in una calda sera d'estate

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
Con G. abbiamo passato un sacco di tempo a costruire tutto il "lore". :love:

Cornice narrativa, cornice scenica, codice estetico e simbolico... ci piace che tutto parli la stessa lingua.

Per noi è una parte fondamentale del divertimento!
Ti capisco benissimo.

Per me fare coppia è esattamente costruire un linguaggio che fuori dal recinto magico sembrano sceme e dentro invece tengono insieme mezzo mondo.

Con la bionda, fuori dal letto, questa cosa funziona da dio. Siamo una bella squadra. Siamo solidi, veloci e soprattutto alleati.

A letto invece comunichiamo molto meno, e onestamente mi pesa.

Non perché non funzioni. Funziona. Però manca ancora quel livello di codice condiviso in cui tutto diventa lingua comune, in cui anche la porcheria ha la sua grammatica e non devi sempre intuire, calibrare, leggere tra le righe, fare il direttore d’orchestra con il cazzo in mano e la lavagna tattica in testa.

E sto cercando, per la prima volta in trentacinque anni di onorata carriera, di non accollarmi tutto l’onere di far andare le cose nel verso giusto. Che per come sono fatto io è una roba enorme.

Lei secondo me non mi dice le cose fino in fondo per non farmi sentire vecchio e bolso.

E hai voglia a spiegarle che, rispetto agli altri cinquantenni, sono una specie di Range Rover alimentata a uranio e soprattutto lo so benissimo :LOL:

Però il punto resta quello: il lore bisogna costruirlo anche lì. Non basta volersi bene, non basta scopare bene, non basta avere chimica. Serve una lingua comune. Una mitologia privata. Una piccola epica di coppia fatta di parole, gesti e simboli che capite solo voi.

E due tigri trovano casa.
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Ti capisco benissimo.

Per me fare coppia è esattamente costruire un linguaggio che fuori dal recinto magico sembrano sceme e dentro invece tengono insieme mezzo mondo.

Con la bionda, fuori dal letto, questa cosa funziona da dio. Siamo una bella squadra. Siamo solidi, veloci e soprattutto alleati.

A letto invece comunichiamo molto meno, e onestamente mi pesa.

Non perché non funzioni. Funziona. Però manca ancora quel livello di codice condiviso in cui tutto diventa lingua comune, in cui anche la porcheria ha la sua grammatica e non devi sempre intuire, calibrare, leggere tra le righe, fare il direttore d’orchestra con il cazzo in mano e la lavagna tattica in testa.

E sto cercando, per la prima volta in trentacinque anni di onorata carriera, di non accollarmi tutto l’onere di far andare le cose nel verso giusto. Che per come sono fatto io è una roba enorme.

Lei secondo me non mi dice le cose fino in fondo per non farmi sentire vecchio e bolso.

E hai voglia a spiegarle che, rispetto agli altri cinquantenni, sono una specie di Range Rover alimentata a uranio e soprattutto lo so benissimo :LOL:

Però il punto resta quello: il lore bisogna costruirlo anche lì. Non basta volersi bene, non basta scopare bene, non basta avere chimica. Serve una lingua comune. Una mitologia privata. Una piccola epica di coppia fatta di parole, gesti e simboli che capite solo voi.

E due tigri trovano casa.
Io ho proprio bisogno del grassetto.

Ho provato a farne a meno.
Ho messo in atto un sacco di stratagemmi per farmela bastare.
Mi sono raccontata tante storie.
Poi mi sono arresa. Semplicemente non posso. 😀

Fuori dal letto sono bravissima a fare squadra. Anche il mio essere fluida rispetto ai generi e alla sessualità mi aiuta dal punto di vista relazionale: sono una buona tessitrice, riesco a tenere insieme persone, idee, differenze. Ma è lavoro.

Dentro Casa no.
Dentro Casa desidero, mi è vitale, andare ad accomodarmi nello sguardo dell’altro e che l’altro si accomodi nel mio.

Perché il mondo che costruiamo insieme ci appartiene e, allo stesso tempo, noi apparteniamo a quel mondo.

Scopare ho scopato, e parecchio. La pratica in sé non mi incuriosisce più di tanto, né mi basta l’intensità della fisicità.
E non mi bastano nemmeno i sentimenti.
Quelli, da soli, secondo me vanno bene nelle relazioni con gli altri animali e per merito degli animali. 😀

Quello che mi tiene in una relazione, che la rende Casa, è altro.

È costruire e distruggere insieme, giorno dopo giorno, un universo che non è mai fermo, non è mai “dato”, ma continuamente fatto e disfatto.
Un universo vivo, rischioso, che cresce per attrito e trasformazione.
E in questo c’è anche una forma di crudeltà che non è un incidente, ma una componente del reale.
Non come ferita gratuita, ma come verità della trasformazione: il fatto che ciò che si crea pretende, a volte taglia, a volte espone, a volte non concede protezione. Perché un universo che è vivo non può essere solo morbido senza smettere di essere vero.

E questa stessa cosa passa anche nel modo in cui prende forma tutto il resto: nei simboli, nelle parole che fuori sembrano leggere e dentro diventano peso, direzione, responsabilità. Nei gesti, nei rituali, nei riferimenti, nelle immagini che non sono mai neutri.

Sono tutti strumenti di linguaggio. Non nel senso che “rappresentano” qualcosa, ma nel senso che lo fanno accadere mentre lo dicono.
Dentro questo sistema il sesso è uno dei luoghi in cui quel linguaggio si scrive mentre accade, in cui l’architettura si modifica mentre viene attraversata.

E in quello stesso movimento prendono forma anche le posizioni che chiamiamo Signore/a, slave, marito, moglie, compagno/a etc etc: non come ruoli preesistenti, ma come effetti momentanei della scrittura in atto, come direzioni che il linguaggio assume mentre viene attraversato da entrambi.
Non sono elementi separati. Sono la stessa materia che cambia densità.
Cose che, prese una per una, non significano niente, ma insieme generano qualcosa di vivo.

Il lore.
Non un ornamento, non una cornice: il sistema stesso attraverso cui quel mondo respira mentre cambia.
Ed è un sistema che - volenti o nolenti - non si conserva: si attraversa. Si rompe. Si ricompone.
Perché è proprio nella sua instabilità che resta vivo.

L'instabilità è un fattore essenziale: è uno dei modi in cui il sistema si verifica mentre accade, ma è anche il punto in cui può accadere uno scarto, quando uno dei due smette di partecipare alla stessa creazione oppure inizia a costruirne un’altra che non è più condivisa.
Questo è ciò che accade, per esempio, nel tradimento: la perdita dello stesso campo di creazione, quando si cominciano a abitare mondi diversi pur restando formalmente nella stessa relazione.

Ma. Se si tenta di stabilizzare l'instabilità, il sistema si chiude, perde di vitalità, muore.

Una persona, quando per me tante cose erano ancora avvolte dentro concetti come umiliazione, vergogna o principio, mi ha insegnato proprio questo.

Per certi versi è stato il mio Signore.
Non tanto perché mi abbia insegnato delle pratiche, ma perché mi ha insegnato che il gioco non è un residuo dell’infanzia, ma È il modo in cui gli esseri viventi attraversano il reale: lo esplorano, lo mettono alla prova, lo apprendono e lo trasformano mentre lo vivono.
Ed è proprio per questo che è una cosa seria.

Perché ciò che accade dentro il gioco non è separato dalla vita: è uno dei modi in cui la vita prende forma tra due persone.
Prima viene il mondo e poi il modo in cui lo si attraversa insieme.

Mi ha insegnato che l’immaginazione è una responsabilità.
La capacità di assumersi il mondo che si sta creando.

E che esiste una forma di signoria prima ancora dei ruoli.

E questa signoria non è mai separata dall’appartenenza: non è possesso, ma essere dentro.

Non si sta sopra quel mondo: lo si attraversa mentre lo si tiene in vita.

È il fatto che ciò che si crea ti riguarda, ti attraversa, e in qualche modo ti include.

Si appartiene a ciò che si sta creando tanto quanto lo si tiene in forma.

Solo dopo quella qualità possono prendere forma le sue declinazioni.

Il Signore. La Signora. La slave. Lo slave. La moglie. Il marito. L'amante. Il resto dei nomi possibili.
Non come etichette stabili, ma come movimenti nello stesso campo di creazione.

E in quel campo nessun ruolo precede l’altro: uno prende forma nella risposta dell’altro, e quella risposta esiste solo perché qualcosa è stato messo in moto prima, insieme.

Non c’è un prima e un dopo: c’è un sistema che si accende nel passaggio tra due.
Ed è qui che il potere smette di essere qualcosa che qualcuno possiede.
Si forma tra i due una tensione viva che non esiste fuori da quel passaggio.

Da un lato è forma del mondo. Dall’altro è esperienza nel corpo.
Non sono due poteri: è lo stesso movimento che cambia lato mentre accade.
Quando penso a Signore e slave, non c’è uno senza l’altro nel momento in cui il mondo prende forma.
Non per dipendenza, ma perché il reale non esiste prima di quel loro attraversarsi.

Se uno si interrompe, non resta un ruolo: si interrompe il campo stesso. Non qualcosa che “finisce”. Qualcosa che smette di accadere.

Per questo i ruoli, prima delle loro forme specifiche, sono custodia dello stesso universo.
Non perché siano simmetrici, ma perché condividono la stessa responsabilità verso ciò che generano mentre lo generano.

Uno lo struttura, l’altra lo rende reale attraversandolo.
E il mondo non sta tra loro: si forma nel loro passaggio.
L’asimmetria non sparisce, ma si piega in una cosa più sottile: una custodia condivisa che non elimina la differenza, la rende necessaria.

Non dominio e obbedienza, ma partecipazione allo stesso rischio: un universo che esiste solo finché viene continuamente creato, attraversato e trasformato.
E questo è, per me, il senso più profondo del lore.

Non una storia fissa.

Ma qualcosa che non smette di accadere mentre viene vissuto.

E che esiste solo nella misura in cui viene continuamente riconosciuto, attraversato e tenuto insieme da chi lo abita.


Ululare spesso, vagabondare, cavillare al chiaro di luna” cit.
Il resto lo sa il branco. ;):)

PS: con te cavillare non è un problema, quindi ho potuto essere liberamente egoista - grazie, mi sono proprio divertita a scrivere!
 
Ultima modifica:

Rebecca89

Sentire libera
Non lo so. Forse date un po' per scontato che ciascuno conosca già abbastanza bene il proprio desiderio e debba solo trovare il linguaggio per condividerlo. Secondo me non sempre è così.
Ci sono persone che non tacciono perché hanno paura di parlare o perché mancano le parole, ma perché stanno ancora imparando a riconoscere quello che succede nel loro corpo. Non sanno ancora distinguere con chiarezza cosa le eccita davvero, cosa le coinvolge profondamente e cosa invece semplicemente funziona. E questo, secondo me, non dipende necessariamente dalla poca esperienza. Può succedere anche a chi ha avuto relazioni e una vita sessuale intensa. Se fino a quel momento hai incontrato persone che vivevano il sesso soprattutto dal proprio punto di vista, è possibile che tu non ti sia mai posta davvero la domanda "che cosa dà piacere a me?"
Quando invece incontri qualcuno che senti addosso che considera il tuo piacere importante quanto il proprio, che investe davvero nel capire cosa ti fa stare bene e non dà per scontato che basti "fare sesso", quella domanda diventa improvvisamente reale e puoi sentirti meno pronta a rispondere proprio perché nessuno te l'aveva mai chiesta davvero.
Quindi credo che in quel caso il problema non è costruire un codice comune, è che una parte del vocabolario non esiste ancora nemmeno per chi dovrebbe usarlo. Non perché sia nascosta, ma perché sta nascendo in quel momento.

Alla fine penso che anche questo può diventare parte del lore di una coppia: non solo inventare una lingua insieme, ma concedersi il tempo di scoprire che una lingua personale, a volte, deve ancora prendere forma prima di poter essere condivisa. Penso che anche questo sia un pezzo di storia bellissimo da scrivere insieme.
 

ParmaLetale

Utente cornasubente per diritto divino
Io ho proprio bisogno del grassetto.

Ho provato a farne a meno.
Ho messo in atto un sacco di stratagemmi per farmela bastare.
Mi sono raccontata tante storie.
Poi mi sono arresa. Semplicemente non posso. 😀

Fuori dal letto sono bravissima a fare squadra. Anche il mio essere fluida rispetto ai generi e alla sessualità mi aiuta dal punto di vista relazionale: sono una buona tessitrice, riesco a tenere insieme persone, idee, differenze. Ma è lavoro.

Dentro Casa no.
Dentro Casa desidero, mi è vitale, andare ad accomodarmi nello sguardo dell’altro e che l’altro si accomodi nel mio.

Perché il mondo che costruiamo insieme ci appartiene e, allo stesso tempo, noi apparteniamo a quel mondo.

Scopare ho scopato, e parecchio. La pratica in sé non mi incuriosisce più di tanto, né mi basta l’intensità della fisicità.
E non mi bastano nemmeno i sentimenti.
Quelli, da soli, secondo me vanno bene nelle relazioni con gli altri animali e per merito degli animali. 😀

Quello che mi tiene in una relazione, che la rende Casa, è altro.

È costruire e distruggere insieme, giorno dopo giorno, un universo che non è mai fermo, non è mai “dato”, ma continuamente fatto e disfatto.
Un universo vivo, rischioso, che cresce per attrito e trasformazione.
E in questo c’è anche una forma di crudeltà che non è un incidente, ma una componente del reale.
Non come ferita gratuita, ma come verità della trasformazione: il fatto che ciò che si crea pretende, a volte taglia, a volte espone, a volte non concede protezione. Perché un universo che è vivo non può essere solo morbido senza smettere di essere vero.

E questa stessa cosa passa anche nel modo in cui prende forma tutto il resto: nei simboli, nelle parole che fuori sembrano leggere e dentro diventano peso, direzione, responsabilità. Nei gesti, nei rituali, nei riferimenti, nelle immagini che non sono mai neutri.

Sono tutti strumenti di linguaggio. Non nel senso che “rappresentano” qualcosa, ma nel senso che lo fanno accadere mentre lo dicono.
Dentro questo sistema il sesso è uno dei luoghi in cui quel linguaggio si scrive mentre accade, in cui l’architettura si modifica mentre viene attraversata.

E in quello stesso movimento prendono forma anche le posizioni che chiamiamo Signore/a, slave, marito, moglie, compagno/a etc etc: non come ruoli preesistenti, ma come effetti momentanei della scrittura in atto, come direzioni che il linguaggio assume mentre viene attraversato da entrambi.
Non sono elementi separati. Sono la stessa materia che cambia densità.
Cose che, prese una per una, non significano niente, ma insieme generano qualcosa di vivo.

Il lore.
Non un ornamento, non una cornice: il sistema stesso attraverso cui quel mondo respira mentre cambia.
Ed è un sistema che - volenti o nolenti - non si conserva: si attraversa. Si rompe. Si ricompone.
Perché è proprio nella sua instabilità che resta vivo.

L'instabilità è un fattore essenziale: è uno dei modi in cui il sistema si verifica mentre accade, ma è anche il punto in cui può accadere uno scarto, quando uno dei due smette di partecipare alla stessa creazione oppure inizia a costruirne un’altra che non è più condivisa.
Questo è ciò che accade, per esempio, nel tradimento: la perdita dello stesso campo di creazione, quando si cominciano a abitare mondi diversi pur restando formalmente nella stessa relazione.

Ma. Se si tenta di stabilizzare l'instabilità, il sistema si chiude, perde di vitalità, muore.

Una persona, quando per me tante cose erano ancora avvolte dentro concetti come umiliazione, vergogna o principio, mi ha insegnato proprio questo.

Per certi versi è stato il mio Signore.
Non tanto perché mi abbia insegnato delle pratiche, ma perché mi ha insegnato che il gioco non è un residuo dell’infanzia, ma È il modo in cui gli esseri viventi attraversano il reale: lo esplorano, lo mettono alla prova, lo apprendono e lo trasformano mentre lo vivono.
Ed è proprio per questo che è una cosa seria.

Perché ciò che accade dentro il gioco non è separato dalla vita: è uno dei modi in cui la vita prende forma tra due persone.
Prima viene il mondo e poi il modo in cui lo si attraversa insieme.

Mi ha insegnato che l’immaginazione è una responsabilità.
La capacità di assumersi il mondo che si sta creando.

E che esiste una forma di signoria prima ancora dei ruoli.

E questa signoria non è mai separata dall’appartenenza: non è possesso, ma essere dentro.

Non si sta sopra quel mondo: lo si attraversa mentre lo si tiene in vita.

È il fatto che ciò che si crea ti riguarda, ti attraversa, e in qualche modo ti include.

Si appartiene a ciò che si sta creando tanto quanto lo si tiene in forma.

Solo dopo quella qualità possono prendere forma le sue declinazioni.

Il Signore. La Signora. La slave. Lo slave. La moglie. Il marito. L'amante. Il resto dei nomi possibili.
Non come etichette stabili, ma come movimenti nello stesso campo di creazione.

E in quel campo nessun ruolo precede l’altro: uno prende forma nella risposta dell’altro, e quella risposta esiste solo perché qualcosa è stato messo in moto prima, insieme.

Non c’è un prima e un dopo: c’è un sistema che si accende nel passaggio tra due.
Ed è qui che il potere smette di essere qualcosa che qualcuno possiede.
Si forma tra i due una tensione viva che non esiste fuori da quel passaggio.

Da un lato è forma del mondo. Dall’altro è esperienza nel corpo.
Non sono due poteri: è lo stesso movimento che cambia lato mentre accade.
Quando penso a Signore e slave, non c’è uno senza l’altro nel momento in cui il mondo prende forma.
Non per dipendenza, ma perché il reale non esiste prima di quel loro attraversarsi.

Se uno si interrompe, non resta un ruolo: si interrompe il campo stesso. Non qualcosa che “finisce”. Qualcosa che smette di accadere.

Per questo i ruoli, prima delle loro forme specifiche, sono custodia dello stesso universo.
Non perché siano simmetrici, ma perché condividono la stessa responsabilità verso ciò che generano mentre lo generano.

Uno lo struttura, l’altra lo rende reale attraversandolo.
E il mondo non sta tra loro: si forma nel loro passaggio.
L’asimmetria non sparisce, ma si piega in una cosa più sottile: una custodia condivisa che non elimina la differenza, la rende necessaria.

Non dominio e obbedienza, ma partecipazione allo stesso rischio: un universo che esiste solo finché viene continuamente creato, attraversato e trasformato.
E questo è, per me, il senso più profondo del lore.

Non una storia fissa.

Ma qualcosa che non smette di accadere mentre viene vissuto.

E che esiste solo nella misura in cui viene continuamente riconosciuto, attraversato e tenuto insieme da chi lo abita.


Ululare spesso, vagabondare, cavillare al chiaro di luna” cit.
Il resto lo sa il branco. ;):)

PS: con te cavillare non è un problema, quindi ho potuto essere liberamente egoista - grazie, mi sono proprio divertita a scrivere!
Eh la Madonna! Se lo stampo ci posso tappezzare un trilocale
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Non lo so. Forse date un po' per scontato che ciascuno conosca già abbastanza bene il proprio desiderio e debba solo trovare il linguaggio per condividerlo. Secondo me non sempre è così.
Ci sono persone che non tacciono perché hanno paura di parlare o perché mancano le parole, ma perché stanno ancora imparando a riconoscere quello che succede nel loro corpo. Non sanno ancora distinguere con chiarezza cosa le eccita davvero, cosa le coinvolge profondamente e cosa invece semplicemente funziona. E questo, secondo me, non dipende necessariamente dalla poca esperienza. Può succedere anche a chi ha avuto relazioni e una vita sessuale intensa. Se fino a quel momento hai incontrato persone che vivevano il sesso soprattutto dal proprio punto di vista, è possibile che tu non ti sia mai posta davvero la domanda "che cosa dà piacere a me?"
Quando invece incontri qualcuno che senti addosso che considera il tuo piacere importante quanto il proprio, che investe davvero nel capire cosa ti fa stare bene e non dà per scontato che basti "fare sesso", quella domanda diventa improvvisamente reale e puoi sentirti meno pronta a rispondere proprio perché nessuno te l'aveva mai chiesta davvero.
Quindi credo che in quel caso il problema non è costruire un codice comune, è che una parte del vocabolario non esiste ancora nemmeno per chi dovrebbe usarlo. Non perché sia nascosta, ma perché sta nascendo in quel momento.

Alla fine penso che anche questo può diventare parte del lore di una coppia: non solo inventare una lingua insieme, ma concedersi il tempo di scoprire che una lingua personale, a volte, deve ancora prendere forma prima di poter essere condivisa. Penso che anche questo sia un pezzo di storia bellissimo da scrivere insieme.
Certo che sì!

Ma aggiungerei un passaggio: il riconoscimento del proprio desiderio non avviene mai del tutto in isolamento.

Anche quando sembra una cosa interna, privata, corporea, in realtà si costruisce sempre dentro una relazione in atto o possibile. Perché il modo in cui impari a distinguere cosa ti accade passa anche attraverso chi hai davanti, attraverso come quell’altro risponde, cosa riconosce, cosa ignora, cosa dà per scontato.

E allora parlare e tacere non sono solo presenza o assenza di comunicazione, ma forme diverse di aggiornamento reciproco. Non tanto sul “dire tutto”, ma sul mantenere vivo il fatto che ciò che si è oggi non coincide più necessariamente con ciò che si era ieri, né con l’immagine che l’altro ha di te.

E questo diventa ancora più evidente se si considera che il piacere non è mai neutro rispetto all’identità: quando viene attraversato mette sempre in discussione ciò che si crede di essere. Non conferma semplicemente qualcosa, ma lo sposta, lo rende meno stabile, a volte persino confuso.

Per questo anche la confusione, il non sapere ancora dire, il tacere non come scelta ma come fase del riconoscimento, possono diventare parte del processo condiviso. Ma a una condizione: che vengano riconosciuti come tali dentro la relazione.

Perché dichiarare la confusione, mostrarla, tenere l’altro aggiornato su ciò che non è ancora chiaro non è un dettaglio secondario: è una parte essenziale della costruzione comune. Soprattutto quando si sta costruendo qualcosa come un universo del desiderio, dove ciò che conta non è la chiarezza definitiva, ma ciò che è ancora in formazione, perché è lì che il desiderio continua a muoversi e a trasformarsi.

In questo senso una relazione non è mai fusione, ma nemmeno semplice somma di individualità. È piuttosto un campo in cui ciascuno resta “ognun per sé”, ma in cui questa individualità deve continuamente essere messa in circolo, resa visibile e attraversabile dall’altro.

Se questo non accade, non si crea più scambio tra due posizioni vive, ma due traiettorie parallele che finiscono per non incontrarsi più.

E quando questo succede non è necessario che la relazione “si rompa” in modo evidente: accade qualcosa di più silenzioso, si perde progressivamente la capacità di generare significato condiviso, anche se la forma esterna resta intatta.

Il punto critico è proprio questo: ciò che è individuale non può restare fuori dal gioco, ma deve essere continuamente rimesso dentro come materia viva del legame.

Ma questo vale soprattutto per ciò che non è ancora chiaro.

La fatica sta lì: nell’esporre la propria individualità anche quando non ha ancora una forma stabile, quando non è del tutto leggibile nemmeno a chi la vive. Quando non è ancora coerente con l’immagine che si vorrebbe dare, o che addirittura non piace.

Questo implica un rapporto diretto con l’orgoglio, con la vergogna e con la costruzione dell’immagine di sé.
Perché ciò che viene chiesto non è solo di mostrare ciò che si è già compreso, ma di portare dentro anche ciò che sta ancora accadendo mentre accade.

Per questo il tacere non può funzionare come protezione implicita o non dichiarata: quando resta invisibile, smette di essere comunicazione e diventa sottrazione dal campo condiviso.
Può avere senso solo se viene reso parte del legame, cioè se diventa una forma esplicita di attesa offerta all’altro, una sospensione dichiarata in cui entrambi sanno cosa sta accadendo anche nel non detto.

E in questo senso la costruzione di un universo condiviso — che sia desiderio, intimità o una forma di legame più strutturato — presuppone una cosa molto concreta: la sospensione delle difese automatiche.

Non nel senso di esporsi senza protezione, ma nel senso di non usare la protezione per evitare il passaggio attraverso l’altro. Perché quando la difesa diventa barriera, non si interrompe solo la comunicazione: si interrompe la possibilità stessa che il sistema continui a generarsi in forma condivisa.
 

Rebecca89

Sentire libera
Certo che sì!

Ma aggiungerei un passaggio: il riconoscimento del proprio desiderio non avviene mai del tutto in isolamento.

Anche quando sembra una cosa interna, privata, corporea, in realtà si costruisce sempre dentro una relazione in atto o possibile. Perché il modo in cui impari a distinguere cosa ti accade passa anche attraverso chi hai davanti, attraverso come quell’altro risponde, cosa riconosce, cosa ignora, cosa dà per scontato.

E allora parlare e tacere non sono solo presenza o assenza di comunicazione, ma forme diverse di aggiornamento reciproco. Non tanto sul “dire tutto”, ma sul mantenere vivo il fatto che ciò che si è oggi non coincide più necessariamente con ciò che si era ieri, né con l’immagine che l’altro ha di te.

E questo diventa ancora più evidente se si considera che il piacere non è mai neutro rispetto all’identità: quando viene attraversato mette sempre in discussione ciò che si crede di essere. Non conferma semplicemente qualcosa, ma lo sposta, lo rende meno stabile, a volte persino confuso.

Per questo anche la confusione, il non sapere ancora dire, il tacere non come scelta ma come fase del riconoscimento, possono diventare parte del processo condiviso. Ma a una condizione: che vengano riconosciuti come tali dentro la relazione.

Perché dichiarare la confusione, mostrarla, tenere l’altro aggiornato su ciò che non è ancora chiaro non è un dettaglio secondario: è una parte essenziale della costruzione comune. Soprattutto quando si sta costruendo qualcosa come un universo del desiderio, dove ciò che conta non è la chiarezza definitiva, ma ciò che è ancora in formazione, perché è lì che il desiderio continua a muoversi e a trasformarsi.

In questo senso una relazione non è mai fusione, ma nemmeno semplice somma di individualità. È piuttosto un campo in cui ciascuno resta “ognun per sé”, ma in cui questa individualità deve continuamente essere messa in circolo, resa visibile e attraversabile dall’altro.

Se questo non accade, non si crea più scambio tra due posizioni vive, ma due traiettorie parallele che finiscono per non incontrarsi più.

E quando questo succede non è necessario che la relazione “si rompa” in modo evidente: accade qualcosa di più silenzioso, si perde progressivamente la capacità di generare significato condiviso, anche se la forma esterna resta intatta.

Il punto critico è proprio questo: ciò che è individuale non può restare fuori dal gioco, ma deve essere continuamente rimesso dentro come materia viva del legame.

Ma questo vale soprattutto per ciò che non è ancora chiaro.

La fatica sta lì: nell’esporre la propria individualità anche quando non ha ancora una forma stabile, quando non è del tutto leggibile nemmeno a chi la vive. Quando non è ancora coerente con l’immagine che si vorrebbe dare, o che addirittura non piace.

Questo implica un rapporto diretto con l’orgoglio, con la vergogna e con la costruzione dell’immagine di sé.
Perché ciò che viene chiesto non è solo di mostrare ciò che si è già compreso, ma di portare dentro anche ciò che sta ancora accadendo mentre accade.

Per questo il tacere non può funzionare come protezione implicita o non dichiarata: quando resta invisibile, smette di essere comunicazione e diventa sottrazione dal campo condiviso.
Può avere senso solo se viene reso parte del legame, cioè se diventa una forma esplicita di attesa offerta all’altro, una sospensione dichiarata in cui entrambi sanno cosa sta accadendo anche nel non detto.

E in questo senso la costruzione di un universo condiviso — che sia desiderio, intimità o una forma di legame più strutturato — presuppone una cosa molto concreta: la sospensione delle difese automatiche.

Non nel senso di esporsi senza protezione, ma nel senso di non usare la protezione per evitare il passaggio attraverso l’altro. Perché quando la difesa diventa barriera, non si interrompe solo la comunicazione: si interrompe la possibilità stessa che il sistema continui a generarsi in forma condivisa.
Su questo sono assolutamente d'accordo 😉
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Su questo sono assolutamente d'accordo 😉
In ogni caso, per quanto mi riguarda, quei passaggi di condivisione non sono stati, e non sono, per niente indolori o pacifici.

Ricordo una discussione epica con G. su un… rossetto 😅😅

Ero stata grandiosa.
Dal suo consiglio di usare un colore più naturale avevo costruito un’intera narrazione: che lui stesse cercando di indirizzarmi verso una sua immagine di donna ideale. 😎😎😎
Una teoria impeccabile, articolata, assolutamente inattaccabile… nella mia testa.

Mi sta ancora prendendo per il culo, sia chiaro 😀 (anche perché quel rossetto mi sta davvero bene!!)

Però ecco… se avessi taciuto, se avessi aspettato che tutto fosse chiaro prima di dirlo, oggi non avremmo quel ricordo da condividere.

Lui non avrebbe potuto vedermi mentre la mia interpretazione prendeva forma, si espandeva e si deformava in tempo reale sotto il suo sguardo. E io non avrei potuto fare esperienza del mio stesso pensiero mentre accadeva, invece che dopo.

Avrei perso qualcosa di importante: la possibilità di attraversare la mia confusione davanti a qualcuno senza doverla subito chiudere in una versione definitiva.

E avrei anche perso il fatto che il suo sguardo può essere un luogo in cui posso andare completamente in tilt senza smettere di essere al sicuro. Un posto in cui posso essere “non finita” senza che questo diventi un problema.
Che posso fidarmi del fatto che lui sappia rimanere fermo mentre mi osserva, perché si fida del fatto che io sappia attraversare quello spazio.

E lui si sarebbe perso la versione educativa di me che trasforma un suggerimento estetico in un processo simbolico complesso, quasi geopolitico, su identità e controllo.

Ma soprattutto: ci saremmo persi il fatto più interessante.

Che lì, in quel disordine, non c’era mancanza di relazione, ma relazione piena mentre ancora non era chiara a se stessa. Non c’era definizione, ma c’era già uno spazio condiviso che si stava formando proprio nel momento in cui io mi dibattevo.

Ed è proprio questo tipo di materiale — imperfetto, non risolto, ancora in movimento — che costruisce memoria comune. E costruisce anche linguaggio.

Perché a volte il punto non è arrivare prima alla chiarezza, ma restare abbastanza dentro il caos da farlo diventare qualcosa che entrambi possono riconoscere.

Un vero peccato non attraversarlo.
 

Rebecca89

Sentire libera
In ogni caso, per quanto mi riguarda, quei passaggi di condivisione non sono stati, e non sono, per niente indolori o pacifici.

Ricordo una discussione epica con G. su un… rossetto 😅😅

Ero stata grandiosa.
Dal suo consiglio di usare un colore più naturale avevo costruito un’intera narrazione: che lui stesse cercando di indirizzarmi verso una sua immagine di donna ideale. 😎😎😎
Una teoria impeccabile, articolata, assolutamente inattaccabile… nella mia testa.

Mi sta ancora prendendo per il culo, sia chiaro 😀 (anche perché quel rossetto mi sta davvero bene!!)

Però ecco… se avessi taciuto, se avessi aspettato che tutto fosse chiaro prima di dirlo, oggi non avremmo quel ricordo da condividere.

Lui non avrebbe potuto vedermi mentre la mia interpretazione prendeva forma, si espandeva e si deformava in tempo reale sotto il suo sguardo. E io non avrei potuto fare esperienza del mio stesso pensiero mentre accadeva, invece che dopo.

Avrei perso qualcosa di importante: la possibilità di attraversare la mia confusione davanti a qualcuno senza doverla subito chiudere in una versione definitiva.

E avrei anche perso il fatto che il suo sguardo può essere un luogo in cui posso andare completamente in tilt senza smettere di essere al sicuro. Un posto in cui posso essere “non finita” senza che questo diventi un problema.
Che posso fidarmi del fatto che lui sappia rimanere fermo mentre mi osserva, perché si fida del fatto che io sappia attraversare quello spazio.

E lui si sarebbe perso la versione educativa di me che trasforma un suggerimento estetico in un processo simbolico complesso, quasi geopolitico, su identità e controllo.

Ma soprattutto: ci saremmo persi il fatto più interessante.

Che lì, in quel disordine, non c’era mancanza di relazione, ma relazione piena mentre ancora non era chiara a se stessa. Non c’era definizione, ma c’era già uno spazio condiviso che si stava formando proprio nel momento in cui io mi dibattevo.

Ed è proprio questo tipo di materiale — imperfetto, non risolto, ancora in movimento — che costruisce memoria comune. E costruisce anche linguaggio.

Perché a volte il punto non è arrivare prima alla chiarezza, ma restare abbastanza dentro il caos da farlo diventare qualcosa che entrambi possono riconoscere.

Un vero peccato non attraversarlo.
È chiarissimo. E, tra l'altro, ieri mi è successa una cosa. Mi è stata detta una frase che mi aveva lasciato un po' di disagio. Fino a poco tempo fa probabilmente me la sarei tenuta dentro, ci avrei rimuginato sopra per ore o giorni. Invece, a cena, gliel'ho detta. Senza accuse, semplicemente spiegando come mi aveva fatto sentire. Non era nemmeno tanto importante avere subito una risposta o capire chi avesse ragione. Per me è stato importante accorgermi che potevo portare quella confusione dentro la relazione invece di risolvermela da sola.
È una cosa che sembra piccola, ma credo sia proprio lì che si costruisce. Quando è nel caos che trovi quel qualcuno che chiami casa.
 

ParmaLetale

Utente cornasubente per diritto divino
È chiarissimo. E, tra l'altro, ieri mi è successa una cosa. Mi è stata detta una frase che mi aveva lasciato un po' di disagio. Fino a poco tempo fa probabilmente me la sarei tenuta dentro, ci avrei rimuginato sopra per ore o giorni. Invece, a cena, gliel'ho detta. Senza accuse, semplicemente spiegando come mi aveva fatto sentire. Non era nemmeno tanto importante avere subito una risposta o capire chi avesse ragione. Per me è stato importante accorgermi che potevo portare quella confusione dentro la relazione invece di risolvermela da sola.
È una cosa che sembra piccola, ma credo sia proprio lì che si costruisce. Quando è nel caos che trovi quel qualcuno che chiami casa.
Sul lavaggio rapido della lavatrice?
 

jack-jackson

Utente di lunga data
Certo che sì!

Ma aggiungerei un passaggio: il riconoscimento del proprio desiderio non avviene mai del tutto in isolamento.

Anche quando sembra una cosa interna, privata, corporea, in realtà si costruisce sempre dentro una relazione in atto o possibile. Perché il modo in cui impari a distinguere cosa ti accade passa anche attraverso chi hai davanti, attraverso come quell’altro risponde, cosa riconosce, cosa ignora, cosa dà per scontato.

E allora parlare e tacere non sono solo presenza o assenza di comunicazione, ma forme diverse di aggiornamento reciproco. Non tanto sul “dire tutto”, ma sul mantenere vivo il fatto che ciò che si è oggi non coincide più necessariamente con ciò che si era ieri, né con l’immagine che l’altro ha di te.

E questo diventa ancora più evidente se si considera che il piacere non è mai neutro rispetto all’identità: quando viene attraversato mette sempre in discussione ciò che si crede di essere. Non conferma semplicemente qualcosa, ma lo sposta, lo rende meno stabile, a volte persino confuso.

Per questo anche la confusione, il non sapere ancora dire, il tacere non come scelta ma come fase del riconoscimento, possono diventare parte del processo condiviso. Ma a una condizione: che vengano riconosciuti come tali dentro la relazione.

Perché dichiarare la confusione, mostrarla, tenere l’altro aggiornato su ciò che non è ancora chiaro non è un dettaglio secondario: è una parte essenziale della costruzione comune. Soprattutto quando si sta costruendo qualcosa come un universo del desiderio, dove ciò che conta non è la chiarezza definitiva, ma ciò che è ancora in formazione, perché è lì che il desiderio continua a muoversi e a trasformarsi.

In questo senso una relazione non è mai fusione, ma nemmeno semplice somma di individualità. È piuttosto un campo in cui ciascuno resta “ognun per sé”, ma in cui questa individualità deve continuamente essere messa in circolo, resa visibile e attraversabile dall’altro.

Se questo non accade, non si crea più scambio tra due posizioni vive, ma due traiettorie parallele che finiscono per non incontrarsi più.

E quando questo succede non è necessario che la relazione “si rompa” in modo evidente: accade qualcosa di più silenzioso, si perde progressivamente la capacità di generare significato condiviso, anche se la forma esterna resta intatta.

Il punto critico è proprio questo: ciò che è individuale non può restare fuori dal gioco, ma deve essere continuamente rimesso dentro come materia viva del legame.

Ma questo vale soprattutto per ciò che non è ancora chiaro.

La fatica sta lì: nell’esporre la propria individualità anche quando non ha ancora una forma stabile, quando non è del tutto leggibile nemmeno a chi la vive. Quando non è ancora coerente con l’immagine che si vorrebbe dare, o che addirittura non piace.

Questo implica un rapporto diretto con l’orgoglio, con la vergogna e con la costruzione dell’immagine di sé.
Perché ciò che viene chiesto non è solo di mostrare ciò che si è già compreso, ma di portare dentro anche ciò che sta ancora accadendo mentre accade.

Per questo il tacere non può funzionare come protezione implicita o non dichiarata: quando resta invisibile, smette di essere comunicazione e diventa sottrazione dal campo condiviso.
Può avere senso solo se viene reso parte del legame, cioè se diventa una forma esplicita di attesa offerta all’altro, una sospensione dichiarata in cui entrambi sanno cosa sta accadendo anche nel non detto.

E in questo senso la costruzione di un universo condiviso — che sia desiderio, intimità o una forma di legame più strutturato — presuppone una cosa molto concreta: la sospensione delle difese automatiche.

Non nel senso di esporsi senza protezione, ma nel senso di non usare la protezione per evitare il passaggio attraverso l’altro. Perché quando la difesa diventa barriera, non si interrompe solo la comunicazione: si interrompe la possibilità stessa che il sistema continui a generarsi in forma condivisa.
Secondo me invece no per quanto riguarda la prima frase
 

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
Non lo so. Forse date un po' per scontato che ciascuno conosca già abbastanza bene il proprio desiderio e debba solo trovare il linguaggio per condividerlo. Secondo me non sempre è così.

Ci sono persone che non tacciono perché hanno paura di parlare o perché mancano le parole, ma perché stanno ancora imparando a riconoscere quello che succede nel loro corpo. Non sanno ancora distinguere con chiarezza cosa le eccita davvero, cosa le coinvolge profondamente e cosa invece semplicemente funziona. E questo, secondo me, non dipende necessariamente dalla poca esperienza. Può succedere anche a chi ha avuto relazioni e una vita sessuale intensa. Se fino a quel momento hai incontrato persone che vivevano il sesso soprattutto dal proprio punto di vista, è possibile che tu non ti sia mai posta davvero la domanda "che cosa dà piacere a me?"

Quando invece incontri qualcuno che senti addosso che considera il tuo piacere importante quanto il proprio, che investe davvero nel capire cosa ti fa stare bene e non dà per scontato che basti "fare sesso", quella domanda diventa improvvisamente reale e puoi sentirti meno pronta a rispondere proprio perché nessuno te l'aveva mai chiesta davvero.

Quindi credo che in quel caso il problema non è costruire un codice comune, è che una parte del vocabolario non esiste ancora nemmeno per chi dovrebbe usarlo. Non perché sia nascosta, ma perché sta nascendo in quel momento.

Alla fine penso che anche questo può diventare parte del lore di una coppia: non solo inventare una lingua insieme, ma concedersi il tempo di scoprire che una lingua personale, a volte, deve ancora prendere forma prima di poter essere condivisa. Penso che anche questo sia un pezzo di storia bellissimo da scrivere insieme.
Tesoro mio, e lo dico senza mezzo grammo di cattiveria: costruire una coppia è investire.

Sempre.

Tempo, soldi, energie, attenzione, corpo, testa, rischio. Soprattutto rischio. Perché se non sei disposto a buttare risorse sapendo che potresti perderle, finisci a giocare in stanze sempre più piccole, finché un giorno non giochi più e ti fai bastare quello che non c’è.

Il discorso dei legnetti è bello, ne abbiamo parlato mille volte e lo sai che lo condivido, ma va capito bene.

C’è chi costruisce il nido di due passerotti e chi costruisce la tana di due predatori. Si vogliono bene entrambi, solo che parlano lingue diverse. Nel primo caso c’è calore, riparo, continuità. Nel secondo c’è anche orgoglio, tensione, competizione, fame, la voglia di non prendersi il pacchetto standard che va bene a tutti.

Io su questo la penso al trecento per cento come @ipazia.

Più parli, più metti in comune qualità invece che quantità. Non il bollettino, non il rapportino, non il “oggi ho fatto questo”. Qualità. Come guardi le cose, dove ti si muove il corpo, dove ti si accende la testa, dove ti viene voglia di spingere e dove invece ti chiudi. E poi ti regoli sulle risposte dell’altro. Perché una coppia viva non è due persone che si spiegano addosso. È due persone che si accordano mentre stanno suonando.

Oggi ho avuto un confronto pesante con una mia ex, probabilmente la persona su cui ho investito di più in vita mia in termini strettamente materiali. Soldi, tempo, energie, soluzioni, pezzi di strada. A conti fatti, economicamente, mi è tornato molto meno.

Eppure so una cosa: io sono rimasto io.

Questa è la parte che conta. I soldi si rifanno. Le energie tornano. Il tempo no, ma almeno sai come lo hai speso. Oggi quello che mi ha fatto cascare le palle fino al secondo piano interrato è stato vedere mescolata la contabilità affettiva con quella materiale, come se l’investimento d’amore dovesse diventare una fattura da contestare a fine rapporto.

Lì capisci tutto.

Quando investi perché pensi che sull’altro piatto della bilancia ci sia il famigerato “per sempre”, l’investimento ha senso anche se poi va male. Perché in quel momento stai costruendo davvero. Stai mettendo legna, pietre, sangue, linguaggio, futuro.

Il problema nasce quando dall’altra parte qualcuno prende il calore, si gode la tana, e poi alla prima (ma pure alla centesima) corrente d’aria ti presenta il conto come se foste due soci usciti male da una srl. Nel sesso e fuori.

Ecco perché prima ancora del desiderio serve capire che razza di creatura hai davanti.

Passerotto, predatore, turista, coinquilino, consumatore di tepore.

Perché il lore di coppia è bellissimo, anche se a me epica di coppia piace molto di più sì. Ma va scritto con qualcuno che sappia tenere la penna in mano, non con uno che si scalda al fuoco e poi ti lascia pure la cenere da pulire.

E se non ci arriva a tempo zero poco male.
 

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
In ogni caso, per quanto mi riguarda, quei passaggi di condivisione non sono stati, e non sono, per niente indolori o pacifici.

Ricordo una discussione epica con G. su un… rossetto 😅😅

Ero stata grandiosa.
Dal suo consiglio di usare un colore più naturale avevo costruito un’intera narrazione: che lui stesse cercando di indirizzarmi verso una sua immagine di donna ideale. 😎😎😎
Una teoria impeccabile, articolata, assolutamente inattaccabile… nella mia testa.

Mi sta ancora prendendo per il culo, sia chiaro 😀 (anche perché quel rossetto mi sta davvero bene!!)

Però ecco… se avessi taciuto, se avessi aspettato che tutto fosse chiaro prima di dirlo, oggi non avremmo quel ricordo da condividere.

Lui non avrebbe potuto vedermi mentre la mia interpretazione prendeva forma, si espandeva e si deformava in tempo reale sotto il suo sguardo. E io non avrei potuto fare esperienza del mio stesso pensiero mentre accadeva, invece che dopo.

Avrei perso qualcosa di importante: la possibilità di attraversare la mia confusione davanti a qualcuno senza doverla subito chiudere in una versione definitiva.

E avrei anche perso il fatto che il suo sguardo può essere un luogo in cui posso andare completamente in tilt senza smettere di essere al sicuro. Un posto in cui posso essere “non finita” senza che questo diventi un problema.
Che posso fidarmi del fatto che lui sappia rimanere fermo mentre mi osserva, perché si fida del fatto che io sappia attraversare quello spazio.

E lui si sarebbe perso la versione educativa di me che trasforma un suggerimento estetico in un processo simbolico complesso, quasi geopolitico, su identità e controllo.

Ma soprattutto: ci saremmo persi il fatto più interessante.

Che lì, in quel disordine, non c’era mancanza di relazione, ma relazione piena mentre ancora non era chiara a se stessa. Non c’era definizione, ma c’era già uno spazio condiviso che si stava formando proprio nel momento in cui io mi dibattevo.

Ed è proprio questo tipo di materiale — imperfetto, non risolto, ancora in movimento — che costruisce memoria comune. E costruisce anche linguaggio.

Perché a volte il punto non è arrivare prima alla chiarezza, ma restare abbastanza dentro il caos da farlo diventare qualcosa che entrambi possono riconoscere.

Un vero peccato non attraversarlo.
Puoi dire a G. che sul rossetto lo capisco fino in fondo. Trovare qualcuno che accolga le tue insicurezze e le tue narrazioni senza minimizzarle è oro. Anche se ride, e perfino se ringhia.
Oggi ho detto alla mia ex che la cosa più bella del fatto sia finita fra di noi è che non devo più preoccuparmi di avere a che fare con qualcuno che non capisce la differenza tra il parafulmine e il fulmine.
 

Rebecca89

Sentire libera
Tesoro mio, e lo dico senza mezzo grammo di cattiveria: costruire una coppia è investire.

Sempre.

Tempo, soldi, energie, attenzione, corpo, testa, rischio. Soprattutto rischio. Perché se non sei disposto a buttare risorse sapendo che potresti perderle, finisci a giocare in stanze sempre più piccole, finché un giorno non giochi più e ti fai bastare quello che non c’è.

Il discorso dei legnetti è bello, ne abbiamo parlato mille volte e lo sai che lo condivido, ma va capito bene.

C’è chi costruisce il nido di due passerotti e chi costruisce la tana di due predatori. Si vogliono bene entrambi, solo che parlano lingue diverse. Nel primo caso c’è calore, riparo, continuità. Nel secondo c’è anche orgoglio, tensione, competizione, fame, la voglia di non prendersi il pacchetto standard che va bene a tutti.

Io su questo la penso al trecento per cento come @ipazia.

Più parli, più metti in comune qualità invece che quantità. Non il bollettino, non il rapportino, non il “oggi ho fatto questo”. Qualità. Come guardi le cose, dove ti si muove il corpo, dove ti si accende la testa, dove ti viene voglia di spingere e dove invece ti chiudi. E poi ti regoli sulle risposte dell’altro. Perché una coppia viva non è due persone che si spiegano addosso. È due persone che si accordano mentre stanno suonando.

Oggi ho avuto un confronto pesante con una mia ex, probabilmente la persona su cui ho investito di più in vita mia in termini strettamente materiali. Soldi, tempo, energie, soluzioni, pezzi di strada. A conti fatti, economicamente, mi è tornato molto meno.

Eppure so una cosa: io sono rimasto io.

Questa è la parte che conta. I soldi si rifanno. Le energie tornano. Il tempo no, ma almeno sai come lo hai speso. Oggi quello che mi ha fatto cascare le palle fino al secondo piano interrato è stato vedere mescolata la contabilità affettiva con quella materiale, come se l’investimento d’amore dovesse diventare una fattura da contestare a fine rapporto.

Lì capisci tutto.

Quando investi perché pensi che sull’altro piatto della bilancia ci sia il famigerato “per sempre”, l’investimento ha senso anche se poi va male. Perché in quel momento stai costruendo davvero. Stai mettendo legna, pietre, sangue, linguaggio, futuro.

Il problema nasce quando dall’altra parte qualcuno prende il calore, si gode la tana, e poi alla prima (ma pure alla centesima) corrente d’aria ti presenta il conto come se foste due soci usciti male da una srl. Nel sesso e fuori.

Ecco perché prima ancora del desiderio serve capire che razza di creatura hai davanti.

Passerotto, predatore, turista, coinquilino, consumatore di tepore.

Perché il lore di coppia è bellissimo, anche se a me epica di coppia piace molto di più sì. Ma va scritto con qualcuno che sappia tenere la penna in mano, non con uno che si scalda al fuoco e poi ti lascia pure la cenere da pulire.

E se non ci arriva a tempo zero poco male.
In realtà credo che stiamo dicendo due cose che si completano.
Costruire una coppia è investire. E investire significa anche mettersi continuamente in ascolto, parlare, accordarsi mentre si sta suonando. Però forse aggiungerei un pezzetto.

A volte investire significa anche accettare che uno dei due stia ancora imparando a riconoscere il proprio strumento. In quel caso cercare l'accordo non vuol dire pretendere subito la nota giusta, ma avere la pazienza di cercarla insieme. Di capire quali corde vibrano davvero e quali, invece, hanno sempre suonato solo perché era così che si faceva. Per me investire è anche questo, non andarsene perché l'armonia ancora non c'è, se si pensa che quella musica possa valerne la pena. Restare, ascoltare, provare ancora, perché l'accordo non nasce solo dal tempo che passa, ma dalla disponibilità a imparare davvero la musica dell'altro. E qualche volta, anche ad aiutarlo a scoprire la propria. Non è una perdita di tempo. È anche quello investimento.
 

CIRCE74

Moderator
Staff Forum
Brava, ci voleva la sintesi!
Purtroppo è così, tutti i miei rapporti sono stati rovinati, temo definitivamente, proprio per non esserci parlati.
Molte volte non c'è proprio la possibilità, se davanti hai un muro di gomma hai voglia a provarci.
Qui si stava parlando tra le altre cose di sesso, per esempio io ho provato molte volte a parlare con mio marito di alcune mie fantasie ma non vengo ascoltata, inevitabilmente si torna sempre su ciò che piace a lui, ci ha anche provato ma durante vedo che fa in modo e maniera di tonare sempre li, quindi ho lasciato perdere ma è una cosa che mi scoccia perché per me il sesso è una tra le componenti più importanti del rapporto e mi piacerebbe più elasticità o empatia verso i miei desideri.
E' anche vero che nel sesso si riflette il modo di fare che si ha nella vita di tutti i giorni e lui abituato a fare girare le cose come vuole lui e adotta questo modo di porsi anche a letto, mi dispiace perché penso che ci perdiamo tanto.
Il sesso con lui è sempre stato molto appagante e bello, siamo molto simili, solo che a me magari piace più variare e sperimentare a lui piace restare sulla sua comfort zone, mi fa incazzare che provo a parlargli e lui fa finta di niente...è un atteggiamento che mi manda fuori di testa.
 

ParmaLetale

Utente cornasubente per diritto divino
Molte volte non c'è proprio la possibilità, se davanti hai un muro di gomma hai voglia a provarci.
Qui si stava parlando tra le altre cose di sesso, per esempio io ho provato molte volte a parlare con mio marito di alcune mie fantasie ma non vengo ascoltata, inevitabilmente si torna sempre su ciò che piace a lui, ci ha anche provato ma durante vedo che fa in modo e maniera di tonare sempre li, quindi ho lasciato perdere ma è una cosa che mi scoccia perché per me il sesso è una tra le componenti più importanti del rapporto e mi piacerebbe più elasticità o empatia verso i miei desideri.
E' anche vero che nel sesso si riflette il modo di fare che si ha nella vita di tutti i giorni e lui abituato a fare girare le cose come vuole lui e adotta questo modo di porsi anche a letto, mi dispiace perché penso che ci perdiamo tanto.
Il sesso con lui è sempre stato molto appagante e bello, siamo molto simili, solo che a me magari piace più variare e sperimentare a lui piace restare sulla sua comfort zone, mi fa incazzare che provo a parlargli e lui fa finta di niente...è un atteggiamento che mi manda fuori di testa.
Ma ci siamo noi per le tue fantasie!! sputa il rospo!!
 
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