[Mia moglie, all’epoca, mi ha chiesto perdono.
In questi anni però non sempre l’ho sentita vicina.
Lei mi ha detto una volta che non è facile starmi vicino.
Che sono io, talvolta, a non permetterglielo.
Forse inconsciamente è un modo per fargliela pagare.
Le nostre vite, come quelle di tutti, sono piene di problemi.
E con una figlia è difficile fermarsi e fare il punto della situazione.
Ma quando mi fermo non mi sembra di essere andato avanti più di tanto da tre anni fa.
Sono ancora ferito a morte.
“Tutto” qui.
Scusami, ma a te non capita di pensare quanto sia frequente certa miopia che ci colpisce rendendoci spaventosamente ottusi, prigionieri di noi stessi?
A me succede sempre più spesso negli ultimi tempi: mi guardo indietro e trovo senza fondamento sofferenze, idee e convinzioni che ieri mi sembravano sacrosante, ineludibili, e per le quali ho speso inutilmente l'anima.
Ti leggo e "ferito a morte" mi mette i brividi.
Intendiamoci, comprendo bene quello che vuoi dire, ma oggi non posso fare a meno di notare una visione corta del dolore, l'uso disinvolto delle parole.
"Le parole sono importanti", diceva qualcuno.
La mano armata sarebbe quella di tua moglie?
Vuoi forse dire che tu sei inerme, in balìa degli altri e degli eventi?
Non hai alcuna forza, nessuna capacità di azione?
O forse confondi tua moglie con quel giudice severo che non lasciando scampo a lei, non può lasciarlo neanche a te?
Fai una cosa, portalo un po' in giro questo gigante cieco, hai visto mai riuscisse a recuperare qualche diottria.
Portalo in un reparto di malati terminali, fagli sentire l'odore acre che c'è dove il tempo sta per finire, dove non c'è più spazio per la volontà, i sogni, i desideri, il pranzo di domani, quella telefonata, un biglietto aereo, gli auguri di Natale.
Descrivigli lo sguardo di chi è davvero ferito a morte, la maschera di dolore che implora pietà, fagli ascoltare la voce muta della paura, i pensieri che corrono al mare in un corpo immobile.
Poi lascialo lì.
Tu torna a casa.