa assai, quella della moral suasion di parenti in attesa dell'eredità + lo Stato che vuole togliere dalle spese tanta gente improduttiva e costosa.
Cioè l'eutanasia demandata alle sensazioni ed alla responsabilità del medico che ti trovi davanti? :rolleyes:
 

Foglia

utente viva e vegeta
Certo che sarà mai dopo una violenza tenere in grembo un bambino per 9 mesi eogni giorno di ricorda quella violenza, poi partorirlo (tanto sappiamo che è una passeggiata il psrto)e poi darlo in adozione.
Perché l'aborto lo fai perché odi il bambino.
Io sono allibita ma davvero eh

Non credo fosse quello che intendesse dire.

Cioè... Credo intendesse che il caso della violenza conclamata rientri nella ratio della legge.

Così come i casi di aborto cd. "terapeutico".

Certo la soluzione di astenersi dal dettare una normativa in punto mi pare francamente più rischiosa. E addirittura "mettere in mano" alla coscienza del medico una decisione così delicata, in una situazione di illegalità (parlo di aborto così come di eutanasia) mi sembra l'ennesimo modo istituzionale per "scaricarsi responsabilità".

Certo che credo bene debbano esserci limiti: di sicuro preferisco sapere che ho il diritto di abortire entro i tre mesi piuttosto che la scelta di farlo nella illegalità, con medici che spesso la coscienza non la usano neppure su di me. L'eutanasia? Direi che attendere il medico che "nella sua coscienza" decida se del caso di porre fine alle mie sofferenze sia una ipotesi degna di cronaca nera, non di un paese che -in quanto si definisce civile - dovrebbe anche in questo caso non solo mettere limiti, ma anche saperli fare rispettare.

Quando ancora non ero madre, credevo che l'aborto fosse difficile, ma non pressoché impossibile. Da madre ti dirò... Credo non abortirei mai. Però so bene cosa vuol dire condividere il tuo corpo. E ritengo sacrosanto che se una non se la sente debba avere la possibilità di scegliere. Non in qualsiasi momento, non nella illegalità e soprattutto non per scelta discrezionale di un medico. Se non si vogliono alimentare per davvero i medici che scelgono una cosa soltanto, e cioè quella di fare gli sciacalli. Eh già. Perché nessuno di buon senso commetterebbe un reato aggratis.
 

Divì

Utente senza meta
Non capisco perché tu dici che non c'entra il figlio fantasmatico per poi dire che resta nella psiche.
Non c'entra sul piano logico all'interno del quale si sta conducendo il "dibattito" ..... che non è né religioso né politico né psicologico. Secondo me siamo sul piano antropologico e del diritto, nel luogo dove questi due piani si intersecano. E io non capisco veramente lo "scandalo" sollevato da quanto sostenuto da [MENTION=7008]twinpeaks[/MENTION].
 

Foglia

utente viva e vegeta
Non c'entra sul piano logico all'interno del quale si sta conducendo il "dibattito" ..... che non è né religioso né politico né psicologico. Secondo me siamo sul piano antropologico e del diritto, nel luogo dove questi due piani si intersecano. E io non capisco veramente lo "scandalo" sollevato da quanto sostenuto da [MENTION=7008]twinpeaks[/MENTION].
L'equivoco nasce dal fatto che si ritiene che il diritto tuteli in assoluto degli interessi. Ed è una convinzione sbagliata. Il diritto molto spesso tutela un interesse e, per farlo, ne comprime un altro. Ora non so, e' pure vero che molte leggi fanno cacare (da un punto di vista prettamente tecnico), anche in quanto troppo fumose, o semplicemente perché -fatta la legge - poi non si trova il modo di farla applicare correttamente. Alcuni principi tuttavia -lungi dall'essere fumosi - sono stati creati per avere ampia portata. Come il requisito della sofferenza della donna, nel caso di aborto. Questo non a caso, ma perché ci sono altri requisiti, previsti dalla legge, che al contrario sono molto "stringenti" (come i termini per poterlo praticare). Così vengono contemperati gli interessi. Se lo stato dice che in questi termini l'aborto non è il male assoluto, non sta dicendo che è "giusto" abortire. Sta dicendo che abortire e' lecito, a condizioni precise, lascia libertà alla decisione della donna che tuttavia non può attendere che il bimbo si sviluppi oltre un certo stadio. Non è un derubricare. E' un contemperare più interessi. Nessuno potrebbe dire di "non stare uccidendo", ma neppure una donna deve trovarsi istituzionalmente costretta a subire conseguenze fisiche e psicologiche che non vuole. E la materia è talmente delicata che sarebbe assai peggio se lo stato se ne lavasse mani e piedi, vietando sempre e comunque.
 

Divì

Utente senza meta
L'equivoco nasce dal fatto che si ritiene che il diritto tuteli in assoluto degli interessi. Ed è una convinzione sbagliata. Il diritto molto spesso tutela un interesse e, per farlo, ne comprime un altro. Ora non so, e' pure vero che molte leggi fanno cacare (da un punto di vista prettamente tecnico), anche in quanto troppo fumose, o semplicemente perché -fatta la legge - poi non si trova il modo di farla applicare correttamente. Alcuni principi tuttavia -lungi dall'essere fumosi - sono stati creati per avere ampia portata. Come il requisito della sofferenza della donna, nel caso di aborto. Questo non a caso, ma perché ci sono altri requisiti, previsti dalla legge, che al contrario sono molto "stringenti" (come i termini per poterlo praticare). Così vengono contemperati gli interessi. Se lo stato dice che in questi termini l'aborto non è il male assoluto, non sta dicendo che è "giusto" abortire. Sta dicendo che abortire e' lecito, a condizioni precise, lascia libertà alla decisione della donna che tuttavia non può attendere che il bimbo si sviluppi oltre un certo stadio. Non è un derubricare. E' un contemperare più interessi. Nessuno potrebbe dire di "non stare uccidendo", ma neppure una donna deve trovarsi istituzionalmente costretta a subire conseguenze fisiche e psicologiche che non vuole. E la materia è talmente delicata che sarebbe assai peggio se lo stato se ne lavasse mani e piedi, vietando sempre e comunque.
Sono abbastanza d'accordo, per quel poco, pochissimo che so di diritto.

Io peraltro credo che normare TUTTO sia impossibile oltre che terribilmente paternalistico.
Alla fine c'è sempre qualcuno limitato in modo radicale nella propria autodeterminazione. Secondo me.
 

Foglia

utente viva e vegeta
Sono abbastanza d'accordo, per quel poco, pochissimo che so di diritto.

Io peraltro credo che normare TUTTO sia impossibile oltre che terribilmente paternalistico.
Alla fine c'è sempre qualcuno limitato in modo radicale nella propria autodeterminazione. Secondo me.
Ti dirò che c'è ben poco che non è normato.

Il problema è che le norme sono appunto norme, non necessariamente (anzi quasi mai) aderiscono al caso concreto. E le soluzioni sono due: o si da' la possibilità di arrivare in Cassazione per vedere coniare un principio sul singolo caso (e quindi devi avere a disposizione una decina d'anni... Cosa che non c'è per l'aborto), oppure lasci volutamente "aperti" certi concetti (come il rischio per la salute psicofisica della donna), e stringi su altri requisiti più oggettivi.
 

spleen

utente ?
Beh circa, per certe religioni estremiste o sei "dei loro" o sei "contro di loro"
Mi riferisco al concetto cattolico della sacralità della vita dal concepimento. Il concepito è sacro perchè è "cosa di dio" indisponibile a tutte le altre creature compresa la madre che è attrice responsabile della gravidanza ma non della vita del nascituro. Il battesimo centra un cazzo. Questo dice la dottrina cattolica, che si condivida o meno, e ognuno ovviamente è libero di pensarla come vuole.
 

twinpeaks

Utente di lunga data
Non capisco perché tu dici che non c'entra il figlio fantasmatico per poi dire che resta nella psiche.
Evidentemente non ci siamo intesi. Io dicevo: il figlio fantasmatico non c'entra niente con le motivazioni dell'aborto, tranne nel caso delle donne che abortiscono in serie, che spesso provano a scacciare un fantasma con un aaltro fantasma, ad infinitum. Invece c'entra quando una donna abortisce, perchè il figlio abortito diventa fantasmatico per il quale è impossibile elaborare il lutto e che di solito produce sensi di colpa immani (specie se non c'è stato rimorso, cioè colpa assunta coscientemente).
 

twinpeaks

Utente di lunga data
Cioè l'eutanasia demandata alle sensazioni ed alla responsabilità del medico che ti trovi davanti? :rolleyes:
Meglio un medico che si assume la responsabilità e rischia la galera di un medico che ti fa fuori timbrando il cartellino. Le questioni di vita e di morte non sono uno scherzo e non devono diventare routine.
 

twinpeaks

Utente di lunga data
Certo che sarà mai dopo una violenza tenere in grembo un bambino per 9 mesi eogni giorno di ricorda quella violenza, poi partorirlo (tanto sappiamo che è una passeggiata il psrto)e poi darlo in adozione.
Perché l'aborto lo fai perché odi il bambino.
Io sono allibita ma davvero eh
Il caso di una donna violentata che rimane incinta e vuole abortire è un caso esemplare di "stato di necessità", quello previsto dalla nostra legge; perchè se le si proibisce di abortire i "danni gravi" psicologici li subisce eccome. Che odi il bambino è reazione normale, nel bambino la donna in generale ama anche l'uomo che glielo ha dato, se lo ama. Se lo odia, e in questo caso è più che giustificato che lo odi, spesso odia anche il bambino, anche se naturalmente sa che il bambino non ha la minima colpa della violenza.
E' invece insolita, ma capita, la reazione contraria, cioè che la donna violentata ami il bambino nonostante tutto. A volte lo ama ma non se la sente (o non può per ragioni esteriori) fargli da madre, e allora lo dà in adozione.
 

twinpeaks

Utente di lunga data
Non credo fosse quello che intendesse dire.

Cioè... Credo intendesse che il caso della violenza conclamata rientri nella ratio della legge.

Così come i casi di aborto cd. "terapeutico".

Certo la soluzione di astenersi dal dettare una normativa in punto mi pare francamente più rischiosa. E addirittura "mettere in mano" alla coscienza del medico una decisione così delicata, in una situazione di illegalità (parlo di aborto così come di eutanasia) mi sembra l'ennesimo modo istituzionale per "scaricarsi responsabilità".

Certo che credo bene debbano esserci limiti: di sicuro preferisco sapere che ho il diritto di abortire entro i tre mesi piuttosto che la scelta di farlo nella illegalità, con medici che spesso la coscienza non la usano neppure su di me. L'eutanasia? Direi che attendere il medico che "nella sua coscienza" decida se del caso di porre fine alle mie sofferenze sia una ipotesi degna di cronaca nera, non di un paese che -in quanto si definisce civile - dovrebbe anche in questo caso non solo mettere limiti, ma anche saperli fare rispettare.

Quando ancora non ero madre, credevo che l'aborto fosse difficile, ma non pressoché impossibile. Da madre ti dirò... Credo non abortirei mai. Però so bene cosa vuol dire condividere il tuo corpo. E ritengo sacrosanto che se una non se la sente debba avere la possibilità di scegliere. Non in qualsiasi momento, non nella illegalità e soprattutto non per scelta discrezionale di un medico. Se non si vogliono alimentare per davvero i medici che scelgono una cosa soltanto, e cioè quella di fare gli sciacalli. Eh già. Perché nessuno di buon senso commetterebbe un reato aggratis.
Nella teoria, secondo la legge italiana la decisione di permettere l'aborto è già nelle mani del medico, perchè deve essere lui a certificare lo "starto di necessità" della gestante, e a avallare il requisito dei danno gravi, fisici o psicologici, che le produrrebbe portare a termine la gravidanza. Nella pratica invece, sia per la vaghezza dell'articolo di legge, sia per la routinizzazione, sia per l'ideologia prevalente, la donna nei primi tre mesi abortisce quando vuole (dopo i medici un il becco ce lo mettono, almeno un po').
Questa facoltà di abortire a proprio arbitrio però non può esserle conferita apertamente, perchè conferire a un privato il diritto di uccidere a suo arbitrio solleva problemini non da poco. Altrimenti bisogna stabilire per legge che il feto non è persona umana, cosa che solleva altri problemini.
 

Foglia

utente viva e vegeta
Meglio un medico che si assume la responsabilità e rischia la galera di un medico che ti fa fuori timbrando il cartellino. Le questioni di vita e di morte non sono uno scherzo e non devono diventare routine.
Scusa eh. Ma di affidarmi a un medico pazzo proprio no.
 

Foglia

utente viva e vegeta
Nella teoria, secondo la legge italiana la decisione di permettere l'aborto è già nelle mani del medico, perchè deve essere lui a certificare lo "starto di necessità" della gestante, e a avallare il requisito dei danno gravi, fisici o psicologici, che le produrrebbe portare a termine la gravidanza. Nella pratica invece, sia per la vaghezza dell'articolo di legge, sia per la routinizzazione, sia per l'ideologia prevalente, la donna nei primi tre mesi abortisce quando vuole (dopo i medici un il becco ce lo mettono, almeno un po').
Questa facoltà di abortire a proprio arbitrio però non può esserle conferita apertamente, perchè conferire a un privato il diritto di uccidere a suo arbitrio solleva problemini non da poco. Altrimenti bisogna stabilire per legge che il feto non è persona umana, cosa che solleva altri problemini.

Scuasa tanto, ma la legge almeno la hai letta, o lo dici così "per il sentito dire" filtrato magari dai medici? Chiedo, non è polemica.
Comunque, copio incollo gli artt.4 e 5 della 194, che non a caso parlano di "interruzione VOLONTARIA della gravidanza", così eliminiamo qualche dubbio:

Articolo 4

Per l'interruzione volontaria della gravidanza entro iprimi novanta giorni, ladonnache accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, ilparto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisicao psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizionieconomiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto ilconcepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, sirivolge ad un consultorio pubblico istituito ai sensi dell'articolo 2, letteraa), della legge 29 luglio 1975 numero 405, o a una struttura socio-sanitaria aciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia.

Articolo 5

Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire inecessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmentequando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivatadall'incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salutedella gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove ladonna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donnae della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni deiproblemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero allainterruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoidiritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento attoa sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante lagravidanza sia dopo il parto.

Quando la donna si rivolge al medico di sua fiducia questi compie gliaccertamenti sanitari necessari, nel rispetto della dignità e della libertàdella donna; valuta con la donna stessa e con il padre del concepito, ove ladonna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donnae della persona indicata come padre del concepito, anche sulla base dell'esitodegli accertamenti di cui sopra, le circostanze che la determinano a chiederel'interruzione della gravidanza; la informa sui diritti a lei spettanti e sugliinterventi di carattere sociale cui può fare ricorso, nonché sui consultori ele strutture socio-sanitarie.

Quando il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medicodi fiducia, riscontra l'esistenza di condizioni tali da rendere urgentel'intervento, rilascia immediatamente alla donna un certificato attestantel'urgenza.

Con tale certificato la donna stessa può presentarsi ad una delle sediautorizzate a praticare la interruzione della gravidanza.

Se non viene riscontrato il caso di urgenza, al termine dell'incontro il medicodel consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, difronte alla richiesta della donna di interrompere la gravidanza sulla basedelle circostanze di cui all'articolo 4, le rilascia copia di un documento,firmato anche dalla donna, attestante lo stato di gravidanza e l'avvenutarichiesta, e la invita a soprassedere per sette giorni. Trascorsi i settegiorni, la donna può presentarsi, per ottenere la interruzione dellagravidanza, sulla base del documento rilasciatole ai sensi del presente comma,presso una delle sedi autorizzate




Il medico è un supporto (al pari eventualmente del compagno), ma nulla fa equivocare, nel testo della legge, che la DECISIONE di abortire nei primi tre mesi possa essere nelle mani di altri, che non sia la donna.

Da questo (cioè dal dato normativo) bisogna partire. Se falsiamo questa base di partenza, non andiamo lontani da quelle che sono, alla fine, basi ampiamente "filtrate" dalle proprie opinioni.
 
Ultima modifica:

Brunetta

Utente di lunga data
Non credo fosse quello che intendesse dire.

Cioè... Credo intendesse che il caso della violenza conclamata rientri nella ratio della legge.

Così come i casi di aborto cd. "terapeutico".

Certo la soluzione di astenersi dal dettare una normativa in punto mi pare francamente più rischiosa. E addirittura "mettere in mano" alla coscienza del medico una decisione così delicata, in una situazione di illegalità (parlo di aborto così come di eutanasia) mi sembra l'ennesimo modo istituzionale per "scaricarsi responsabilità".

Certo che credo bene debbano esserci limiti: di sicuro preferisco sapere che ho il diritto di abortire entro i tre mesi piuttosto che la scelta di farlo nella illegalità, con medici che spesso la coscienza non la usano neppure su di me. L'eutanasia? Direi che attendere il medico che "nella sua coscienza" decida se del caso di porre fine alle mie sofferenze sia una ipotesi degna di cronaca nera, non di un paese che -in quanto si definisce civile - dovrebbe anche in questo caso non solo mettere limiti, ma anche saperli fare rispettare.

Quando ancora non ero madre, credevo che l'aborto fosse difficile, ma non pressoché impossibile. Da madre ti dirò... Credo non abortirei mai. Però so bene cosa vuol dire condividere il tuo corpo. E ritengo sacrosanto che se una non se la sente debba avere la possibilità di scegliere. Non in qualsiasi momento, non nella illegalità e soprattutto non per scelta discrezionale di un medico. Se non si vogliono alimentare per davvero i medici che scelgono una cosa soltanto, e cioè quella di fare gli sciacalli. Eh già. Perché nessuno di buon senso commetterebbe un reato aggratis.
Quoto tutto.
 

Brunetta

Utente di lunga data
Evidentemente non ci siamo intesi. Io dicevo: il figlio fantasmatico non c'entra niente con le motivazioni dell'aborto, tranne nel caso delle donne che abortiscono in serie, che spesso provano a scacciare un fantasma con un aaltro fantasma, ad infinitum. Invece c'entra quando una donna abortisce, perchè il figlio abortito diventa fantasmatico per il quale è impossibile elaborare il lutto e che di solito produce sensi di colpa immani (specie se non c'è stato rimorso, cioè colpa assunta coscientemente).
Se sei sicuro tu... secondo me il figlio fantasmatico esiste dai tredici anni.
 

twinpeaks

Utente di lunga data
Scuasa tanto, ma la legge almeno la hai letta, o lo dici così "per il sentito dire" filtrato magari dai medici? Chiedo, non è polemica.
Comunque, copio incollo gli artt.4 e 5 della 194, che non a caso parlano di "interruzione VOLONTARIA della gravidanza", così eliminiamo qualche dubbio:

Articolo 4

Per l'interruzione volontaria della gravidanza entro iprimi novanta giorni, ladonnache accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, ilparto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisicao psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizionieconomiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto ilconcepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, sirivolge ad un consultorio pubblico istituito ai sensi dell'articolo 2, letteraa), della legge 29 luglio 1975 numero 405, o a una struttura socio-sanitaria aciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia.

Articolo 5

Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire inecessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmentequando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivatadall'incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salutedella gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove ladonna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donnae della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni deiproblemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero allainterruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoidiritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento attoa sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante lagravidanza sia dopo il parto.

Quando la donna si rivolge al medico di sua fiducia questi compie gliaccertamenti sanitari necessari, nel rispetto della dignità e della libertàdella donna; valuta con la donna stessa e con il padre del concepito, ove ladonna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donnae della persona indicata come padre del concepito, anche sulla base dell'esitodegli accertamenti di cui sopra, le circostanze che la determinano a chiederel'interruzione della gravidanza; la informa sui diritti a lei spettanti e sugliinterventi di carattere sociale cui può fare ricorso, nonché sui consultori ele strutture socio-sanitarie.

Quando il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medicodi fiducia, riscontra l'esistenza di condizioni tali da rendere urgentel'intervento, rilascia immediatamente alla donna un certificato attestantel'urgenza.

Con tale certificato la donna stessa può presentarsi ad una delle sediautorizzate a praticare la interruzione della gravidanza.

Se non viene riscontrato il caso di urgenza, al termine dell'incontro il medicodel consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, difronte alla richiesta della donna di interrompere la gravidanza sulla basedelle circostanze di cui all'articolo 4, le rilascia copia di un documento,firmato anche dalla donna, attestante lo stato di gravidanza e l'avvenutarichiesta, e la invita a soprassedere per sette giorni. Trascorsi i settegiorni, la donna può presentarsi, per ottenere la interruzione dellagravidanza, sulla base del documento rilasciatole ai sensi del presente comma,presso una delle sedi autorizzate




Il medico è un supporto (al pari eventualmente del compagno), ma nulla fa equivocare, nel testo della legge, che la DECISIONE di abortire nei primi tre mesi possa essere nelle mani di altri, che non sia la donna.

Da questo (cioè dal dato normativo) bisogna partire. Se falsiamo questa base di partenza, non andiamo lontani da quelle che sono, alla fine, basi ampiamente "filtrate" dalle proprie opinioni.
La ratio della legge è lo stato di necessità della gestante. La formulazione è annacquatissima (la ratio sopravvive in forma larvale nella dizione "accertamentti sanitari necessari"), ma sempre di stato di necessità si tratta, altrimenti non si vede perchè mai la donna dovrebbe rivolgersi ai medici per ottenere il documento/permesso indispensabile per abortire: se la decisione fosse completamente autonoma e arbitraria, non ce ne sarebbe nessun motivo. Chi volesse abortire si rivolgerebbe al medico, e tranne il caso in cui l'intervento presentasse pericoli per lei, il medico praticherebbe l'aborto senza alcun bisogno di documenti e permessi, esattamente come quando si richiede una prestazione medica qualsiasi, per esempio un intervento chirurgico per la rimozione di una cisti.

Poi è evidente nella formulazione della legge che si tratta, nei fatti, di uno stato di necessità autocertificato. Uno stato di necessità autocertificato è logicamente contraddittorio, e si traduce, in pratica, in una decisione arbitraria del soggetto.

Chiarisco: uno stato di necessità autocertificato è logicamente contraddittorio perchè lo stato di necessità si invoca quando una persona commette un atto normalmente punito dalla legge, come un furto o un omicidio, e chiede di essere prosciolto non perchè il fatto non costituisca reato, ma perchè ha agito "in stato di necessità". Esempio: muoio di fame, rubo un prosciutto, non sono punibile perchè ho agito "in stato di necessità". Naufrago, mi aggrappo con un altra persona a un relitto che può tenere a galla uno solo di noi, do una botta in testa al mio compagno e lo faccio annegare, chiedo di essere prosciolto perchè ho agito "in stato di necessità". In entrambi i casi, dovrò dimostrare al giudice che davvero morivo di fame, e davvero il relitto poteva sostenere una persona sola. Se gli presento una autocertificazione il giudice mi spedisce in galera.

La ragione di questo trucco tipicamente democristiano è semplice: che qualora si dicesse chiaramente e formalmente "la donna ha il diritto di abortire a suo arbitrio", ne conseguirebbero logicamente o l'una o l'altra di due cose piuttosto serie: a) si afferma esplicitamente e formalmente nel giure che il feto NON è una persona, e dunque se ne può disporre a proprio piacimento b) oppure, se si concede che il feto E' una persona, si afferma esplicitamente e formalmente che un privato cittadino ha il diritto di uccidere un'altra persona, a suo arbitrio. Entrambe le possibilità aprono porte logiche inquietanti, e dunque, per salvare capra e cavoli, cioè per concedere nei fatti alle donne il diritto di abortire a proprio arbitrio , e negarlo nel principio, il legislatore ha preso la classica via del "si fa ma non si dice".
L'ha fatto così bene che oggi tutti pensano che la donna "ha il diritto di scegliere" di abortire; mentre in realtà ne ha solo il potere, che è una cosa diversa, a meno che non si pensi che "might makes right".
 
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