Concordo. E aggiungo, alla testa, anche la pancia. Il sentire.
Per farlo serve però essere differenziati...aver dimestichezza col bambin* che si è stati e saperlo distinguere...collocare il bambino emotivo che emerge di fronte al bambino fisico con cui ci si sta confrontando.
Una cosa che mi colpisce moltissimo quando guardo certe mamme è che parlano ai loro pargoletti in un linguaggio che è tutto pucci pucci amore tesoro sole della mia vita...una estate ero in giardino, il cane del vicino abbaiava e stavano passando una mamma con un piccoletto che avrà avuto due o tre anni...e questa che diceva al piccoletto "guada tesoro, amore bello...è il bau!"


E io nella mia testa mi chiedevo che cazzo gli stesse dicendo. A un essere a cui stai insegnando il linguaggio, con quello che comporta una struttura linguistica ben costruita, te gli parli come ad un...non so manco come definirlo. Per onomatopee storpiate. Fra l'altro. Che il cane non fa nemmeno bau!
In realtà lei era tornata bambina, scema...ed è un po' il discorso dell'educatore in pantaloni corti, che per farsi accettare dai gruppi in strada non ha il coraggio del suo essere adulto e azzera una asimmetria relazionale che è semplicemente data dall'esperienza di vita e che significa il valore, fra l'altro, della relazione stessa.
Posso prestare i miei piedi se so che i miei piedi hanno percorso strada e sono consapevole della strada che hanno percorso. E se so che i piedi che presto sono in prestito a chi non ha ancora percorso la strada e la deve percorrere per poter crescere e appoggiarsi sui suoi piedi, sostenendolo mentre si radica nella Terra, a cui appartiene.
E questo significa aver chiaro e stampato in testa che i figli non sono "propri", ma sono loro stesso in prestito. E sono una opportunità per poter percorrere strade che non si sarebbero potute altrimenti percorrere.
Chiedere ai figli di percorrere le proprie stesse strade è negare l'essenza del figliare. Dal mio punto di vista.
E non riconoscere a se stessi il proprio percorso di vita, collocato in un tempo e in uno spazio che sono diversi da quelli che percorrerà una nuova vita.
Mi riferivo al bambino tabula rasa, figlio delle concezioni cartesiane e su cui si è costruita buona parte della scienza pedagogica da inizio '900...perchè in quelle concezioni c'è l'assunto per cui l'errore debba essere corretto.
E dal mio punto di vista serve invece innanzitutto
distinguere sbaglio da errore.
Dove lo sbaglio riguarda la conoscenza dichiarativa (chi è Carlo Magno?) e l'errore riguarda la conoscenza procedurale che riguarda principalmente invece la costruzione di quei percorsi mentali personali, legati al modo di vedere il mondo e quindi agli
stili di apprendimento che rende unico ogni individuo...ed è qui che secondo me si fa casino...ti indico la mia procedura e non la mia conoscenza, perchè io stesso, adulto, non ho chiara la differenza fra le due cose. Ed è qui che si gioca il bambino emotivo che è stato e il bambino fisico che crescerà.
Non so se mi spiego.
Quello dell'accompagnare al di là dal fiume è una opportunità che credo spesso gli adulti perdano. E parlo di opportunità perchè sono spesso talmente spaventati e presi dall'illusione di poter dare la felicità (che è una questione procedurale e non dichiarativa) che vogliono proprio indicarla loro la strada. Metterla dentro. E non hanno il coraggio di stare a guardare cercando insieme l'errore e dando ad entrambi la possibilità di imparare.
Ognuno dalla sua posizione e sui suoi piedi.
I piedi che hanno già percorso e i piedi che ancora devono farlo.
La questione dell'educatore in pantaloncini corti toccava anche questa questione...l'insicurezza adulta di essere adulto per Essere e non per ruolo presentato. La non necessità di appiattire la relazione e l'asimmetria perchè si teme l'autorevolezza dell'asimmetria riconosciuta attraverso lo scambio di esperienze nel rispetto reciproco.
Ed è una cosa interessante, da sperimentare...come l'adultità non risieda nel diventare imbecilli come la mamma che parlava del bau ma nel regalare il nome giusto comprendendo il linguaggio del bau del bambino.
Non so se mi spiego.
Questa tensione, tutta moderna, del bambino felice, mi spaventa. Moltissimo.
Perchè tende a presentare
la felicità come un prodotto. E crea, dal mio punto di vista, futuri adulti dipendenti dalla produzione. E scarsamente consapevoli delle procedure, e della fatica e anche del sacrificio che comporta una procedura o un'altra. E in questo modo si monca la possibilità della soddisfazione.
Un po' come quelli che arrivano in cima al monte bianco in infradito perchè ci sono arrivati con la funivia. E fanno le foto convinti di essere sul monte bianco.
Fisicamente ci sono sul monte bianco.
Ma non hanno sperimentato il monte. La fatica. Il raggiungimento o il fallimento perchè vetta troppo ardua.
E infatti poi provano pure a fare un giro in infradito...e si lamentano che la neve è fredda. :facepalm:
Io faccio fatica a volte a non dire nulla...ma adesso riconosco che è un fastidio tutto mio. Un vaffanculo però mi sale spesso alla bocca...