L'ASPETTO ECONOMICO
C'è un carattere di antieconomicità dell'operazione. L'Arabia Saudita (uno dei principali produttori di petrolio al mondo) è alle prese con la peggiore crisi a memoria d'uomo. Nell'arco dell'ultimo anno il prezzo del greggio è sceso fino ai 36 dollari e la situazione non sembra destinata a migliorare; anzi, il futuro appare assai incerto. Il mondo è sommerso dal petrolio. L'Arabia Saudita produce a pieno regime, mentre il petrolio iraniano, grazie all'abbattimento delle sanzioni, si prepara a travolgere il mercato come uno tsunami di oro nero a basso costo.
Non tutti sanno che dall'avvento delle nuove tecniche di fracking (tecnica di estrazione sviluppatasi negli Stati Uniti, che, con l'utilizzo di gettiti d'acqua sotto pressione, estrae il petrolio dalle faglie più remote) si è scatenata una guerra al ribasso nel mercato petrolifero che ha visto i prezzi del petrolio scendere sotto i 35 dollari al barile, rendendo non convenienti le estrazioni dalla Norvegia alla Russia, al Venezuela e al Mare del Nord. Studi della Rystad Energy (grossa società di consulenza nel campo oil e gas) evidenziano un prezzo medio di break even per il petrolio estratto offshore (in mare, come nel caso in questione) intorno ai 65 dollari al barile.
Ci sono, infatti, tre numeri da tenere a mente. Il pareggio fiscale: il prezzo del petrolio che permette al paese di non creare deficit pubblico. Il pareggio contabile (o più comunemente "break even"): il prezzo del petrolio necessario perché un nuovo progetto di estrazione di petrolio sia profittevole. Il costo in denaro: il prezzo del petrolio necessario perché le compagnie petrolifere mantengano operativi i progetti già esistenti.
Con un dato sul break even come quello ipotizzato, quindi, è ragionevole credere che non sarà facile coprire i costi. Ed è ancor più ragionevole, credere che per farlo si possa ricorrere al consolidato metodo all'italiana dell'assistenzialismo statale, facendo un favore, ancora una volta, alle grandi multinazionali. L'Italia, al momento, importa energia per l'80% del suo fabbisogno. Dalle trivelle, allora, arriverebbe solo una minima percentuale di questo fabbisogno.
Quindi, tralasciando dalla semplice analisi costi/benefici le esternalità di natura ambientale e confrontandoci solo sui costi diretti, la realtà attuale vede il costo di produzione a metà del valore di break even. Eppure, dai dibattiti pubblici, questa realtà economica sembra non emergere. Qual è, quindi, il senso delle trivelle sulla base dell'attuale situazione economica e del prezzo futuro del petrolio? Né è ragionevole obiettare che le trivelle creerebbero posti di lavoro, quando, ugualmente, fonti di energia "pulita" ne potrebbero prevedere in pari numero o forse anche superiore. Nell'ottica delle strategie di approvvigionamento qual è la ratio di tutto questo, quando, invece, si potrebbero dirottare gli investimenti in tecnologie alternative di lunga visione e inserite in un'ottica strategica di direzione? Sarebbe compito del Ministero dello Sviluppo Economico consigliare al governo le scelte di natura strategica da adottare per il lungo termine.
Insomma, a chi convengono le trivelle?