Spesso chi è malato di depressione non sa di esserlo, lo nega, e i suoi problemi in questo caso, secondo me, meritano compassione.
E' una malattia. Nessuno viene criticato per avere la pressione alta, o il diabete, o la malaria o quel che è.
E caratteristica della depressione è non sapere, non vedere.
Ma Daniele sa. Daniele si crogiola nel suo star male. Si fregia delle sue disgrazie come una medaglia, con una gara a "chi sta più male al mondo" che trovo, in effetti, estremamente infantile.
Conosco la depressione e il dolore di Daniele spesso mi ha fatto provare affetto, comprensione, quant'altro per lui.
Ma il suo senso di compiacimento, la sua volontà a non considerare gli altri come esseri umani per una pretesa "superiorità" del suo dolore...
Può starci che questo sia un lato della malattia.
Ma Daniele sa di essere malato, e si rifiuta di provare a curarsi. Si isola volontariamente dall'umanità, gode di un odio generalizzato verso tutti, verso chi sta bene e soprattutto verso chi sta male, questi ultimi per avere la arrogante pretesa di aver diritto a soffrire come lui.
Ci sono malattie. Chi è malato avrà la comprensione che merita. Ma ci sono malattie che fanno male agli altri. E quando ci si rende conto di questo, si richiede che proprio la nostra intelligenza, di cui Daniele non sembra sprovvisto, tenga a bada la malattia.
Esempio, la pedofilia, gli stupratori seriali, i serial killer.
No, Daniele non ha fatto nulla di così terribile e spero che non lo faccia mai.
(Ma fa comunque del male a delle persone. Su madre per esempio. A quel che dice.)
Ma la compassione per una mente sconvolta non ha mai impedito che l'umanità proteggesse l'umanità da chi ha queste pericolose forme di distruzione e autodistruzione.
Va bene che Daniele si sfoghi come vuole, come preferisce, soprattutto se questo lo aiuta a tenere il suo mondo interiore e le sue fantasie perverse ben separato da quello reale.
Ma troppa condiscendenza non so quanto aiuti. Non lo so davvero.
Qualche volta la gentilezza serve solo come un pungolo per continuare pervicacemente nella propria strada.