Parlare dopo la grandissima Innominata è quasi una sconvenienza, come ruttare sonoramente al simposio della croce rossa a Montecarlo al tavolo di Grace e Ranieri negli anni Settanta.
Dico la modesta mia: sono convinta che chi tradisce e resta ha scoperto di poter manipolare l'altro. Questo lo pone nella condizione di non essere più credibile nemmeno a se stesso quando sta con il suo altro, lo pone nella condizione di vedersi vivere, anche quando è massimamente sincero e spontaneo nelle sue sincere e spontanee manifestazioni di affetto, di amore!, verso il suo altro. Quello che un traditore pentito vuole disperatamente è non aver mai tradito, il che è manifestamente impossibile. Allora quello che disperatamente vuole è l'oblio del passato fallace, e tutto ciò che glielo ricorda è un attentato alla sua pretesa di palingenesi impossibile. Per questo non parla. Se gliene importasse di meno, se non avese uno specchio davanti ogni secondo di spontaneità, sarebbe facile parlare, molto facile.
Se si parlasse, però, significherebbe non solo risprire una ferita, ma sminuire sia per l'individualità del traditore un pezzo comunque esistente della sua vita, sia, soprattutto, trasformare definitivamente un rapporto d'amore quale quello tra due coniugi, in un rapporto d'amicizia.
Sarà che per me amicizia e amore non sono per nulla confondibili, ma mettersi a conversare dell'altro che è stato, lo trovo sanzione definitiva della morte della coppia d'amore.
Sarà poi magari coppia genitoriale, coppia di funzione, coppia di amici molto legati, ma mai più coppia d'amore.
Il traditore che non parla è perché ancora ama il tradito e siccome ha scelto, disperatamente cerca di essere perdonato e riaccolto in quella coalescente sostanza indiffferenziata e beata che è l'amore sereno, l'amore senza nuvole, l'amore caldo e insieme fresco di una coppia annosa di due che nonostante abbiano ruoli genitoriali, funzioni familiari, funzioni sociali, ancora si AMANO.