Il vate e le sue imprese...
L´HAREM DI ARIEL
Attilio Mazza
Principesse e bottegaie, cantanti e attrici, muse e cameriere Le donne del poeta sono le tappe della sua biografia. Estrema
Dicono abbia amato «la donna», ma quante! Cento? Cinquecento? Nessuno è stato capace di tenere i conti per Gabriele d´Annunzio, tra fisse, occasionali, muse e «badesse». L´immaginifico, pronto ad appropriarsi di tutto, e tutto giustificare e sublimare nella poesia, si proclamò «infedele per amore». Una caccia spasmodica, ossessiva negli anni della maturità e patetica in quelli estremi. Pulsione erotica incontrollata, il «furore del maschio» in cui il «gonfalon selvaggio» lo induceva a cercare ovunque la «rosa», facendogli perdere il dominio di scelte raffinate (principesse, contesse, marchese), inducendolo a contatti con femmine d´ogni genere ed estrazione, anche la «puttana di Palmanova».
Vivisezionò, con accenti di verità, le visioni più intime, il bisogno dell´orgia, che includeva l´assunzione di cocaina, indispensabile probabilmente dai tempi dell´esilio francese e soprattutto negli anni del Vittoriale. Analizzò con acutezza la contemplazione di sé, della donna, degli oggetti. Evocò negli appunti segreti degli anni virili i particolari eccitanti: le calze di seta «sottili che rivelano anche la lanugine più lieve», l´incanto dei dettagli anatomici, i «seni della donna allo scoppio del riso simili a due cimbali d´argento, a due melagrane pallide colme di acini perlati».
Ed ecco le emozioni morbose di attimi perduti: «La docilità della carne nel secondare la brama di totale possesso, la mano plastica che contorna e rimodella i due sentieri che scendono giù per gli inguini, orlati della selvetta rada o folta, e s´ingolfano nel solco delle due mezzelune. La destra è quasi sempre più soda e più florida, e più fiera nel dimenìo dell´anca, mentre la sinistra è più delicata e più attraente al bacio quasi paffuta guancia».
Nel gioco erotico, nel desiderio di totale possesso, ebbe la manìa «di mutare nome» alle sue belle, «di inventare nomi d´amore e atti d´amore», al punto che non si riesce più a distinguere una Mélitta o una Nerissa da un´altra, soprannome il primo dato in particolare alle amiche bionde, il secondo alle corvine, rendendo impossibile svelare il volto di numerose donne che furono sue per tempi più o meno brevi, fra cui le innumerevoli «badesse al passo».
Non conobbe lealtà in amore: «bisogna spezzare la maschera della fedeltà, come quella della verginità. Non v´è menzogna sillabica più confusa e diffusa di questa: la fedeltà. Ha il suono scenico delle false catene. Non v´è coppia fedele per amore. Io sono infedele per amore».
Un programma di vita al quale sempre si attenne. Sentì, infatti, il bisogno di trasgressioni costanti, di avventure erotiche, di emozioni nuove quasi all´infinito, anche nei momenti di più ardente passione, di «abbandono pieno», quando nel suo cielo brillarono i grandi astri, le donne che segnarono in vario modo la sua vita e la sua poesia.
Poté realizzare il proposito di rimanere «infedele per amore» grazie alla straordinaria capacità di attrarre a sé le donne, serrandole in un corteggiamento ardente e irresistibile: lettere, fiori, audacie improvvise.
Poi negli anni, quando cadde il fascino della prima giovinezza (anche se non alto e di corporatura minuta, fu definito in gioventù «bello come un paggio del Medioevo»), e divenne gradualmente calvo in seguito alle cure per una ferita riportata in un duello, salì sempre più alta la seduzione della sua celebrità internazionale di poeta e di scrittore, d´amatore impareggiabile, di mitico eroe della Grande Guerra e di comandante di Fiume, capace di qualsiasi impresa. E fu sempre più assediato da donne ambiziose, desiderose di brillare di luce riflessa, con la speranza di entrare in una delle sue pagine, o da femmine alla ricerca d´ emozioni nuove.
Quando, soprattutto negli ultimi tempi (ma anche prima), le donne non salivano spontaneamente al Vittoriale, fu lui a cercarle, attraverso persone di fiducia, facendo esplorare anche i marciapiedi delle città vicine per trovare qualche bellezza mercenaria in grado di soddisfare la sua sfrenata voglia di piacere.
Ma non tutte si piegarono ai suoi desideri spasmodici. Non è stato ancora possibile un censimento delle numerose donne che seppero resistere ai suoi assalti. Fra le tante, nel 1895, forse anche la bella pianista Giulietta Gordigiani, amica di Eleonora Duse, che sposerà il banchiere Roberto von Mendelsohn: «Alta, con le reni falcate, con il corpo agile e robusto di una Vittoria senz´ali, tutta armata della sua verginità». E così avvenne per la celebre danzatrice americana Isadora Duncan. E nemmeno riuscì a sedurre, su di un divano della Prioria, l´attrice Maria Melato.
Fu sempre smanioso di conoscere ogni forma di vita e non è fuori luogo il sospetto che abbia voluto sperimentare anche il piacere che può dare un bel Ganimede. Nel 1924 fu al Vittoriale il giovane Alberto Spadolini e il poeta lo invitò a rimanere suo ospite. Un giorno, passeggiando per i giardini, dopo aver parlato a lungo della bellezza delle statue greche, gli ordinò di spogliarsi per ammirare il suo corpo perfetto. Quando il giovane partì per Parigi, dove conquistò grande fama di danzatore e di coreografo, lo colmò di doni, fra cui una busta con quarantamila lire in biglietti nuovi. Storie da romanzo hard. Che nessuno potrà mai raccontare.