Io ho proprio bisogno del grassetto.
Ho provato a farne a meno.
Ho messo in atto un sacco di stratagemmi per farmela bastare.
Mi sono raccontata tante storie.
Poi mi sono arresa. Semplicemente non posso.
Fuori dal letto sono bravissima a fare squadra. Anche il mio essere fluida rispetto ai generi e alla sessualità mi aiuta dal punto di vista relazionale: sono una buona tessitrice, riesco a tenere insieme persone, idee, differenze. Ma è lavoro.
Dentro Casa no.
Dentro Casa desidero, mi è vitale, andare ad accomodarmi nello sguardo dell’altro e che l’altro si accomodi nel mio.
Perché il mondo che costruiamo insieme ci appartiene e, allo stesso tempo, noi apparteniamo a quel mondo.
Scopare ho scopato, e parecchio. La pratica in sé non mi incuriosisce più di tanto, né mi basta l’intensità della fisicità.
E non mi bastano nemmeno i sentimenti.
Quelli, da soli, secondo me vanno bene nelle relazioni con gli altri animali e per merito degli animali.
Quello che mi tiene in una relazione, che la rende Casa, è altro.
È costruire e distruggere insieme, giorno dopo giorno, un universo che non è mai fermo, non è mai “dato”, ma continuamente fatto e disfatto.
Un universo vivo, rischioso, che cresce per attrito e trasformazione.
E in questo c’è anche una forma di crudeltà che non è un incidente, ma una componente del reale.
Non come ferita gratuita, ma come verità della trasformazione: il fatto che ciò che si crea pretende, a volte taglia, a volte espone, a volte non concede protezione. Perché un universo che è vivo non può essere solo morbido senza smettere di essere vero.
E questa stessa cosa passa anche nel modo in cui prende forma tutto il resto: nei simboli, nelle parole che fuori sembrano leggere e dentro diventano peso, direzione, responsabilità. Nei gesti, nei rituali, nei riferimenti, nelle immagini che non sono mai neutri.
Sono tutti strumenti di linguaggio. Non nel senso che “rappresentano” qualcosa, ma nel senso che
lo fanno accadere mentre lo dicono.
Dentro questo sistema il sesso è uno dei luoghi in cui quel linguaggio si scrive mentre accade, in cui l’architettura si modifica mentre viene attraversata.
E in quello stesso movimento prendono forma anche le posizioni che chiamiamo Signore/a, slave, marito, moglie, compagno/a etc etc: non come ruoli preesistenti, ma come effetti momentanei della scrittura in atto, come direzioni che il linguaggio assume mentre viene attraversato da entrambi.
Non sono elementi separati. Sono la stessa materia che cambia densità.
Cose che, prese una per una, non significano niente, ma insieme generano qualcosa di vivo.
Il lore.
Non un ornamento, non una cornice: il sistema stesso attraverso cui quel mondo respira mentre cambia.
Ed è un sistema che - volenti o nolenti - non si conserva: si attraversa. Si rompe. Si ricompone.
Perché è proprio nella sua instabilità che resta vivo.
L'instabilità è un fattore essenziale: è uno dei modi in cui il sistema si verifica mentre accade, ma è anche il punto in cui può accadere uno scarto, quando uno dei due smette di partecipare alla stessa creazione oppure inizia a costruirne un’altra che non è più condivisa.
Questo è ciò che accade, per esempio, nel tradimento: la perdita dello stesso campo di creazione, quando si cominciano a abitare mondi diversi pur restando formalmente nella stessa relazione.
Ma. Se si tenta di stabilizzare l'instabilità, il sistema si chiude, perde di vitalità, muore.
Una persona, quando per me tante cose erano ancora avvolte dentro concetti come umiliazione, vergogna o principio, mi ha insegnato proprio questo.
Per certi versi è stato il mio Signore.
Non tanto perché mi abbia insegnato delle pratiche, ma perché mi ha insegnato che il gioco non è un residuo dell’infanzia, ma È il modo in cui gli esseri viventi attraversano il reale: lo esplorano, lo mettono alla prova, lo apprendono e lo trasformano mentre lo vivono.
Ed è proprio per questo che è una cosa seria.
Perché ciò che accade dentro il gioco non è separato dalla vita: è uno dei modi in cui la vita prende forma tra due persone.
Prima viene il mondo e poi il modo in cui lo si attraversa insieme.
Mi ha insegnato che l’immaginazione è una responsabilità.
La capacità di assumersi il mondo che si sta creando.
E che esiste una forma di signoria prima ancora dei ruoli.
E questa signoria non è mai separata dall’appartenenza: non è possesso, ma essere dentro.
Non si sta sopra quel mondo: lo si attraversa mentre lo si tiene in vita.
È il fatto che ciò che si crea ti riguarda, ti attraversa, e in qualche modo ti include.
Si appartiene a ciò che si sta creando tanto quanto lo si tiene in forma.
Solo dopo quella qualità possono prendere forma le sue declinazioni.
Il Signore. La Signora. La slave. Lo slave. La moglie. Il marito. L'amante. Il resto dei nomi possibili.
Non come etichette stabili, ma come movimenti nello stesso campo di creazione.
E in quel campo nessun ruolo precede l’altro: uno prende forma nella risposta dell’altro, e quella risposta esiste solo perché qualcosa è stato messo in moto prima, insieme.
Non c’è un prima e un dopo: c’è un sistema che si accende nel passaggio tra due.
Ed è qui che il potere smette di essere qualcosa che qualcuno possiede.
Si forma tra i due una tensione viva che non esiste fuori da quel passaggio.
Da un lato è forma del mondo. Dall’altro è esperienza nel corpo.
Non sono due poteri: è lo stesso movimento che cambia lato mentre accade.
Quando penso a Signore e slave, non c’è uno senza l’altro nel momento in cui il mondo prende forma.
Non per dipendenza, ma perché il reale non esiste prima di quel loro attraversarsi.
Se uno si interrompe, non resta un ruolo: si interrompe il campo stesso. Non qualcosa che “finisce”. Qualcosa che smette di accadere.
Per questo i ruoli, prima delle loro forme specifiche, sono custodia dello stesso universo.
Non perché siano simmetrici, ma perché condividono la stessa responsabilità verso ciò che generano mentre lo generano.
Uno lo struttura, l’altra lo rende reale attraversandolo.
E il mondo non sta tra loro: si forma nel loro passaggio.
L’asimmetria non sparisce, ma si piega in una cosa più sottile: una custodia condivisa che non elimina la differenza, la rende necessaria.
Non dominio e obbedienza, ma partecipazione allo stesso rischio: un universo che esiste solo finché viene continuamente creato, attraversato e trasformato.
E questo è, per me, il senso più profondo del lore.
Non una storia fissa.
Ma qualcosa che non smette di accadere mentre viene vissuto.
E che esiste solo nella misura in cui viene continuamente riconosciuto, attraversato e tenuto insieme da chi lo abita.
“
Ululare spesso, vagabondare, cavillare al chiaro di luna” cit.
Il resto lo sa il branco.

PS: con te cavillare non è un problema, quindi ho potuto essere liberamente egoista - grazie, mi sono proprio divertita a scrivere!