Inizi
La carriera criminale di Felice Maniero comincia dall'adolescenza quando aiuta lo zio Renato e la sua banda nei furti di bestiame, nelle piccole rapine e nel nascondere le armi lungo le rive del fiume Brenta. Fin da giovane diceva che sarebbe stato felice di andare in carcere perché così avrebbe dimostrato di non essere inferiore agli altri.
Quando era da poco maggiorenne capì che l'oro era molto più redditizio dell'abigeato così cominciò a dedicarsi alle rapine di laboratori dove si lavora il metallo biondo facendosi aiutare da alcuni amici di Campolongo Maggiore. In quegli anni in Veneto si lavorava il 75% dell'oro mondiale. [senza fonte] ed aveva la crescita del PIL più alta in Europa
Ascesa criminale
Maniero entra quindi in contatto con le bande di Venezia, di Mestre e con i membri delle mafie meridionali in quel periodo in soggiorno obbligato in Veneto. A Venezia il gruppo di Maniero impone ai cambisti del casinò una tangente di 1.500.000 lire al giorno mentre dai gruppi malavitosi ottiene droga e assimila alcune regole tipiche della malavita; in quel periodo la banda si rese colpevole di uno dei primi omicidi, quello di Gianni Barizza, un ricettatore che tenne per sé parte di una refurtiva. I contatti con la malavita si notano anche dalle condizioni in cui Barizza venne ritrovato, incaprettato, un modus operandi che non apparteneva alla cultura del luogo.
Dopo vent'anni di rapine, rapimenti, evasioni e omicidi, è divenuto il capo della Mala del Brenta, quando nell'agosto 1993 è arrestato sul suo yacht al largo di Capri.
Arresti ed evasioni
Arrestato per la prima volta nel 1980, nella sua lunga carriera colleziona una serie di clamorose evasioni: nel 1987 evade dal carcere di Fossombrone; dopo l'arresto del 1993 viene detenuto al carcere di massima sicurezza di Vicenza dove progetta un'evasione corrompendo, con la promessa di 80 milioni ciascuno, due guardie penitenziarie che però si ravvedono ed avvertono la direzione del carcere; si decide il trasferimento al supercarcere di Padova dove però, il 14 giugno 1994, è protagonista di un'altra clamorosa evasione assieme al braccio destro Antonio Pandolfo e ad altri fedelissimi (anche in questo caso con la corruzione, questa volta riuscita, di una guardia penitenziaria).
Catturato a Torino nel novembre successivo, viene condannato a 33 anni di reclusione, poi ridotti a venti anni e quattro mesi (pena definitiva). È stato difeso dall'avvocato veneziano Vittorio Usigli, noto alle cronache anche per un flirt con Ornella Vanoni.
Collaboratore di giustizia
Nel febbraio 1995 si pente e contribuisce a smantellare la sua banda.
Viene alloggiato a spese dello Stato con la famiglia in una lussuosa villa (in realtà la villa è sua) tanto che ne nasce uno scandalo con perdita della protezione per pentiti (In realtà la perde per essersi allontanato dal domicilio). Il 14 dicembre 1996 è condannato dalla Corte d'assise d'appello di Venezia a 11 anni di carcere e 60 milioni di lire di multa grazie alle attenuanti generiche e alla diminuente per la collaborazione. Solo il 2 maggio 1998 è arrestato per scontare la pena residua, quattro anni.
Diviene in seguito collaboratore di giustizia e viene ammesso al programma di protezione, da cui viene escluso per una serie di violazioni delle regole di comportamento[senza fonte]. (in realtà non ne è escluso, ne sono esclusi i familiari). In seguito cambia sia nome che volto e sconta la pena in una località segreta.
Nel febbraio 2006 il suo nome ritorna sui giornali per il suicidio della figlia trentunenne.[2]