danny
Utente di lunga data
I fattori in gioco sono numerosi e riguardano sia le trasformazioni sociali che quelle tecnologiche, in un complesso che ha visto il novecento stravolgere meccanismi e realtà in auge da secoli.Tu parti dal presupposto che se uno volesse o se ce l'ha dentro (Però qui torniamo al tuo tendenziale innatismo) farebbe. Ma uno per fare deve sentirsi non solo di voler fare ma di essere in grado di fare.
Qui sì ci sarebbe da capire in quale modo si sia riusciti a far pensare a così tante persone di essere degli incapaci.
O forse come si sia riusciti a renderli davvero ignoranti, superficiali e in condizioni di essere davvero senza la capacità di prendersi cura del proprio ambiente di vita.
Forse davvero il crollo delle ideologie ha portato le persone a sentirsi sole, senza un retroterra che supportasse il loro impegno.
Non so.
Su questo mi pongo molte domande anch'io.
Riassumere il tutto in un post non credo sia possibile.
E' cambiato molto inoltre il rapporto dell'individuo con la società, introducendo differenze prima inesistenti, scardinando e mutando i valori di appartenenza, parcellizzando la società stessa in maniera progressiva.
E' un processo ancora in atto, inesorabile da decenni.
Pensa solo alla realtà contadina, che è rimasta chiusa e immutabile per secoli, in rapporti di sudditanza che sembravano eterni, che si è trasformata gradualmente in classe operaia, per poi diventare terziario, a come possa essere stata stimolata l'ambizione individuale in una competizione che ha introdotto concetti come la produttività, o la mobilità sociale, o sempre maggiori stimoli alla crescita personale. La maggior parte dei laureati di oggi vanta tra i nonni o i bisnonni dei contadini: un abisso generazionale. Sono aumentate le differenze, in termini culturali, generazionali, addirittura legate anche solo all'abbigliamento, per dire.
Le ideologie o la fede erano punti di incontro, la loro messa in discussione ha contribuito al rafforzarsi di un'identità che fatica a trovare punti di incontro collettivi. Ma anche il '68, più che un momento di riflessione e di condivisione ideologica, è stato anche l'attualizzarsi di un processo di identificazione generazionale, promuovendo il concetto di "giovani", una nuova forma di classe.
Vi è quindi una società parcellizzata, in cui stenta sempre più a prendere piede l'idea di appartenere a un qualcosa che non sia se stessi e ciò che ci assomiglia.
Non vi è più il territorio a sancire un senso di appartenenza, che fosse la cascina, il quartiere, la via: ognuno di noi ha una mobilità tale da non identificarsi più col luogo ove abita. Non vi è più il concetto di classe sociale, si tende a disconoscere gli individui del proprio ceto, accentuandone le differenza, avendo spesso come modello la classe dirigenziale (pensate all'attrazione per i cosiddetti vip, manifesta anche solo nell'imitare comportamenti e abbigliamento) o personali scelte. Vi sono differenze a livello culturale. Di approccio tecnologico (gap).
Il tutto è amplificato a livello di messaggi che riceviamo ogni giorno, che esaltano l'individualità.
Altri fattori: la mobilità. Una volta ci si spostava per lavorare solo per lunghi periodi, mesi o anni.
Oggi ci si sposta quotidianamente. Ieri a piedi o in bici, oggi con l'autovettura privata, chiusi con la propria autoradio a farci compagnia.
Ridotte le dimensioni dei luoghi di lavoro, resa precaria l'occupazione, anche in questo settore viene a mancare il senso di appartenere a un qualcosa in cui ci si riconosce come collettività.
Vi è poi la parte del divertimento, che una volta ero più spesso lo stare e fare cose insieme, oggi è giocare con uno strumento elettronico, chattare, guardare film e spettacoli alla tv, spesso avendo una televisione a testa per non condividere neppure i programmi (che sono pure aumentati di numero differenziandosi tra loro, neppure più si possono condividere gli stessi programmi come una volta) o al limite leggere un libro o un testo su un e-reader.
L'immigrazione ha contribuito alla parcellizzazione della società, introducendo ulteriori differenze.
Mutato anche il concetto di famiglia, da quella numerosa e allargata di un tempo e di una realtà contadina, a quella mononucleare delle città, fino a quella attuale di famiglia a tempo determinato, considerando la durata media di una coppia o di una famiglia prima che entri in crisi e si separi.
Non abbiamo più bisogno così tanto degli altri, in pratica, o almeno così crediamo.
Per cui riduciamo i rapporti al minimo, con i pochi che ci piacciono o ci servono, fregandocene degli altri o temendone le differenze.
E questa è forse la paura che domina di più.
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