No, il minestrone viene dal fatto che continui a girare intorno alla parola giusta.
Anaffettivo.
Le relazioni, quando non sono solo convenienza, protezione reciproca, gestione della casa, figli, soldi e favori materiali, si reggono su una cosa molto semplice: capacità di produrre affetto, scambiare affetto, gestire affetto.
Cura, attenzione, tempo perso volentieri. Quelle cose inutili, improduttive, non rendicontabili, che però fanno la differenza tra vivere con una persona e condividere il perimetro con un elettrodomestico.
Se una persona non sa dare affetto — per infanzia, carattere, traumi, educazione, padre assente, madre fredda, il cazzo che vuoi — non la devi infilare dentro una relazione sperando che il sacramento, i figli, la pazienza o la tua ostinazione la trasformino.
Non vai a scalare l’Everest con una Panda 4x4 per dimostrare che ci credi abbastanza.
Alla fine cosa ottieni? Bicchierate di fiele, solitudine in compagnia, anni passati a chiederti se pretendi troppo, se sei tu poco espansiva, se magari lui “a modo suo” ci tiene, se non sa dimostrarlo, se sotto sotto.
Sotto sotto un cazzo.
Se uno non chiede com’è andata una visita preoccupante di suo figlio, il problema non è il suo “modo diverso di amare”. È che non sa stare dentro l’affetto in modo decente. Poi magari paga, organizza, accompagna, fa il padre sul piano logistico. Benissimo. Ma l’affettività è un’altra stanza, e lui quella stanza sembra non sapere nemmeno dove sia.
E tu ci hai costruito intorno una statua di fango. Con tigna, fatica, testardaggine, senso del dovere, figli, casa, anni, giustificazioni. Solo che il fango resta fango. Quando non ci sarai più tu a tenerlo in forma con le mani, dopo tre piogge non rimarrà niente di tutto lo sforzo.
Il motivo per cui poi una resta nel tradimento invece di lasciare può essere qualunque cosa: autostima bassa, valore percepito basso, paura di perdere la partita, figli usati come argomento nobile, abitudine, convenienza, terrore del vuoto, idea che il risultato conti meno dell’essere arrivata fino in fondo.
Una mia amica psicologa mi ha detto una volta della mia ex moglie con aria da saputella: ognuno è fatto a modo suo, non ti dice ti amo ma ti va a fare la spesa. Il consiglio di reinventarsi come massaggiatrice con le pietre calde è nato lì. Io la spesa me la faccio benissimo da solo, anzi probabilmente pure meglio, visto che non devo pensare e decidere per due, modificando i miei processi decisionali per includere te.
Se le parole non ti escono, vuol dire che le cose non le provi.
Basta con ste favole, se non hai problemi a mettere un capezzolo su facebook, hai problemi a dire ti amo o ad abbracciarmi quando torno devastato dopo 14 ore di ufficio? Ma vaffanculo, va

Però attenzione alla favola più tossica: quella dei figli felici perché i genitori fanno finta.
I figli non sono scemi. Sentono l’aria. Vedono il distacco. Registrano chi chiede e chi non chiede, chi c’è e chi galleggia, chi protegge e chi recita presenza.
La cosa peggiore che una madre possa fare, in questi casi, è diventare il tappo del padre anaffettivo. Passare la vita a dire: “Ma no, papà ti vuole bene, solo che non lo sa dimostrare”.
No.
Papà non sa voler bene in quel modo. O non ci riesce. O non gli viene. E questo non significa sputargli addosso davanti ai figli. Significa smettere di fargli da scudo.
Perché a forza di proteggere l’immagine dell’altro, spesso finisci per lasciare soli proprio quelli che volevi proteggere.