Sì, concordo.
Aggiungo una riflessione.
Unisco i sottolineati.
Sono d'accordo riguardo il fatto che il comportamento umano (ma si potrebbe allargare a ben oltre l'umano, nei diversi regni dei viventi) abbia una componente piuttosto evidente di opportunismo.
E penso anche che l'opportunismo non sia un qualcosa di necessariamente negativo, ma anzi, sia un elemento adattivo. E che derivi da una lettura dell'ambiente e delle variabili che vanno ad influenzare l'ambiente e che quindi richiedono l'attuazione di strategie che permettano una migliore relazione con l'ambiente e quindi un miglioramento della qualità della vita.
Ma, e vado al sottolineato in fondo al post, se la lettura dell'ambiente che porta ad attivare strategie di opportunismo e quindi adattamento all'ambiente stesso, non è aderente all'ambiente ma è frutto di "lenti" distorte, allora anche l'adattamento risulterà necessariamente inadatto all'ambiente reale e adatto all'ambiente virtuale.
A quel punto la soggettività non solo non si rivela un vantaggio (come lo è in termini evolutivi per certi aspetti) ma diviene un ostacolo.
E quindi si trasforma una risorsa in problema.
A questo punto si apre tutta la questione fra osservatore ed osservato. A come si influenzino direttamente e retroattivamente.
Ho la sensazione, e sai benissimo che sono una accesa sostenitrice dello sguardo individuale sul mondo e per certi versi di un certo relativismo nell'approccio al mondo, che la soggettività stia diventando altro. E in particolare stia diventando un modo per dipingere un mondo che esiste solo all'interno delle produzioni soggettive.
Per poi finire a bagna nella rabbia e nell'aggressività che discende dal dover necessariamente fare i conti col fatto che il mondo, per quanto soggettivamente venga letto, non risponde alle regole che soggettivamente si era deciso dovesse rispettare.
Qui potremmo andare a farci un lungo giro nell'illusione di controllo, nella perdita di senso che deriva dallo sbattere il naso (e prima o poi accade) col fatto che il controllo è illusorio (se non inteso come dominio di sè all'interno di situazioni più o meno impreviste) che la sicurezza è una produzione artificiale.
Posso capire che tutti questi "veli" siano apparentemente funzionali ad un momentaneo sollievo.
Che non biasimo. Ma rilevo però.

E che a mio parere è appunto sollievo, ossia soluzione momentanea ad un evitamento di fatti che vanno a ribaltare il sistema costituito nella propria testa.
Il rischio è che quel sollievo divenga un addiction. Più mi concentro sul sollievo immediato, più di quel sollievo avrò bisogno per sentirmi a posto e al sicuro. E in questi termini si alza la soglia di tolleranza a situazioni che probabilmente viste con occhio esterno sarebbero ben poco tollerabili.
Mi sto spiegando?
I fatti in sè, secondo me sono la base da cui partire.
Anche per fare la tara al proprio bisogno di stabilità e sicurezza in relazione all'imprevedibilità della realtà in cui si è costantemente immersi.
Quanto allo zoccolame, ti condivido.
Ma mi lascia lo stesso sempre con un certo amaro in bocca.
E' sicuro un meccanismo adattivo, ma che non porta ad alcuna evoluzione.
In particolare in un'epoca in cui le donne fanno bandiera del loro essere donne.
Ma ancora non riescono ad abbandonare la guerra fra donne.
E quella stessa guerra insegnano ai figli. Più o meno direttamente.
Questo è in effetti è un giudizio, molto molto soggettivo