Sterminator
Utente di lunga data
Bonjour scornacchiati...ahahah...
e' da un po' che volevo leggere sto pirla (Hillman) che dicono sia uno bravo ma non ho mai tempo....
percio' intanto condivido e me fate un bignamino...
D'ACCORDOOOO????....


Ps1:Sia chiaro a titolo gratuito e volontario...traduco: nun caccio uno scheo...
Ps2:Brunetta datte da fa' e nun fa' la lavativa...
Ps3:Mi fa hahare...preferisco la icsbocsssss....
A VOI!....(Lothar ho scritto a voi, nun te eccita'!)....
:rotfl::rotfl::rotfl:
AGGIUNTA: Ma lo sapete che la nostra amica Fantastica e' proprio Fantastica?....:mrgreen::mrgreen::mrgreen:
denghiu', ti ricordero' sempre nelle mie preghiere.....:mrgreen::mrgreen::mrgreen:
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C'è una storiella ebraica, una delle solite barzellette degli ebrei sugli ebrei, che dice:
Un padre, volendo insegnare al figlio a essere meno pauroso, ad avere più coraggio, lo fa saltare dai gradini di una scala. Lo mette in piedi sul secondo gradino e gli dice: « Salta, che ti prendo ». Il bambino salta. Poi lo piazza sul terzo gradino, dicendo: « Salta, che ti prendo ». Il bambino ha paura ma, poiché si fida del padre, fa come questo gli dice e salta tra le sue braccia. Quindi il padre lo sistema sul quarto gradino, e poi sul quinto, dicendo ogni volta: « Salta, che ti prendo», e ogni volta il bambino salta e il padre lo afferra prontamente. Continuano così per un po'. A un certo punto il bambino è su un gradino molto in alto, e salta ugualmente, come in precedenza; questa volta però il padre si tira indietro, e il bambino cade lungo e disteso. Mentre tutto sanguinante e piangente si rimette in piedi, il padre gli dice: «Così impari: mai fidarti di un ebreo".
Questa storiella credo che abbia qualcosa da dire riguardo al nostro tema: il tradimento.
Per esempio: perché bisogna insegnare a un ragazzino a non fidarsi? E a non fidarsi di un ebreo? A non fidarsi del suo stesso padre? Che cosa significa essere traditi dal proprio padre, o da una persona che ci è vicina? E per un padre, per un uomo, che cosa significa tradire qualcuno che si fida di lui? Che senso ha il tradimento nella vita psicologica?
Queste saranno le nostre domande.
Bisogna pur cominciare da qualche parte. Questa volta scelgo di cominciare con «In principio», con la Bibbia. Infatti, benché sia uno psicologo, preferisco non cominciare dal solito prin-cipio degli psicologi, da quell'altra teologia, da quell'altro giardino dell'Eden: il bambino e sua madre.
Fiducia e tradimento non costituivano un problema per Adamo, quando passeggiava in compagnia di Dio. L'immagine del giardino come inizio della condizione umana esemplifica quella che si potrebbe chiamare la «fiducia originale», o la «fede animale», la credenza basilare - nonostante la preoccupazione, la paura, il dubbio - che la terra sotto i piedi è solida e reggerà anche il nostro prossimo passo, che il sole sorgerà anche domani e il cielo non ci crollerà sulla testa, e che il mondo è stato creato da Dio per l'uomo.
Questa situazione di fiducia originale, espressa nell'immagine archetipica dell'Eden, si riproduce nella vita individuale di ciascun bambino e genitore. Come nel principio Adamo, con la sua fede animale, si fida di Dio, così il ragazzino nel principio si fida di suo padre. Per entrambi, Dio e Papà incarnano l'imago paterna: affidabile, salda, stabile, giusta, quella «Roccia dei Tempi» la cui parola è vincolante.
L'immagine paterna può essere espressa anche con il concetto di Logos, l'immutabile potenza e sacralità della parola maschile. Ma non siamo più nell'Eden. Eva ha posto fine a quella nuda dignità. Dopo la cacciata dal Paradiso terrestre, la Bibbia registra una storia infinita di tradimenti di ogni genere: Caino e Abele, Giacobbe e Esaù, Labano, Giuseppe venduto dai fratelli e il loro padre ingannato, le promesse non mantenute del Faraone, l'adorazione del vitello dietro le spalle di Mosè, Saul, Sansone, Giobbe, le ire di Dio e la distruzione quasi totale del Creato, e via elencando, per culminare con il mito centrale della nostra cultura: il tradimento di Gesù.
Benché non si sia più in quel Giardino, ci possiamo ritornare attraverso l'esperienza dei rapporti di intimità, per esempio l'amore, l'amicizia, o il rapporto analitico, nei quali viene ricostituita una situazione di fiducia originale.
Tale situazione è stata denominata ora témenos, recinto sacro, ora vaso analitico, ora simbiosi madre-figlio. Comunque la si voglia chiamare, essa è il luogo dove si ritrova la sicurezza dell'Eden. Ma nel nostro caso è una sicurezza maschile, data dal logos attraverso la promessa, il patto, la parola. Non è una fiducia originale fatta di seni, latte e calore pelle pelle; è simile a quella, ma anche diversa; e secondo me vale la pena, per una volta, partire dal punto di vista che non è sempre obbligatorio andare dalla mamma per trovarei nostri modelli delle strutture fondamentali della vita umana.
In questa sicurezza, fondata non sulla carne ma sulla parola, è stata ricostituita la fiducia originale, sicché è possibile mettere a nudo senza pericolo il mondo originario: la debolezza e l'oscurità, l'indifesa nudità di Adamo, il primo uomo che tutti ci portiamo dentro. Qui siamo come restituiti alla nostra natura più semplice, che contiene la nostra parte insieme più grande e più piccola, i milioni di anni del passato e le idee germinali del futuro. Il bisogno di sicurezza come zona protetta in cui poter mettere a nudo il nostro mondo originario, in cui poterei esporre all'altro senza rimanerne distrutti, è fondamentale ed evidente nell'analisi. Il bisogno di sicurezza può bensì riflettere il bisogno di cure materne, ma nel contesto paterno all'interno del quale ci stiamo muovendo esso è bisogno di intimità con Dio, come sapevano Adamo, Abramo, Mosè e i patriarchi. Ciò che desideriamo ardentemente non è solo di essere contenuti nella perfezione di un altro che non ci potrà mai deludere, ma va addirittura al di là di ogni problema di fiducia e tradimento da parte dell'altro in un rapporto: ciò a cui aneliamo è una situazione in cui essere protetti dalla nostra stessa tendenza al tradimento, dalla nostra ambivalenza, dalla nostra stessa Eva.
In altre parole, la fiducia originale nel mondo paterno significa trovarci nel giardino dell'Eden con Dio e con tutte le creature tranne Eva. Il mondo originario non solo è il mondo prima del male, è il mondo prima di Eva.
L'essere una cosa sola con Dio nella fiducia originale ci protegge dalla nostra stessa ambivalenza.
Così non potremo far andar male le cose, avere desideri sessuali, ingannare, sedurre, tentare, imbrogliare, incolpare, confondere, nascondere, fuggire, rubare, mentire, rovinare il creato con le nostre mani attraverso la nostra natura femminile, perpetrare tradimenti attraverso la nostra mancina in conscietà data dal carattere proditorio di Anima, che è la fonte del male nell'Eden e dell'ambivalenza di ogni Adamo da allora in poi.
Noi vogliamo la sicurezza del logos, dove la parola è Verità e non può essere fatta vacillare.
Sì, l'abbiamo capito tutti: quella nostalgia della fiducia originale, la nostalgia dell'unità con il vecchio Sé saggio, dove io e il Padre siamo una cosa sola, senza l'interferenza di Anima, è tipica del Puer aeternus, colui che sta dietro a tutti gli atteggiamenti adolescenziali.
Il Puer non vuole mai essere cacciato dall'Eden, perché là conosce il nome di tutte le creature, perché là i frutti crescono sugli alberi e basta allungare la mano e coglierli, la fatica non esiste e nel fresco della sera si possono fare lunghe e interessanti discussioni. E non solo là il Puer conosce tutto; si aspetta anche di essere conosciuto, totalmente, come se l'onniscienza di Dio fosse focalizzata tutta su di lui. Questa perfetta conoscenza, questa sensazione di essere totalmente compresi, confermati, riconosciuti, benedetti per quello che siamo, fatti scoprire a noi stessi e noti a Dio, da Dio e in Dio, si riproduce in tutte le situazioni di fiducia originale, e allora pensiamo: soltanto il mio migliore amico, soltanto mia moglie, soltanto il mio analista mi capisce davvero, fino in fondo.
Il fatto che questo non succeda, che il mio amico, mia moglie, il mio analista equivochino e non sappiano riconoscere la mia essenza (che dovrebbe invece rivelarsi nel vivere e non essere nascosta e rinchiusa su se stessa) è vissuto come un atroce tradimento.
Stando al racconto biblico, si direbbe che Dio avesse riconosciuto di non essere un compagno sufficiente per l'uomo, che all'uomo occorresse qualcosa d'altro, più adatto per lui che non Dio stesso. Fu necessario creare Eva, evocarla, farla uscire fuori dall'uomo, e questo portò alla rottura della fiducia originale mediante il tradimento. Fu la fine dell'Eden; e l'inizio della vita.
In questa interpretazione del racconto biblico è sottinteso che la situazione di fiducia originale non favorisce la vita. Dio e il creato non erano sufficienti per Adamo; era necessaria Eva, il che significa che il tradimento è necessario.
Sembrerebbe che l'unica via di uscita da quel Giardino passasse per il tradimento e l'espulsione, quasi che il vaso della fiducia non possa essere smosso altro che attraverso il tradimento.
Si arriva così a una verità fondamentale riguardo sia alla fiducia sia al tradimento: l'una contiene l'altro e viceversa. Non si dà fiducia senza la possibilità del tradimento. È la moglie che tradisce il marito e il marito che inganna la moglie; i soci e gli amici imbrogliano, l'amante usa l'amante a fini di potere, l'analista divulga i segreti del paziente, il padre lascia che il figlio cada dalla scala.
La promessa fatta non è mantenuta, la parola data è rinnegata, la fiducia diventa tradimento.
Siamo traditi proprio nei rapporti più intimi, quelli in cui è possibile la fiducia originale. Possiamo essere traditi davvero soltanto là dove ci fidiamo davvero: da fratelli, amanti, mogli, mariti, non dai nemici, non dagli estranei.
Più grandi sono l'amore e la lealtà, il coinvolgimento e l'impegno, più grande è il tradimento.
La fiducia ha dentro il seme del tradimento; il serpente era presente nel Giardino fin dall'inizio, così come Eva esisteva dall'inizio, preformata nella struttura intorno al cuore di Adamo.
La fiducia e la possibilità di tradimento fanno la loro comparsa nel mondo nel medesimo istante. Ovunque in una unione esiste fiducia, il rischio del tradimento diventa una possibilità reale. E il tradimento, come costante possibilità con la quale convivere, appartiene alla fiducia esattamente come il dubbio appartiene alla fede vivente.
Se prendiamo il racconto biblico come paradigma della vita che si evolve a partire da questo «principio», allora dovremo aspettarci che, perché i rapporti evolvano, la fiducia originale debba essere spezzata; non solo, dovremo aspettarci che essa non sarà superata per il semplice fatto di crescere.
Si verificherà una crisi, una rottura caratterizzata dal tradimento, il quale, a quanto dice il racconto, è la condizione sine qua non per la cacciata dall'Eden e l'ingresso nel mondo «reale», il mondo della coscienza e della responsabilità umane.
Perché bisogna dire chiaramente che vivere o amare soltanto là dove ci possiamo fidare, dove siamo al sicuro e contenuti, dove non possiamo essere feriti o delusi, dove la parola data è vincolante per sempre significa essere irraggiungibili dal dolore e dunque essere fuori dalla vita vera.
E non importa quale sia il vaso della fiducia: l'analisi, il matrimonio, la chiesa o la legge, qualsiasi forma di rapporto tra gli uomini e, oserei dire, di rapporto con il divino. Anche qui, parrebbe, la fiducia originale non è ciò che Dio vuole. Pensiamo all'Eden, pensiamo a Giobbe, a Mosè a cui fu negato l'ingresso nella Terra Promessa, pensiamo all'ultimo sterminio del «popolo eletto» la cui fiducia era tutta e solo in Lui. [Intendo dire che con l'esperienza nazista la fiducia originale degli ebrei in Dio fu tradita, il che richiederà una radicale revisione dell'atteggiamento degli ebrei, della teologia ebraica, che tenga conto di Anima, il riconoscimento del lato ambivalente e femminile di Dio e dell'uomo].
Se possiamo fare dono di noi stessi con la certezza che ne usciremo intatti, magari addirittura arricchiti, allora dov'è il dono?
Se saltiamo dove ci sono sempre braccia ad accoglierci, non c'è vero salto.
Il rischio dell'ascesa è annullato: a parte il brivido del volo nel vuoto, non c'è alcuna differenza tra il secondo gradino, il settimo o il decimo o i diecimila metri di altezza. La fiducia originale permette al Puer di volare alto quanto vuole. Padre e figlio sono una cosa sola. E tutte le virtù maschili come la competenza, il calcolo del rischio, il coraggio, non contano niente: Dio o il Papà saranno pronti ad afferrarti ai piedi della scala.
Ma la cosa più importante è che non possiamo saperlo in anticipo.
Nessuno ci dice, prima: «Questa volta non ti prendo ». Essere preavvertiti è essere premuniti, e allora o non si salta, oppure si salta con riserva: un finto rischio.
Invece, arriva la volta in cui, a dispetto della promessa, si mette di mezzo la vita, succede l'incidente e si cade lunghi e distesi. La rottura della promessa è un'irruzione della vita nel mondo sicuro del logos, dove si può contare sull'ordine di tutte le cose e il passato si fa garante del futuro. Nello stesso tempo, la rottura della promessa ovvero della fiducia è una breccia verso un altro livello di coscienza, come vedremo tra poco.
Prima, però, torniamo alla nostra storiella e alle nostre domande. Il padre ha risvegliato la coscienza, ha cacciato il ragazzo fuori dal giardino, brutalmente, dolorosamente. Ha iniziato il figlio. L'iniziazione a una nuova coscienza della realtà passa attraverso il tradimento, attraverso il venir meno del padre e la rottura della promessa da parte sua. Il padre cambia posizione, abbandona intenzionalmente il fon- damentale impegno dell'Io a mantenere la parola, a non portare falsa testimonianza mentendo al figlio, a essere responsabile e affidabile sempre e comunque. Cambia posizione intenzionalmente, lasciando che in lui e attraverso di lui si manifesti il lato oscuro.
Dunque è un tradimento con un fine morale. Perché, come tutte le vere storielle ebraiche, la nostra è una favola con la morale. Non è una favola esistenzialista che descrive un acte gratuit; e nemmeno è una storia zen che conduce a una illuminazione liberatoria. È un sermone, una lezione, un istruttivo quadro di vita. Il padre dà una dimostrazione nella propria persona della possibilità di tradimento insita perfino nella fiducia più intima. Disvela la propria capacità di tradimento, si pone di fronte al figlio nella sua nuda umanità, rivelandogli una verità sulla condizione di padre e sulla condizione di uomo: io, un padre, un uomo, non sono affidabile. L'uomo è traditore. La parola non è più forte della vita. E dice anche: «Mai fidarsi di un ebreo», sicché la lezione allarga ancora il suo orizzonte. Qui il padre vuole dire che la sua paternità è modellata su quella di Yahveh, che un'iniziazione ebraica è anche un 'iniziazione a una presa di coscienza della natura di Dio, di quel Dio infido che va incessantemente lodato nei salmi e nelle preghiere come paziente, affidabile, giusto e che va propiziato con epiteti indicanti stabilità, appunto perché è cosi arbitrario, emotivo, imprevedibile. Il padre dice, insomma: Ti ho tradito come tutti siamo traditi nella natura traditrice della vita creata da Dio. L'iniziazione del ragazzo alla vita è I'iniziazione alla tragedia dell'adulto.
Per alcuni, l'esperienza del tradimento è altrettanto opprimente di quella della gelosia o del fallimento. Per Gabriel Marcel, il tradimento è il 'male stesso.' Per Jean Genet, nella lettura di Sartre, il tradimento è il male più grande di tutti, in quanto è un «male che fa del male a sé stesso ».
Quando le esperienze posseggono una siffatta intensità, presupponiamo uno sfondo archetipico, un che di troppo umano. Ci aspettiamo di trovare un mito, un modello di comportamento fondamentale mediante il quale l'esperienza può essere amplificata. lo credo che il tradimento di Gesù Cristo possa rappresentare tale sfondo archetipico, e che esso ci possa aiutare a capire più a fondo questa esperienza dal punto di vista di colui che viene tradito [...].
Nella storia di Gesù, il motivo del tradimento colpisce immediatamente. La triplice reiterazione (da parte di Giuda, da parte degli apostoli addormentati, da parte di Pietro; e di nuovo, nel caso di Pietro, il tradimento è ripetuto tre volte) ci parla di qualcosa di fatale, ci dice che il tradimento è un dinamismo essenziale per condurre al punto di massima tensione drammatica la storia di Gesù, e dunque che il tradimento è al cuore del mistero cristiano. La tristezza dell'ultima cena, l'angoscia nell'orto del Getsemani e il grido sulla croce sembrano ripetizioni di un medesimo motivo, riformulazioni di un medesimo tema, che affermano, ogni volta in una tonalità più alta, come un destino si stia compiendo, una trasformazione stia per toccare Gesù.
In ciascuna di queste esperienze di tradimento, Gesù è drammaticamente obbligato a prendere coscienza del fatto di essere stato abbandonato, deluso e lasciato solo. Il suo amore è stato respinto, il suo messaggio è stato male interpretato, la sua chiamata disattesa e il suo fato annunciato.
lo trovo che la nostra storiellina ebraica e quel simbolo grandioso hanno molti punti in comune.
Il primo gradino del tradimento, quello da parte di Giuda, era già noto da tempo. Premunito, Gesù poté accettare questo sacrificio per la maggior gloria di Dio. Il colpo non dovette dunque essere così terribile, eppure Giuda andò a impiccarsi.
Anche il rinnegamento di Pietro era stato previsto, e, ancora, fu Pietro che uscì fuori e pianse amaramente.
Nella sua ultima settimana, la fiducia di Gesù era riposta tutta in Dio. Gesù «uomo di dolore » sì, ma con la fiducia originale ancora intatta. Come il ragazzetto sulla scala, fino all'ultimo gradino egli poté contare su suo Padre, e persino chiedergli di perdonare i suoi persecutori; lui e il Padre furono una cosa sola fino al momento della verità, quando, tradito, rinnegato e lasciato solo dai suoi seguaci, consegnato in mano ai nemici, inchiodato alla situazione irreparabile, Gesù vide infranto il patto di fiducia originale con Dio; solo in quel momento egli avvertì nella sua carne umana tutta "la realtà del tradimento e la brutalità di Yahveh e del creato, e allora gridò il salmo 22, il lungo lamento sulla fiducia in Dio Padre: «"Dio mio) Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza": sono le parole del mio lamento. Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte ... Eppure tu abiti la santa dimora ... In te hanno sperato i nostri padri, hanno sperato e tu li hai liberati ... sperando in te non rimasero delusi ... Sei tu che mi hai tratto dal grembo, mi hai fatto riposare sul petto di mia madre. Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio. Da me non stare lontano, poiché l'angoscia è vicina e nessuno mi aiuta». Questo brano afferma che la fiducia originale è riposta nella potenza paterna, che il grido di aiuto non è rivolto alla madre, bensì che l'esperienza del tradimento fa parte di un mistero maschile.
Non si può fare a meno di notare l'accumulo di simbolismo animico che si costella con il motivo del tradimento. Via via che si dispiega e diventa più intenso il dramma del tradimento, il femminile viene sempre più alla ribalta. Citerò soltanto il lavacro dei piedi durante l'ultima cena e il comandamento dell'amore; il bacio e i denari d'argento; l'angoscia nel Getsemani: un giardino, la notte, il calice, il sudore salino che stilla come sangue; l'orecchio tagliato; l'immagine delle donne sterili sulla via del Golgota; il sogno premonitore della moglie di Pilato; la degradazione e le sofferenze: il fiele e la spugna intrisa di aceto, la nudità e inermità; le tenebre dell'ora nona e le molte Marie; e voglio sottolineare la ferita al costato nel momento di impotenza della morte, come quando Eva fu tratta dal fianco di Adamo. E, infine, la scoperta del Cristo risorto, vestito di bianco, da parte di donne.
Si direbbe che il messaggio di amore, la missione di Gesù in favore di Eros, acquisti forza definitiva solo attraverso il tradimento e la crocifissione. È nel momento in cui Dio lo abbandona, infatti, che Gesù diventa pienamente umano, patisce la tragedia dell'umanità, con il fianco trafitto e ferito dal quale sgorgano sangue e acqua, la sorgente ora liberata della vita, del sentimento, dell'emotività.
La qualità puer, la posizione di sicurezza immune da paure del predicatore miracoloso è svanita. Quando si spezza la fiducia originale, il Dio puer muore e nasce l'uomo.
E l'uomo può nascere soltanto quando nasce il femminile che è in lui.
Dio e uomo, padre e figlio non sono più una cosa sola.
Questa è una trasformazione radicale dell'universo maschile. Dopo la nascita di Eva dal fianco di Adamo dormiente, diventa possibile il male; dopo che il fianco di Gesù tradito e morente è stato trafitto, diventa possibile l'amore.
Il momento critico della «grande delusione», quando siamo crocifissi dalla nostra stessa fiducia, è un momento di «scelta», estremamente pericoloso.
Al ragazzino che si rialza dopo la caduta si aprono due strade e la sua resurrezione rimane in bilico. Può darsi che sia incapace di perdonare, e allora rimarrà fissato nel trauma, pieno di rancore e di voglia di vendicarsi, cieco a ogni comprensione e tagliato fuori dall'amore.
Oppure può darsi che si avvii nella direzione che cercherò di tratteggiare nelle pagine che restano.
Ma prima di rivolgerci al possibile esito fecondo del tradimento, fermiamoci ancora sulle scelte sterili, sui pericoli che si aprono dopo il tradimento.
Il primo pericolo è la vendetta.
Occhio per occhio; male per male; dolore per dolore. Per alcuni la vendetta è una reazione naturale, immediata, che arriva senza che essi si pongano domande. Se compiuta direttamente come gesto di verità emotiva, la vendetta può servire a fare pulizia, a saldare il conto, senza però ottenere altri risultati. La vendetta infatti non conduce a niente di nuovo, solo a vendette di rimando e a faide. Non è produttiva sul piano psicologico, perché si limita a una abreazione della tensione. Quando poi è procrastinata e si trasforma nel fare macchinazioni, nello starsene acquattati in attesa dell'occasione buona, incomincia a puzzare di cattivo e alimenta fantasie di crudeltà e astiosità. La vendetta procrastinata, la vendetta affinata in metodi indiretti può diventare ossessiva, e sposta la messa a fuoco dall'evento del tradimento e dal suo significato alla persona del traditore e alla sua Ombra. Per questo motivo san Tommaso d'Aquino giustifica la vendetta solo quando è rivolta al male in sé e non contro colui che ha perpetrato quel male. Il lato peggiore della vendetta, dal punto di vista psicologico, è la sua messa a fuoco ridotta e limitata, il suo effetto di restringimento della coscienza.
Il secondo di questi pericoli, di queste scelte sbagliate anche se naturali, è il meccanismo di difesa della negazione. Quando in un rapporto uno dei due partecipanti subisce una delusione, la tentazione è quella di negare il valore dell'altro; di colpo e tutta in una volta, egli scorge l'Ombra dell'altro, una vasta panoplia di demoni maligni che ovviamente, prima, nella situazione di fiducia originale, non c'erano affatto. Queste brutte facce dell'altro che di colpo si disvelano sono compensazioni, una enantiodromia delle idealizzazioni di prima. La grossolanità di queste improvvise rivelazioni è indicativa della precedente grossolana inconscietà nei confronti di Anima. Quando la recriminazione e l'amarezza per il tradimento sono molto intense, infatti, è da presumere che esistesse un retroterra di fiducia originale, l'inconscia innocenza dell'infanzia dove l'ambivalenza era rimossa. Eva non era ancora entrata in scena, non era stata riconosciuta come parte della situazione, era rimossa. Intendo dire con questo che gli aspetti emotivi del coinvolgimento, in particolare i giudizi del sentimento - il flusso ininterrotto di valutazioni che scorre all'interno di ogni relazione -, erano respinti. Prima del tradimento, il rapporto negava l'aspetto animico; dopo il tradimento, è il rapporto a essere negato dai risentimenti di Anima. Un coinvolgimento che sia inconscio di Anima o è fatto soprattutto di proiezioni, come succede nelle storie amorose, o è fatto soprattutto di rimozioni, come nelle amicizie tutte maschili basate sulle idee e il «fare delle cose insieme». In questi casi, Anima riesce ad attirare l'attenzione solamente provocando guai. Grossolana inconscietà nei confronti di Anima significa semplicemente che la parte emotiva del rapporto è data per scontata, con fede animale, una fiducia originale nel fatto che non ci sono problemi, che il rapporto è solo quello che pensiamo e diciamo e «abbiamo in mente» in proposito, che tutto si aggiusta da sé. Poi- ché prima non avevamo fatto rientrare apertamente nel rapporto le speranze che nutrivamo al riguardo, il bisogno di crescere insieme nella reciprocità e in modo duraturo (tutte cose che in ogni rapporto di intimità sono costellate come possibilità ultime), adesso imbocchiamo la strada opposta e neghiamo qualsiasi speranza e aspettativa in generale e per sempre. Ma il trapasso repentino da una grossolana inconscietà a una grossolana consapevolezza è proprio di tutti i momenti della verità e inoltre è piuttosto facile da vedere. Perciò non rappresenta il pericolo più grave.
Più pericoloso è invece il cinismo. Una delusione d'amore, una delusione nei confronti di una causa politica, di una organizzazione, di un amico, di un superiore o di un analista provoca spesso nella persona tradita un mutamento di atteggiamento che non solo nega il valore di quella persona o di quel rapporto particolari, ma fa dire che l'amore è sempre una fregatura, tutte le grandi cause sono per gli imbecilli, tutte le organizzazioni sono trappole, tutte le gerarchie il Male e l'analisi una forma di prostituzione, di lavaggio del cervello e di truffa. Non farti fregare; occhio agli imbrogli; sferra tu il primo colpo; meglio soli; oh, io me la cavo sempre: la mano di vernice per nascondere le cicatrici della fiducia infranta.
Con i cocci dell'idealismo viene raffazzonata una filosofia di rude cinismo. Quando noi analisti incontriamo questo cinismo (specie nelle persone giovani), forse è perché non si è prestata abbastanza attenzione al significato del tradimento, soprattutto nel processo di trasformazione del Puer aeternus. E perché come analisti non abbiamo elaborato il tradimento fino a coglierne l'importanza per lo sviluppo della vita del sentimento, come se fosse comunque un punto morto dal quale non potrebbe risorgere alcuna Fenice. Perciò il bambino tradito giura di non salire mai più su un gradino così alto. Rimane piantato a terra nel mondo del cane, kynikòs, cinico.
Questa prospettiva cinica, poiché impedisce di elaborare il tradimento fino a un significato positivo, crea un circolo vizioso, e il cane si morde la coda. Il cinismo, quel ghigno contro la nostra stella, è un tradimento dei nostri stessi ideali, un tradimento delle nostre ambizioni più alte di cui è portatore l'archetipo del Puer. Quando il Puer si schianta a terra, tutto ciò che ha a che fare con lui è rifiutato.
Si arriva così al quarto - a mio avviso il più grave - pericolo: il tradimento di sé.
Il tradimento di sé è forse l'esito più preoccupante. E uno dei modi in cui esso può insorgere è appunto in conseguenza dell'essere stati traditi. Nella situazione di fiducia, nell'abbraccio dell'amore, o davanti a un amico, o con un genitore, un collega, un analista, noi apriamo uno spiraglio, mettiamo allo scoperto qualcosa che avevamo sempre custodito dentro di noi: «Questo non l'ho mai detto a nessuno in vita mia». Una confessione, una poesia, una lettera d'amore, un progetto fantastico, un segreto, un sogno o una paura infantili, che contengono i nostri valori più profondi. Nel momento del tradimento, queste perle germinali, così delicate e sensibili, diventano sassolini, granelli di sabbia. La lettera d'amore diventa una sbrodolata sentimentale,e la poesia, la paura, il sogno, l'ambizione si riducono tutti a cose ridicole, da sbeffeggiare sguaiatamente, da spiegare con linguaggio da caserma come merda, boiate. Il processo alchemico è rovesciato: l'oro riconvertito in feci, le nostre perle gettate ai porci. Solo che iporci non sono gli altri, ai quali tenere nascosti i nostri valori più intimi, bensì le rozze spiegazioni materialistiche che ci diamo, le ottuse semplificazioni che riducono tutto a pulsione sessuale e fame di latte, che ingurgitano tutto quanto indiscriminatamente; i porci sono la suina ottusità con cui ripetiamo che le cose più belle erano in realtà le più brutte, la melma in cui gettiamo i nostri valori preziosi.E una strana esperienza quella di ritrovarsi a tradire se stessi, a volgersi contro le proprie esperienze attribuendo loro i valori negativi dell'Ombra e agendo contro le proprie intenzioni e il proprio sistema di valori.
Quando si rompe un'amicizia, una collaborazione, un matrimonio, una storia d'amore o l'analisi, di colpo viene in luce il lato più brutto e più sporco e ci ritroviamo a comportarci nello stesso modo cieco e sordido che attribuiamo all'altro, e a giustificare le nostre azioni con un sistema di valori che non ci appartiene. E allora sì siamo davvero traditi, consegnati a un nemico interno. E i porci ci si rivoltano contro e ci sbranano. L'alienazione da sé dopo un tradimento ha una funzione essenzialmente autoprotettiva. Non vogliamo più farci ferire e, poiché la ferita è stata inferta quando ci siamo rivelati per come siamo, adesso non vogliamo più ritornare a vivere partendo da quel luogo dolente.
Così si ripudia il proprio sé, lo si tradisce, non vivendo la propria fase della vita (un uomo, una donna di mezza età, divorziati, senza nessuno da amare), o il proprio sesso (con gli uomini ho chiuso, sarò anch'io brutale come loro), o il proprio tipo (non seguirò più il mio sentimento, la mia intuizione, o quello che è), o la propria vocazione (la psicoterapia è davvero un mestiere sporco). Infatti è stato proprio nella fiducia che avevamo posto in questi aspetti fondamentali della nostra natura che siamo stati traditi. Perciò rifiutiamo di essere quello che siamo, incominciamo a imbrogliarci con giustificazioni e elusioni, e il tradimento di sé diventa precisamente la definizione che Jung dà della nevrosi come uneigentlich leiden, soffrire in modo inautentico.
Cioè, anziché vivere la nostra personale forma di sofferenza, per mauvaise foi, per mancanza del coraggio di essere, tradiamo noi stessi. E questo in ultima istanza è, io credo, un problema religioso: siamo come Giuda o come Pietro, veniamo meno alla cosa essenziale, al dovere essenziale di assumerci e di portare la nostra croce e di essere quello che siamo, anche se ci fa soffrire.
Oltre alla vendetta, alla negazione, al cinismo e al tradimento di sé c'è ancora un'altra svolta negativa, un altro pericolo, che potremmo chiamare la scelta paranoide.
Anche questo è un modo per proteggerci dall'eventualità di essere nuovamente traditi e consiste nel costruire il rapporto perfetto. Rapporti di questo genere esigono il giuramento di fedeltà al regime; non tollerano rischi alla loro sicurezza. Il loro motto è: «Non mi dovrai mai deludere». Il tradimento deve essere escluso dal rapporto con reiterate affermazioni di fiducia, dichiarazioni di fedeltà eterna, prove di devozione, giuramenti di mantenere il segreto. Non ci può essere la più piccola crepa, il tradimento non deve assolutamente entrare. Ma se il tradimento è dato con la fiducia, come seme opposto sepolto al suo interno, allora la pretesa paranoide di un rapporto esente dalla possibilità del tradimento non può in realtà fondarsi sulla fiducia: sarà piuttosto una convenzione intesa a escludere il rischio. Come tale, più che all'amore attiene alla sfera del potere. E un ritirarsi in un rapporto basato sul logos, imposto dalla parola, non tenuto insieme dall'amore.
Una volta lasciato il giardino dell'Eden, non è possibile ricostituire la fiducia originale. Ormai sappiamo che le promesse valgono fino a un certo punto e che dei voti si occupa la vita, la quale li può adempiere oppure rompere.
E dopo l'esperienza del tradimento, i nuovi rapporti devono prendere le mosse da un punto completamente diverso. La distorsione paranoide delle vicende umane è una cosa grave.
Quando un analista (o un marito, un amante, un discepolo o un amico) si sforza di soddisfare i requisiti di un rapporto paranoide dando assicurazioni di fedeltà, cancellando la possibilità del tradimento, è garantito che si sta allontanando dall'amore. Perché, come abbiamo visto e vedremo ancora tra breve, amore e possibilità di tradimento provengono dal medesimo fianco, il sinistro.
Accantoniamo un attimo il problema del significato che il tradimento ha per il figlio, colui che viene tradito, per tornare a un'altra delle nostre domande iniziali:
che cosa può significare il tradimento per il padre?
Che cosa significasse per Dio lasciare morire il proprio figlio sulla croce, non ci viene detto; e nem- meno che cosa significasse per Abramo condurre Isacco al sacrificio. Tuttavia Dio e Abramo compirono queste azioni. Furono capaci di tradire, cosi come lo fu Giacobbe, che entrò in possesso dell'eredità paterna tradendo il fratello. Che la capacità di tradire attenga alla condizione di padre?
Proviamo a rifletteresu questa domanda.Il padre della nostra storiella non si limita a mostrare la sua umana imperfezione, cioè non si limita a non afferrare il figlio. Qui nonsi tratta semplicemente di una debolezza o di un errore. Egli decide coscientemente di la- sciar cadere il figlio e di procurargli un doloree una umiliazione. Manifesta la sua brutalità. La medesima brutalità vediamo nel trattamento di Gesù dalla cattura alla crocifissione e nei preparativi di Abramo. Altrettanto brutale è ciò che accade a Esaù e a Giobbe. La brutalità viene fuori di nuovo nella pelle di animale che Giacobbe indossa per tradire Esaù e nelle belve immani che Dio enumera a Giobbe per giustificare i suoi tormenti. Nonché nel salmo 22 citato sopra.
L'immagine paterna - quella figura giusta, saggia e clemente - si rifiuta di intervenire in alcun modo per lenire le sofferenze che il padre stesso ha provocato. Inoltre, il padre rifiuta di rendere conto di sé.
Il rifiuto di spiegare significa che la spiegazione deve venire, semmai, dalla parte offesa. E del resto chi, dopo essere stato tradito, sarebbe in condizione di ascoltare le spiegazioni dell'altro?
Questo, a mio avviso, è lo stimolo creativo presente nel tradimento: è l'individuo tradito a dover trovare il modo di risorgere, a dover fare un passo avanti dandosi da sé un'interpretazione dell'accaduto.
Ma l'esperienza del tradimento può essere creativa solo a patto che egli non cada nei pericoli che abbiamo descritto e vi rimanga fissato.
Nella nostra storieIla, tuttavia, il padre dà una spiegazione. Si tratta dopo tutto di una favola con la morale e il gesto del padre è educativo, una forma di iniziazione, mentre nei racconti archetipici e nella vita quotidiana il tradimento non è spiegato all'altro dal traditore, perché avviene inconsciamente, attraverso il nostro autonomo lato sinistro.
Nonostante le spiegazioni, il comportamento del padre della nostra storiella rimane un comportamento brutale. L'uso cosciente della brutalità sembrerebbe un tratto comune alle figure paterne. Il padre ingiusto riflette l'iniquità della vita. Rimanendo insensibile al grido di aiuto e al bisogno dell'altro, arrivando ad ammettere che la sua promessa è fallibile, il padre riconosce che il potere della parola può essere trasceso dalle forze della vita.
Tale consapevolezza dei propri limiti maschili e tale durezza di cuore indicano un alto grado di differenziazione del debole lato sinistro. Differenziazione del lato sinistro significa capacità di reggere la tensione senza intervenire, di sbagliare senza cercare di rappezzare la situazione, di lasciare che siano gli eventi a determinare i princìpi.
Significa anche essere riusciti a superare in qualche misura quel senso di «coda di paglia» che ci trattiene dal compiere fino in fondo in piena coscienza certe azioni brutali ma necessarie. (Quando parlo di brutalità cosciente, non intendo né la brutalità perversa e intenzionale mirante a provocare la rovina dell'altro, né la brutalità sentimentale che vediamo a volte nella letteratura e nei film e nel codice del sol-dato).
La coda di paglia e il cuor tenero rendono l'azione «schizofrenica», e Anima non è in grado di reggere. Invece il cuore duro del padre non trasmette ingiunzioni opposte.
Non è crudele con una mano e pietoso con l'altra. Non tradisce il figlio per poi prenderlo in braccio dicendo: «Povero piccolo; fa più male a me che a te, sai?».
Nell'analisi, come in tutte le posizioni di fiducia, si determinano a volte situazioni che richiedono un'azione coscientemente brutale, un tradimento della fiducia dell'altro.
Rompiamo una promessa, non ci siamo quando l'altro ha bisogno di noi, deludiamo le sue aspettative, ce ne alieniamo l'affetto, riveliamo un segreto. E né spieghiamo il nostro intervento, né stacchiamo l'altro dalla sua croce e nemmeno lo aiutiamo a rialzarsi in fondo alle scale.
Queste sono brutalità, e noi tutti ne compiamo, più o meno consapevolmente. E dobbiamo assumercene la responsabilità e portarle fino in fondo, altrimenti Anima toglierà spessore ai nostri atti, rendendoli sbadati e crudeli.
Una siffatta durezza di cuore è indicativa dell'avvenuta integrazione della brutalità, e ci avvicina con ciò alla natura, la quale non dà spiegazioni di se stessa.
Le spiegazioni bisogna estorcergliele. Una tale disponibilità ad assumerci il ruolo di traditore ci avvicina alla condizione animale, non tanto schiavi di un Dio morale/Diavolo immorale, quanto servitori di una natura che è amorale.
E con questo siamo tornati al nostro tema dell'integrazione di Anima, dove il cuore freddo e le labbra sigillate rimandano a Eva e al serpente, la cui saggezza è pure vicina alla proditorietà della natura. Il che mi induce a domandarmi se l'integrazione di Anima non possa manifestarsi, oltre che nei vari modi che ci aspettiamo (vitalità, relazionalità, amore, immaginazione, sottigliezza e così via), anche nel diventare simili alla natura, dunque meno affidabili, tendenti come l'acqua a riversarsi nei punti di minore resistenza, a rigirare le risposte secondo il vento, a parlare con lingua biforcuta: insomma, ambiguità cosciente anziché ambivalenza inconscia.
A quanto pare, il savio, il maestro, per poter essere lo psicopompo che guida le anime attraverso la confusione del creato, dove ogni roccia cela un pericolo e i sentieri non sono dritti, mostra un'astuzia ermetica e una freddezza che è impersonale come la natura stessa.'
Concludendo, la nostra risposta alla domanda: « Che cosa significa il tradimento per il padre?» è la seguente: la capacità di tradire gli altri è affine alla capacità di guidare gli altri. Una paternità compiuta le possiede entrambe.
Nella misura in cui il fine al quale mira la guida psicologica è l'autonomia e l'autosufficienza dell'altro, questi dovrà prima o poi essere condotto, o lasciato, a quello che è il suo vero livello, vale a dire senza più aiuto umano, a fare esperienza del tradimento dentro di sé, dove egli è solo.
L'esperienza più alta e più decisiva è il trovarsi soli con il proprio Sé, o qualsiasi altro nome si voglia dare all'oggettività dell'anima.
Che cosa c'è allora che è degno di fiducia nel padre buono o psicopompo? Qual è la differenza sotto questo profilo tra il mago bianco e il mago nero? Che cosa distingue il savio dal bruto? Non c'è il rischio, in base a quanto sono venuto dicendo, di giustificare qualsiasi brutalità e tradimento che un uomo possa compiere come un segno dell'avvènuta «integrazione di Anima», come segno della sua «compiuta paternità»?
Non so come altro rispondere a questa domanda se non richiamandomi alle storie di prima. In tutte troviamo due elementi: il motivo dell'amore e/o un senso di necessità.
L'interpretazione cristiana dell'abbandono di Gesù sulla croce da parte del Padre dice che Dio amava talmente il mondo da sacrificare il Suo unico figlio per la sua redenzione. Il Suo tradimento era necessario per compiere il destino del figlio. Abramo amava talmente Dio da accingersi a calare il coltello sacrificale su Isacco. Il tradimento di Esaù da parte di Giacobbe era una necessità preannunciata quando Giacobbe era ancora nel ventre materno. Anche il padre della nostra storiella doveva amare il figlio al punto di rischiare che egli si ritrovasse con le ossa e la fiducia spezzate, nonché di distruggere la propria immagine ai suoi occhi.
Questo più vasto contesto di necessità e di amore mi induce a credere che il tradimento- rimangiarsi una promessa, negare aiuto, divulgare un segreto, ingannare l'amante - sia un' esperienza troppo tragica per poter essere giustificata nei termini personalistici di meccanismi psicologici e motivazioni.
La psicologia personale non è sufficiente; le analisi e le spiegazioni non bastano. Occorre riferirsi al contesto più vasto dell'amore e del destino. Ma chi può dire con certezza quando è presente l'amore? Chi può stabilire che nel tal caso il tradimento era necessario, era destino, una chiamata del Sé?
È certo che un elemento dell'amore è il senso di responsabilità; e cosi pure lo sono l'impegno, la partecipazione, l'identificazione; ma forse un metodo più sicuro per capire se si è più vicini al bruto o al savio consiste nel cercare il contrario dell'amore, il potere.
Se il tradimento è perpetrato soprattutto per vantaggio personale (per cavarsi da un impiccio, per fare del male all'altro o per usarlo, per salvarsi la pelle, per il proprio piacere, per placare un desiderio o un bisogno, per fare i propri comodi), allora si può stare sicuri che c'entra più il potere, il bruto, che l'amore.
Il contesto più ampio di amore e necessità è dato dagli archetipi del mito.
Quando l'evento è collocato in questa prospettiva, è possibile che ne emerga nuovamente un disegno ricco di significato. L'atto stesso di sforzarsi di vedere la cosa da questa più ampia prospettiva è già terapeutico.
Purtroppo può occorrere molto, moltissimo tempo perché l'evento riveli il suo significato, e nel frattempo esso rimarrà sigillato nell'assurdità o a suppurare nel risentimento. Ma lo sforzo per inserirlo nel contesto più ampio, lo sforzo per interpretarlo e integrarlo è il modo per uscirne, per andare oltre.
A me pare che sia l'unico modo per passare attraverso i vari gradi di differenziazione di Anima accennati fin qui, e anzi per fare un passo ulteriore, verso uno dei sentimenti religiosi più alti, il perdono.
Diciamo subito che il perdono non è un'impresa facile. Quando 1'Io è stato offeso, non può perdonare solo perché «dovrebbe », pur con tutte le contestualizzazioni di amore e destino.
L'Io si mantiene vitale grazie al suo amor proprio, al suo orgoglio e senso dell' onore. Anche quando vorremmo sinceramente perdonare, scopriamo che proprio non riusciamo, perché il perdono non viene dall'Io.
Non posso perdonare direttamente, ma solo chiedere, o pregare, che i peccati siano perdonati.
A volte, desiderare che il perdono arrivi e attendere che arrivi è l'unica cosa che possiamo fare.
Per chi non ha provato che cosa vuol dire essere umiliati o essere offesi fin nel profondo, perdono, e umiltà, sono solo parole.
Il perdono acquista senso soltanto quando non ci è possibile né dimenticare né perdonare. E a far si che non dimentichiamo pensano i nostri sogni. Chiunque può dimenticare un insulto, un affronto personale di scarsa importanza. Ma chi è stato condotto un gradino dopo l'altro in un rapporto la cui sostanza stessa era la fiducia e ha denudato la propria anima e poi è stato tradito nell'intimo, nel senso di essere consegnato in mano ai propri nemici, esterni o interni (i valori dell'Ombra che abbiamo descritto, per cui la possibilità di una nuova fiducia amorevole è stata permanentemente lesa da difese paranoidi, dal tradimento di sé e dal cinismo), allora il perdono assume un significato grandioso.
Potrebbe ben darsi che il tradimento non abbia altro esito positivo che il perdono, e che l'esperienza del perdono sia possibile solo se si è stati traditi.
Il perdono di cui parlo è un perdonare che non equivale a dimenticare, ma è ricordo del torto subito, trasformato all'interno di un contesto Più vasto, ovvero, come ha detto Jung, il sale dell'amarezza trasformato nel sale della saggezza.
Una saggezza, Sofia, che, una volta ancora, rappresenta un contributo del femminile al maschile, in grado di fornire quel contesto più vasto che la volontà da sola non sa raggiungere.
La saggezza di cui parlo è quell'unione di amore e necessità dove finalmente il sentimento può riversarsi liberamente nel nostro destino, riconciliandoci con ciò che ci è accaduto.
Così come la fiducia conteneva il seme del tradimento, il tradimento contiene in sé il seme del perdono.
Sarà questa, dunque, la risposta all'ultima delle nostre domande iniziali: che posto occupa il tradimento nella vita psicologica? Senza l'esperienza del tradimento, né fiducia né perdono acquisterebbero piena realtà.
Il tradimento è il lato oscuro dell'una e dell'altro, ciò che conferisce loro significato, ciò che li rende possibili. Questo forse spiega in parte come mai il tema del tradimento sia così forte nelle nostre religioni. Forse il tradimento è la porta attraverso la quale gli esseri umani possono arrivare alle più alte esperienze religiose del perdono e della riconciliazione con quel muto labirinto che è il creato.
Ma il perdono è talmente difficile da dare, che probabilmente c'è bisogno della collaborazione dell'altro, di colui che ha tradito. Voglio dire che l'offesa, se non è ricordata da entrambi gli interessati (e ricordata come offesa), ricade tutta su colui che è stato tradito.
Il contesto più vasto in cui è avvenuta la tragedia sembra richiedere sentimenti paralleli in entrambi gli interessati, i quali sono ancora legati in un rapporto, nei nuovi ruoli di traditore e di tradito.
Se è solo il tradito a percepire l'offesa, mentre l'altro ci passa sopra con razionalizzazioni, allora il tradimento continua, anzi si accentua.
Questa elusione in malafede di ciò che è realmente accaduto è, di tutte le piaghe, la più bruciante per il tradito. Il perdono diventa più difficile; il risentimento cresce, perché il traditore non si assume la sua colpa e non prende con onestà coscienza del proprio atto.
Jung ha detto che il senso dei nostri peccati è che dobbiamo assumerceli, vale a dire non dobbiamo scaricarli sugli altri perché li portino per noi. Per assumersi i propri peccati, bisogna prima riconoscerli, e riconoscere la loro brutalità.
Per la psiche, assumersi un peccato significa semplicemente riconoscerlo, ricordarlo.
In entrambe le persone coinvolte, tutte le emozioni connesse con l'esperienza del tradimento (rimorso e pentimento nel traditore, risentimento e vendicatività nel tradito) premono verso il medesimo punto psicologico: la memoria. Il risentimento, in particolare, è un'afflizione emotiva della memoria che l'oblio non riuscirà mai a rimuovere del tutto.
E allora non è meglio ricordarla, l'offesa, piuttosto che girare a vuoto tra oblio e risentimento? Si direbbe che lo scopo di tali emozioni sia quello di impedire che le esperienze si dissolvano nell'inconscio. Sono il sale che preserva l'evento dalla decomposizione. Con il loro sapore amaro, esse ci obbligano a rimanere fedeli a quel peccato. Sì, perché uno dei paradossi del tradimento è la fedeltà che tradito e traditore mantengono, dopo l'evento, alla sua amarezza.
Questa fedeltà ce l'ha anche il traditore. Infatti, se io sono incapace di ammettere di avere tradito un altro, o se cerco di dimenticarlo, rimango bloccato nella mia brutalità inconscia. Allora il contesto più ampio dell'amore e il contesto più ampio della necessità destinale della mia azione e dell'intero evento non verranno colti. Non solo continuerò a offendere l'altro, recherò offesa anche a me stesso, perché mi sarò precluso la possibilità di perdonarmi. Non potrò diventare più saggio, e non avrò nulla con cui riconciliarmi.
Per questi motivi sono convinto che il perdono da parte del tradito richiede l'espiazione da parte del traditore. Espiazione è il sentimento che accompagna il comportamento silenzioso del padre secondo l'interpretazione che ne abbiamo dato. Il padre si fa carico del proprio senso di colpa e del proprio dolore. Pur rendendosi pienamente conto di ciò che ha fatto, non cerca di spiegarlo al figlio, e con ciò espia il proprio atto, vale a dire si pone in relazione con esso.
L'espiazione implica inoltre una sottomissione al tradimento in quanto tale, alla sua realtà transpersonale, destinale. Chinando il capo davanti alla vergogna della mia incapacità a mantenere la parola data, sono obbligato ad ammettere umilmente sia la mia personale debolezza sia la realtà di potenze impersonali.
Attenzione, però: l'espiazione non deve servire a metterei la coscienza in pace e neppure ad appianare la situazione. Essa è una forma di riconoscimento dell'altro. A mio avviso, questo è un punto che non si sottolineerà mai abbastanza, perché noi, anche se siamo vittime di temi cosmici, come la tragedia, il tradimento,il fato, viviamo in un mondo di uomini.
Il tradimento può bensì rientrare in un contesto più vasto e rappresentare un tema cosmico, ma è pur sempre all'interno di rapporti individuali, attraverso una persona cara con la quale siamo in stretta intimità, che i grandi temi ci toccano. Se gli altri, nel rovesciarci addosso la tragedia, sono strumenti degli dèi, alla stessa stregua essi sono anche il mezzo attraverso il quale noi facciamo ammenda presso gli dèi.
Le condizioni si trasformano all'interno del medesimo tipo di situazione intima e personale nel quale si erano verificate. Basterà allora espiare soltanto davanti agli dèi? Con questo,la faccenda è chiusa? La tradizione non associa forse la saggezza con l'umiltà? L'espiazione, come il pentimento, può anche non essere expressis verbis, ma probabilmente è più efficace se si manifesta in qualche forma di contatto con l'altro, nel pieno riconoscimento dell'altro. E che cosa è, in fondo, il pieno riconoscimento dell'altro, se non amore?
E ora, permettetemi un rapido riepilogo.
Questo passare per i vari stadi, dalla fiducia attraverso il tradimento al perdono, esprime un movimento della coscienza.
Il primo stadio, quello della fiducia originale, è in gran parte inconscio e pre-animico.
Ad esso fa seguito lo stadio del tradimento, dove la parola viene infranta dalla vita.
Con tutta la sua negatività, il tradimento rappresenta tuttavia un progresso rispetto alla fiducia originale, perché conduce alla « morte» del Puer attraverso l'esperienza animica della sofferenza.
Se il processo non è bloccato dai circoli viziosi della vendetta, della negazione, del cinismo, del tradimento di sé e delle difese paranoidi, questo porterà al formarsi di una posizione paterna più solida, dove colui che è stato tradito potrà a sua volta tradire in modo meno inconscio, il che significa, da parte di un uomo, avere in qualche misura integrato la propria natura inaffidabile.
L'integrazione definitiva dell'esperienza del tradimento può sfociare nel perdono da parte del tradito, nell'espiazione da parte del traditore e in una forma di riconciliazione, non necessariamente dell'uno con l'altro, ma di ciascuno dei due con l'evento del tradimento. Ciascuno stadio di tali esperienze, molto combattute e sofferte, che possono richiedere lunghi anni di fedeltà al lato oscuro della psiche, è al tempo stesso uno stadio dello sviluppo di Anima. E questo, lo sviluppo di Anima, benché io abbia scelto di privilegiare il maschile, è stato il tema di fondo della presente comunicazione.
e' da un po' che volevo leggere sto pirla (Hillman) che dicono sia uno bravo ma non ho mai tempo....
percio' intanto condivido e me fate un bignamino...
D'ACCORDOOOO????....
Ps1:Sia chiaro a titolo gratuito e volontario...traduco: nun caccio uno scheo...
Ps2:Brunetta datte da fa' e nun fa' la lavativa...
Ps3:Mi fa hahare...preferisco la icsbocsssss....
A VOI!....(Lothar ho scritto a voi, nun te eccita'!)....
:rotfl::rotfl::rotfl:
AGGIUNTA: Ma lo sapete che la nostra amica Fantastica e' proprio Fantastica?....:mrgreen::mrgreen::mrgreen:
denghiu', ti ricordero' sempre nelle mie preghiere.....:mrgreen::mrgreen::mrgreen:
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C'è una storiella ebraica, una delle solite barzellette degli ebrei sugli ebrei, che dice:
Un padre, volendo insegnare al figlio a essere meno pauroso, ad avere più coraggio, lo fa saltare dai gradini di una scala. Lo mette in piedi sul secondo gradino e gli dice: « Salta, che ti prendo ». Il bambino salta. Poi lo piazza sul terzo gradino, dicendo: « Salta, che ti prendo ». Il bambino ha paura ma, poiché si fida del padre, fa come questo gli dice e salta tra le sue braccia. Quindi il padre lo sistema sul quarto gradino, e poi sul quinto, dicendo ogni volta: « Salta, che ti prendo», e ogni volta il bambino salta e il padre lo afferra prontamente. Continuano così per un po'. A un certo punto il bambino è su un gradino molto in alto, e salta ugualmente, come in precedenza; questa volta però il padre si tira indietro, e il bambino cade lungo e disteso. Mentre tutto sanguinante e piangente si rimette in piedi, il padre gli dice: «Così impari: mai fidarti di un ebreo".
Questa storiella credo che abbia qualcosa da dire riguardo al nostro tema: il tradimento.
Per esempio: perché bisogna insegnare a un ragazzino a non fidarsi? E a non fidarsi di un ebreo? A non fidarsi del suo stesso padre? Che cosa significa essere traditi dal proprio padre, o da una persona che ci è vicina? E per un padre, per un uomo, che cosa significa tradire qualcuno che si fida di lui? Che senso ha il tradimento nella vita psicologica?
Queste saranno le nostre domande.
Bisogna pur cominciare da qualche parte. Questa volta scelgo di cominciare con «In principio», con la Bibbia. Infatti, benché sia uno psicologo, preferisco non cominciare dal solito prin-cipio degli psicologi, da quell'altra teologia, da quell'altro giardino dell'Eden: il bambino e sua madre.
Fiducia e tradimento non costituivano un problema per Adamo, quando passeggiava in compagnia di Dio. L'immagine del giardino come inizio della condizione umana esemplifica quella che si potrebbe chiamare la «fiducia originale», o la «fede animale», la credenza basilare - nonostante la preoccupazione, la paura, il dubbio - che la terra sotto i piedi è solida e reggerà anche il nostro prossimo passo, che il sole sorgerà anche domani e il cielo non ci crollerà sulla testa, e che il mondo è stato creato da Dio per l'uomo.
Questa situazione di fiducia originale, espressa nell'immagine archetipica dell'Eden, si riproduce nella vita individuale di ciascun bambino e genitore. Come nel principio Adamo, con la sua fede animale, si fida di Dio, così il ragazzino nel principio si fida di suo padre. Per entrambi, Dio e Papà incarnano l'imago paterna: affidabile, salda, stabile, giusta, quella «Roccia dei Tempi» la cui parola è vincolante.
L'immagine paterna può essere espressa anche con il concetto di Logos, l'immutabile potenza e sacralità della parola maschile. Ma non siamo più nell'Eden. Eva ha posto fine a quella nuda dignità. Dopo la cacciata dal Paradiso terrestre, la Bibbia registra una storia infinita di tradimenti di ogni genere: Caino e Abele, Giacobbe e Esaù, Labano, Giuseppe venduto dai fratelli e il loro padre ingannato, le promesse non mantenute del Faraone, l'adorazione del vitello dietro le spalle di Mosè, Saul, Sansone, Giobbe, le ire di Dio e la distruzione quasi totale del Creato, e via elencando, per culminare con il mito centrale della nostra cultura: il tradimento di Gesù.
Benché non si sia più in quel Giardino, ci possiamo ritornare attraverso l'esperienza dei rapporti di intimità, per esempio l'amore, l'amicizia, o il rapporto analitico, nei quali viene ricostituita una situazione di fiducia originale.
Tale situazione è stata denominata ora témenos, recinto sacro, ora vaso analitico, ora simbiosi madre-figlio. Comunque la si voglia chiamare, essa è il luogo dove si ritrova la sicurezza dell'Eden. Ma nel nostro caso è una sicurezza maschile, data dal logos attraverso la promessa, il patto, la parola. Non è una fiducia originale fatta di seni, latte e calore pelle pelle; è simile a quella, ma anche diversa; e secondo me vale la pena, per una volta, partire dal punto di vista che non è sempre obbligatorio andare dalla mamma per trovarei nostri modelli delle strutture fondamentali della vita umana.
In questa sicurezza, fondata non sulla carne ma sulla parola, è stata ricostituita la fiducia originale, sicché è possibile mettere a nudo senza pericolo il mondo originario: la debolezza e l'oscurità, l'indifesa nudità di Adamo, il primo uomo che tutti ci portiamo dentro. Qui siamo come restituiti alla nostra natura più semplice, che contiene la nostra parte insieme più grande e più piccola, i milioni di anni del passato e le idee germinali del futuro. Il bisogno di sicurezza come zona protetta in cui poter mettere a nudo il nostro mondo originario, in cui poterei esporre all'altro senza rimanerne distrutti, è fondamentale ed evidente nell'analisi. Il bisogno di sicurezza può bensì riflettere il bisogno di cure materne, ma nel contesto paterno all'interno del quale ci stiamo muovendo esso è bisogno di intimità con Dio, come sapevano Adamo, Abramo, Mosè e i patriarchi. Ciò che desideriamo ardentemente non è solo di essere contenuti nella perfezione di un altro che non ci potrà mai deludere, ma va addirittura al di là di ogni problema di fiducia e tradimento da parte dell'altro in un rapporto: ciò a cui aneliamo è una situazione in cui essere protetti dalla nostra stessa tendenza al tradimento, dalla nostra ambivalenza, dalla nostra stessa Eva.
In altre parole, la fiducia originale nel mondo paterno significa trovarci nel giardino dell'Eden con Dio e con tutte le creature tranne Eva. Il mondo originario non solo è il mondo prima del male, è il mondo prima di Eva.
L'essere una cosa sola con Dio nella fiducia originale ci protegge dalla nostra stessa ambivalenza.
Così non potremo far andar male le cose, avere desideri sessuali, ingannare, sedurre, tentare, imbrogliare, incolpare, confondere, nascondere, fuggire, rubare, mentire, rovinare il creato con le nostre mani attraverso la nostra natura femminile, perpetrare tradimenti attraverso la nostra mancina in conscietà data dal carattere proditorio di Anima, che è la fonte del male nell'Eden e dell'ambivalenza di ogni Adamo da allora in poi.
Noi vogliamo la sicurezza del logos, dove la parola è Verità e non può essere fatta vacillare.
Sì, l'abbiamo capito tutti: quella nostalgia della fiducia originale, la nostalgia dell'unità con il vecchio Sé saggio, dove io e il Padre siamo una cosa sola, senza l'interferenza di Anima, è tipica del Puer aeternus, colui che sta dietro a tutti gli atteggiamenti adolescenziali.
Il Puer non vuole mai essere cacciato dall'Eden, perché là conosce il nome di tutte le creature, perché là i frutti crescono sugli alberi e basta allungare la mano e coglierli, la fatica non esiste e nel fresco della sera si possono fare lunghe e interessanti discussioni. E non solo là il Puer conosce tutto; si aspetta anche di essere conosciuto, totalmente, come se l'onniscienza di Dio fosse focalizzata tutta su di lui. Questa perfetta conoscenza, questa sensazione di essere totalmente compresi, confermati, riconosciuti, benedetti per quello che siamo, fatti scoprire a noi stessi e noti a Dio, da Dio e in Dio, si riproduce in tutte le situazioni di fiducia originale, e allora pensiamo: soltanto il mio migliore amico, soltanto mia moglie, soltanto il mio analista mi capisce davvero, fino in fondo.
Il fatto che questo non succeda, che il mio amico, mia moglie, il mio analista equivochino e non sappiano riconoscere la mia essenza (che dovrebbe invece rivelarsi nel vivere e non essere nascosta e rinchiusa su se stessa) è vissuto come un atroce tradimento.
Stando al racconto biblico, si direbbe che Dio avesse riconosciuto di non essere un compagno sufficiente per l'uomo, che all'uomo occorresse qualcosa d'altro, più adatto per lui che non Dio stesso. Fu necessario creare Eva, evocarla, farla uscire fuori dall'uomo, e questo portò alla rottura della fiducia originale mediante il tradimento. Fu la fine dell'Eden; e l'inizio della vita.
In questa interpretazione del racconto biblico è sottinteso che la situazione di fiducia originale non favorisce la vita. Dio e il creato non erano sufficienti per Adamo; era necessaria Eva, il che significa che il tradimento è necessario.
Sembrerebbe che l'unica via di uscita da quel Giardino passasse per il tradimento e l'espulsione, quasi che il vaso della fiducia non possa essere smosso altro che attraverso il tradimento.
Si arriva così a una verità fondamentale riguardo sia alla fiducia sia al tradimento: l'una contiene l'altro e viceversa. Non si dà fiducia senza la possibilità del tradimento. È la moglie che tradisce il marito e il marito che inganna la moglie; i soci e gli amici imbrogliano, l'amante usa l'amante a fini di potere, l'analista divulga i segreti del paziente, il padre lascia che il figlio cada dalla scala.
La promessa fatta non è mantenuta, la parola data è rinnegata, la fiducia diventa tradimento.
Siamo traditi proprio nei rapporti più intimi, quelli in cui è possibile la fiducia originale. Possiamo essere traditi davvero soltanto là dove ci fidiamo davvero: da fratelli, amanti, mogli, mariti, non dai nemici, non dagli estranei.
Più grandi sono l'amore e la lealtà, il coinvolgimento e l'impegno, più grande è il tradimento.
La fiducia ha dentro il seme del tradimento; il serpente era presente nel Giardino fin dall'inizio, così come Eva esisteva dall'inizio, preformata nella struttura intorno al cuore di Adamo.
La fiducia e la possibilità di tradimento fanno la loro comparsa nel mondo nel medesimo istante. Ovunque in una unione esiste fiducia, il rischio del tradimento diventa una possibilità reale. E il tradimento, come costante possibilità con la quale convivere, appartiene alla fiducia esattamente come il dubbio appartiene alla fede vivente.
Se prendiamo il racconto biblico come paradigma della vita che si evolve a partire da questo «principio», allora dovremo aspettarci che, perché i rapporti evolvano, la fiducia originale debba essere spezzata; non solo, dovremo aspettarci che essa non sarà superata per il semplice fatto di crescere.
Si verificherà una crisi, una rottura caratterizzata dal tradimento, il quale, a quanto dice il racconto, è la condizione sine qua non per la cacciata dall'Eden e l'ingresso nel mondo «reale», il mondo della coscienza e della responsabilità umane.
Perché bisogna dire chiaramente che vivere o amare soltanto là dove ci possiamo fidare, dove siamo al sicuro e contenuti, dove non possiamo essere feriti o delusi, dove la parola data è vincolante per sempre significa essere irraggiungibili dal dolore e dunque essere fuori dalla vita vera.
E non importa quale sia il vaso della fiducia: l'analisi, il matrimonio, la chiesa o la legge, qualsiasi forma di rapporto tra gli uomini e, oserei dire, di rapporto con il divino. Anche qui, parrebbe, la fiducia originale non è ciò che Dio vuole. Pensiamo all'Eden, pensiamo a Giobbe, a Mosè a cui fu negato l'ingresso nella Terra Promessa, pensiamo all'ultimo sterminio del «popolo eletto» la cui fiducia era tutta e solo in Lui. [Intendo dire che con l'esperienza nazista la fiducia originale degli ebrei in Dio fu tradita, il che richiederà una radicale revisione dell'atteggiamento degli ebrei, della teologia ebraica, che tenga conto di Anima, il riconoscimento del lato ambivalente e femminile di Dio e dell'uomo].
Se possiamo fare dono di noi stessi con la certezza che ne usciremo intatti, magari addirittura arricchiti, allora dov'è il dono?
Se saltiamo dove ci sono sempre braccia ad accoglierci, non c'è vero salto.
Il rischio dell'ascesa è annullato: a parte il brivido del volo nel vuoto, non c'è alcuna differenza tra il secondo gradino, il settimo o il decimo o i diecimila metri di altezza. La fiducia originale permette al Puer di volare alto quanto vuole. Padre e figlio sono una cosa sola. E tutte le virtù maschili come la competenza, il calcolo del rischio, il coraggio, non contano niente: Dio o il Papà saranno pronti ad afferrarti ai piedi della scala.
Ma la cosa più importante è che non possiamo saperlo in anticipo.
Nessuno ci dice, prima: «Questa volta non ti prendo ». Essere preavvertiti è essere premuniti, e allora o non si salta, oppure si salta con riserva: un finto rischio.
Invece, arriva la volta in cui, a dispetto della promessa, si mette di mezzo la vita, succede l'incidente e si cade lunghi e distesi. La rottura della promessa è un'irruzione della vita nel mondo sicuro del logos, dove si può contare sull'ordine di tutte le cose e il passato si fa garante del futuro. Nello stesso tempo, la rottura della promessa ovvero della fiducia è una breccia verso un altro livello di coscienza, come vedremo tra poco.
Prima, però, torniamo alla nostra storiella e alle nostre domande. Il padre ha risvegliato la coscienza, ha cacciato il ragazzo fuori dal giardino, brutalmente, dolorosamente. Ha iniziato il figlio. L'iniziazione a una nuova coscienza della realtà passa attraverso il tradimento, attraverso il venir meno del padre e la rottura della promessa da parte sua. Il padre cambia posizione, abbandona intenzionalmente il fon- damentale impegno dell'Io a mantenere la parola, a non portare falsa testimonianza mentendo al figlio, a essere responsabile e affidabile sempre e comunque. Cambia posizione intenzionalmente, lasciando che in lui e attraverso di lui si manifesti il lato oscuro.
Dunque è un tradimento con un fine morale. Perché, come tutte le vere storielle ebraiche, la nostra è una favola con la morale. Non è una favola esistenzialista che descrive un acte gratuit; e nemmeno è una storia zen che conduce a una illuminazione liberatoria. È un sermone, una lezione, un istruttivo quadro di vita. Il padre dà una dimostrazione nella propria persona della possibilità di tradimento insita perfino nella fiducia più intima. Disvela la propria capacità di tradimento, si pone di fronte al figlio nella sua nuda umanità, rivelandogli una verità sulla condizione di padre e sulla condizione di uomo: io, un padre, un uomo, non sono affidabile. L'uomo è traditore. La parola non è più forte della vita. E dice anche: «Mai fidarsi di un ebreo», sicché la lezione allarga ancora il suo orizzonte. Qui il padre vuole dire che la sua paternità è modellata su quella di Yahveh, che un'iniziazione ebraica è anche un 'iniziazione a una presa di coscienza della natura di Dio, di quel Dio infido che va incessantemente lodato nei salmi e nelle preghiere come paziente, affidabile, giusto e che va propiziato con epiteti indicanti stabilità, appunto perché è cosi arbitrario, emotivo, imprevedibile. Il padre dice, insomma: Ti ho tradito come tutti siamo traditi nella natura traditrice della vita creata da Dio. L'iniziazione del ragazzo alla vita è I'iniziazione alla tragedia dell'adulto.
Per alcuni, l'esperienza del tradimento è altrettanto opprimente di quella della gelosia o del fallimento. Per Gabriel Marcel, il tradimento è il 'male stesso.' Per Jean Genet, nella lettura di Sartre, il tradimento è il male più grande di tutti, in quanto è un «male che fa del male a sé stesso ».
Quando le esperienze posseggono una siffatta intensità, presupponiamo uno sfondo archetipico, un che di troppo umano. Ci aspettiamo di trovare un mito, un modello di comportamento fondamentale mediante il quale l'esperienza può essere amplificata. lo credo che il tradimento di Gesù Cristo possa rappresentare tale sfondo archetipico, e che esso ci possa aiutare a capire più a fondo questa esperienza dal punto di vista di colui che viene tradito [...].
Nella storia di Gesù, il motivo del tradimento colpisce immediatamente. La triplice reiterazione (da parte di Giuda, da parte degli apostoli addormentati, da parte di Pietro; e di nuovo, nel caso di Pietro, il tradimento è ripetuto tre volte) ci parla di qualcosa di fatale, ci dice che il tradimento è un dinamismo essenziale per condurre al punto di massima tensione drammatica la storia di Gesù, e dunque che il tradimento è al cuore del mistero cristiano. La tristezza dell'ultima cena, l'angoscia nell'orto del Getsemani e il grido sulla croce sembrano ripetizioni di un medesimo motivo, riformulazioni di un medesimo tema, che affermano, ogni volta in una tonalità più alta, come un destino si stia compiendo, una trasformazione stia per toccare Gesù.
In ciascuna di queste esperienze di tradimento, Gesù è drammaticamente obbligato a prendere coscienza del fatto di essere stato abbandonato, deluso e lasciato solo. Il suo amore è stato respinto, il suo messaggio è stato male interpretato, la sua chiamata disattesa e il suo fato annunciato.
lo trovo che la nostra storiellina ebraica e quel simbolo grandioso hanno molti punti in comune.
Il primo gradino del tradimento, quello da parte di Giuda, era già noto da tempo. Premunito, Gesù poté accettare questo sacrificio per la maggior gloria di Dio. Il colpo non dovette dunque essere così terribile, eppure Giuda andò a impiccarsi.
Anche il rinnegamento di Pietro era stato previsto, e, ancora, fu Pietro che uscì fuori e pianse amaramente.
Nella sua ultima settimana, la fiducia di Gesù era riposta tutta in Dio. Gesù «uomo di dolore » sì, ma con la fiducia originale ancora intatta. Come il ragazzetto sulla scala, fino all'ultimo gradino egli poté contare su suo Padre, e persino chiedergli di perdonare i suoi persecutori; lui e il Padre furono una cosa sola fino al momento della verità, quando, tradito, rinnegato e lasciato solo dai suoi seguaci, consegnato in mano ai nemici, inchiodato alla situazione irreparabile, Gesù vide infranto il patto di fiducia originale con Dio; solo in quel momento egli avvertì nella sua carne umana tutta "la realtà del tradimento e la brutalità di Yahveh e del creato, e allora gridò il salmo 22, il lungo lamento sulla fiducia in Dio Padre: «"Dio mio) Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza": sono le parole del mio lamento. Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte ... Eppure tu abiti la santa dimora ... In te hanno sperato i nostri padri, hanno sperato e tu li hai liberati ... sperando in te non rimasero delusi ... Sei tu che mi hai tratto dal grembo, mi hai fatto riposare sul petto di mia madre. Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio. Da me non stare lontano, poiché l'angoscia è vicina e nessuno mi aiuta». Questo brano afferma che la fiducia originale è riposta nella potenza paterna, che il grido di aiuto non è rivolto alla madre, bensì che l'esperienza del tradimento fa parte di un mistero maschile.
Non si può fare a meno di notare l'accumulo di simbolismo animico che si costella con il motivo del tradimento. Via via che si dispiega e diventa più intenso il dramma del tradimento, il femminile viene sempre più alla ribalta. Citerò soltanto il lavacro dei piedi durante l'ultima cena e il comandamento dell'amore; il bacio e i denari d'argento; l'angoscia nel Getsemani: un giardino, la notte, il calice, il sudore salino che stilla come sangue; l'orecchio tagliato; l'immagine delle donne sterili sulla via del Golgota; il sogno premonitore della moglie di Pilato; la degradazione e le sofferenze: il fiele e la spugna intrisa di aceto, la nudità e inermità; le tenebre dell'ora nona e le molte Marie; e voglio sottolineare la ferita al costato nel momento di impotenza della morte, come quando Eva fu tratta dal fianco di Adamo. E, infine, la scoperta del Cristo risorto, vestito di bianco, da parte di donne.
Si direbbe che il messaggio di amore, la missione di Gesù in favore di Eros, acquisti forza definitiva solo attraverso il tradimento e la crocifissione. È nel momento in cui Dio lo abbandona, infatti, che Gesù diventa pienamente umano, patisce la tragedia dell'umanità, con il fianco trafitto e ferito dal quale sgorgano sangue e acqua, la sorgente ora liberata della vita, del sentimento, dell'emotività.
La qualità puer, la posizione di sicurezza immune da paure del predicatore miracoloso è svanita. Quando si spezza la fiducia originale, il Dio puer muore e nasce l'uomo.
E l'uomo può nascere soltanto quando nasce il femminile che è in lui.
Dio e uomo, padre e figlio non sono più una cosa sola.
Questa è una trasformazione radicale dell'universo maschile. Dopo la nascita di Eva dal fianco di Adamo dormiente, diventa possibile il male; dopo che il fianco di Gesù tradito e morente è stato trafitto, diventa possibile l'amore.
Il momento critico della «grande delusione», quando siamo crocifissi dalla nostra stessa fiducia, è un momento di «scelta», estremamente pericoloso.
Al ragazzino che si rialza dopo la caduta si aprono due strade e la sua resurrezione rimane in bilico. Può darsi che sia incapace di perdonare, e allora rimarrà fissato nel trauma, pieno di rancore e di voglia di vendicarsi, cieco a ogni comprensione e tagliato fuori dall'amore.
Oppure può darsi che si avvii nella direzione che cercherò di tratteggiare nelle pagine che restano.
Ma prima di rivolgerci al possibile esito fecondo del tradimento, fermiamoci ancora sulle scelte sterili, sui pericoli che si aprono dopo il tradimento.
Il primo pericolo è la vendetta.
Occhio per occhio; male per male; dolore per dolore. Per alcuni la vendetta è una reazione naturale, immediata, che arriva senza che essi si pongano domande. Se compiuta direttamente come gesto di verità emotiva, la vendetta può servire a fare pulizia, a saldare il conto, senza però ottenere altri risultati. La vendetta infatti non conduce a niente di nuovo, solo a vendette di rimando e a faide. Non è produttiva sul piano psicologico, perché si limita a una abreazione della tensione. Quando poi è procrastinata e si trasforma nel fare macchinazioni, nello starsene acquattati in attesa dell'occasione buona, incomincia a puzzare di cattivo e alimenta fantasie di crudeltà e astiosità. La vendetta procrastinata, la vendetta affinata in metodi indiretti può diventare ossessiva, e sposta la messa a fuoco dall'evento del tradimento e dal suo significato alla persona del traditore e alla sua Ombra. Per questo motivo san Tommaso d'Aquino giustifica la vendetta solo quando è rivolta al male in sé e non contro colui che ha perpetrato quel male. Il lato peggiore della vendetta, dal punto di vista psicologico, è la sua messa a fuoco ridotta e limitata, il suo effetto di restringimento della coscienza.
Il secondo di questi pericoli, di queste scelte sbagliate anche se naturali, è il meccanismo di difesa della negazione. Quando in un rapporto uno dei due partecipanti subisce una delusione, la tentazione è quella di negare il valore dell'altro; di colpo e tutta in una volta, egli scorge l'Ombra dell'altro, una vasta panoplia di demoni maligni che ovviamente, prima, nella situazione di fiducia originale, non c'erano affatto. Queste brutte facce dell'altro che di colpo si disvelano sono compensazioni, una enantiodromia delle idealizzazioni di prima. La grossolanità di queste improvvise rivelazioni è indicativa della precedente grossolana inconscietà nei confronti di Anima. Quando la recriminazione e l'amarezza per il tradimento sono molto intense, infatti, è da presumere che esistesse un retroterra di fiducia originale, l'inconscia innocenza dell'infanzia dove l'ambivalenza era rimossa. Eva non era ancora entrata in scena, non era stata riconosciuta come parte della situazione, era rimossa. Intendo dire con questo che gli aspetti emotivi del coinvolgimento, in particolare i giudizi del sentimento - il flusso ininterrotto di valutazioni che scorre all'interno di ogni relazione -, erano respinti. Prima del tradimento, il rapporto negava l'aspetto animico; dopo il tradimento, è il rapporto a essere negato dai risentimenti di Anima. Un coinvolgimento che sia inconscio di Anima o è fatto soprattutto di proiezioni, come succede nelle storie amorose, o è fatto soprattutto di rimozioni, come nelle amicizie tutte maschili basate sulle idee e il «fare delle cose insieme». In questi casi, Anima riesce ad attirare l'attenzione solamente provocando guai. Grossolana inconscietà nei confronti di Anima significa semplicemente che la parte emotiva del rapporto è data per scontata, con fede animale, una fiducia originale nel fatto che non ci sono problemi, che il rapporto è solo quello che pensiamo e diciamo e «abbiamo in mente» in proposito, che tutto si aggiusta da sé. Poi- ché prima non avevamo fatto rientrare apertamente nel rapporto le speranze che nutrivamo al riguardo, il bisogno di crescere insieme nella reciprocità e in modo duraturo (tutte cose che in ogni rapporto di intimità sono costellate come possibilità ultime), adesso imbocchiamo la strada opposta e neghiamo qualsiasi speranza e aspettativa in generale e per sempre. Ma il trapasso repentino da una grossolana inconscietà a una grossolana consapevolezza è proprio di tutti i momenti della verità e inoltre è piuttosto facile da vedere. Perciò non rappresenta il pericolo più grave.
Più pericoloso è invece il cinismo. Una delusione d'amore, una delusione nei confronti di una causa politica, di una organizzazione, di un amico, di un superiore o di un analista provoca spesso nella persona tradita un mutamento di atteggiamento che non solo nega il valore di quella persona o di quel rapporto particolari, ma fa dire che l'amore è sempre una fregatura, tutte le grandi cause sono per gli imbecilli, tutte le organizzazioni sono trappole, tutte le gerarchie il Male e l'analisi una forma di prostituzione, di lavaggio del cervello e di truffa. Non farti fregare; occhio agli imbrogli; sferra tu il primo colpo; meglio soli; oh, io me la cavo sempre: la mano di vernice per nascondere le cicatrici della fiducia infranta.
Con i cocci dell'idealismo viene raffazzonata una filosofia di rude cinismo. Quando noi analisti incontriamo questo cinismo (specie nelle persone giovani), forse è perché non si è prestata abbastanza attenzione al significato del tradimento, soprattutto nel processo di trasformazione del Puer aeternus. E perché come analisti non abbiamo elaborato il tradimento fino a coglierne l'importanza per lo sviluppo della vita del sentimento, come se fosse comunque un punto morto dal quale non potrebbe risorgere alcuna Fenice. Perciò il bambino tradito giura di non salire mai più su un gradino così alto. Rimane piantato a terra nel mondo del cane, kynikòs, cinico.
Questa prospettiva cinica, poiché impedisce di elaborare il tradimento fino a un significato positivo, crea un circolo vizioso, e il cane si morde la coda. Il cinismo, quel ghigno contro la nostra stella, è un tradimento dei nostri stessi ideali, un tradimento delle nostre ambizioni più alte di cui è portatore l'archetipo del Puer. Quando il Puer si schianta a terra, tutto ciò che ha a che fare con lui è rifiutato.
Si arriva così al quarto - a mio avviso il più grave - pericolo: il tradimento di sé.
Il tradimento di sé è forse l'esito più preoccupante. E uno dei modi in cui esso può insorgere è appunto in conseguenza dell'essere stati traditi. Nella situazione di fiducia, nell'abbraccio dell'amore, o davanti a un amico, o con un genitore, un collega, un analista, noi apriamo uno spiraglio, mettiamo allo scoperto qualcosa che avevamo sempre custodito dentro di noi: «Questo non l'ho mai detto a nessuno in vita mia». Una confessione, una poesia, una lettera d'amore, un progetto fantastico, un segreto, un sogno o una paura infantili, che contengono i nostri valori più profondi. Nel momento del tradimento, queste perle germinali, così delicate e sensibili, diventano sassolini, granelli di sabbia. La lettera d'amore diventa una sbrodolata sentimentale,e la poesia, la paura, il sogno, l'ambizione si riducono tutti a cose ridicole, da sbeffeggiare sguaiatamente, da spiegare con linguaggio da caserma come merda, boiate. Il processo alchemico è rovesciato: l'oro riconvertito in feci, le nostre perle gettate ai porci. Solo che iporci non sono gli altri, ai quali tenere nascosti i nostri valori più intimi, bensì le rozze spiegazioni materialistiche che ci diamo, le ottuse semplificazioni che riducono tutto a pulsione sessuale e fame di latte, che ingurgitano tutto quanto indiscriminatamente; i porci sono la suina ottusità con cui ripetiamo che le cose più belle erano in realtà le più brutte, la melma in cui gettiamo i nostri valori preziosi.E una strana esperienza quella di ritrovarsi a tradire se stessi, a volgersi contro le proprie esperienze attribuendo loro i valori negativi dell'Ombra e agendo contro le proprie intenzioni e il proprio sistema di valori.
Quando si rompe un'amicizia, una collaborazione, un matrimonio, una storia d'amore o l'analisi, di colpo viene in luce il lato più brutto e più sporco e ci ritroviamo a comportarci nello stesso modo cieco e sordido che attribuiamo all'altro, e a giustificare le nostre azioni con un sistema di valori che non ci appartiene. E allora sì siamo davvero traditi, consegnati a un nemico interno. E i porci ci si rivoltano contro e ci sbranano. L'alienazione da sé dopo un tradimento ha una funzione essenzialmente autoprotettiva. Non vogliamo più farci ferire e, poiché la ferita è stata inferta quando ci siamo rivelati per come siamo, adesso non vogliamo più ritornare a vivere partendo da quel luogo dolente.
Così si ripudia il proprio sé, lo si tradisce, non vivendo la propria fase della vita (un uomo, una donna di mezza età, divorziati, senza nessuno da amare), o il proprio sesso (con gli uomini ho chiuso, sarò anch'io brutale come loro), o il proprio tipo (non seguirò più il mio sentimento, la mia intuizione, o quello che è), o la propria vocazione (la psicoterapia è davvero un mestiere sporco). Infatti è stato proprio nella fiducia che avevamo posto in questi aspetti fondamentali della nostra natura che siamo stati traditi. Perciò rifiutiamo di essere quello che siamo, incominciamo a imbrogliarci con giustificazioni e elusioni, e il tradimento di sé diventa precisamente la definizione che Jung dà della nevrosi come uneigentlich leiden, soffrire in modo inautentico.
Cioè, anziché vivere la nostra personale forma di sofferenza, per mauvaise foi, per mancanza del coraggio di essere, tradiamo noi stessi. E questo in ultima istanza è, io credo, un problema religioso: siamo come Giuda o come Pietro, veniamo meno alla cosa essenziale, al dovere essenziale di assumerci e di portare la nostra croce e di essere quello che siamo, anche se ci fa soffrire.
Oltre alla vendetta, alla negazione, al cinismo e al tradimento di sé c'è ancora un'altra svolta negativa, un altro pericolo, che potremmo chiamare la scelta paranoide.
Anche questo è un modo per proteggerci dall'eventualità di essere nuovamente traditi e consiste nel costruire il rapporto perfetto. Rapporti di questo genere esigono il giuramento di fedeltà al regime; non tollerano rischi alla loro sicurezza. Il loro motto è: «Non mi dovrai mai deludere». Il tradimento deve essere escluso dal rapporto con reiterate affermazioni di fiducia, dichiarazioni di fedeltà eterna, prove di devozione, giuramenti di mantenere il segreto. Non ci può essere la più piccola crepa, il tradimento non deve assolutamente entrare. Ma se il tradimento è dato con la fiducia, come seme opposto sepolto al suo interno, allora la pretesa paranoide di un rapporto esente dalla possibilità del tradimento non può in realtà fondarsi sulla fiducia: sarà piuttosto una convenzione intesa a escludere il rischio. Come tale, più che all'amore attiene alla sfera del potere. E un ritirarsi in un rapporto basato sul logos, imposto dalla parola, non tenuto insieme dall'amore.
Una volta lasciato il giardino dell'Eden, non è possibile ricostituire la fiducia originale. Ormai sappiamo che le promesse valgono fino a un certo punto e che dei voti si occupa la vita, la quale li può adempiere oppure rompere.
E dopo l'esperienza del tradimento, i nuovi rapporti devono prendere le mosse da un punto completamente diverso. La distorsione paranoide delle vicende umane è una cosa grave.
Quando un analista (o un marito, un amante, un discepolo o un amico) si sforza di soddisfare i requisiti di un rapporto paranoide dando assicurazioni di fedeltà, cancellando la possibilità del tradimento, è garantito che si sta allontanando dall'amore. Perché, come abbiamo visto e vedremo ancora tra breve, amore e possibilità di tradimento provengono dal medesimo fianco, il sinistro.
Accantoniamo un attimo il problema del significato che il tradimento ha per il figlio, colui che viene tradito, per tornare a un'altra delle nostre domande iniziali:
che cosa può significare il tradimento per il padre?
Che cosa significasse per Dio lasciare morire il proprio figlio sulla croce, non ci viene detto; e nem- meno che cosa significasse per Abramo condurre Isacco al sacrificio. Tuttavia Dio e Abramo compirono queste azioni. Furono capaci di tradire, cosi come lo fu Giacobbe, che entrò in possesso dell'eredità paterna tradendo il fratello. Che la capacità di tradire attenga alla condizione di padre?
Proviamo a rifletteresu questa domanda.Il padre della nostra storiella non si limita a mostrare la sua umana imperfezione, cioè non si limita a non afferrare il figlio. Qui nonsi tratta semplicemente di una debolezza o di un errore. Egli decide coscientemente di la- sciar cadere il figlio e di procurargli un doloree una umiliazione. Manifesta la sua brutalità. La medesima brutalità vediamo nel trattamento di Gesù dalla cattura alla crocifissione e nei preparativi di Abramo. Altrettanto brutale è ciò che accade a Esaù e a Giobbe. La brutalità viene fuori di nuovo nella pelle di animale che Giacobbe indossa per tradire Esaù e nelle belve immani che Dio enumera a Giobbe per giustificare i suoi tormenti. Nonché nel salmo 22 citato sopra.
L'immagine paterna - quella figura giusta, saggia e clemente - si rifiuta di intervenire in alcun modo per lenire le sofferenze che il padre stesso ha provocato. Inoltre, il padre rifiuta di rendere conto di sé.
Il rifiuto di spiegare significa che la spiegazione deve venire, semmai, dalla parte offesa. E del resto chi, dopo essere stato tradito, sarebbe in condizione di ascoltare le spiegazioni dell'altro?
Questo, a mio avviso, è lo stimolo creativo presente nel tradimento: è l'individuo tradito a dover trovare il modo di risorgere, a dover fare un passo avanti dandosi da sé un'interpretazione dell'accaduto.
Ma l'esperienza del tradimento può essere creativa solo a patto che egli non cada nei pericoli che abbiamo descritto e vi rimanga fissato.
Nella nostra storieIla, tuttavia, il padre dà una spiegazione. Si tratta dopo tutto di una favola con la morale e il gesto del padre è educativo, una forma di iniziazione, mentre nei racconti archetipici e nella vita quotidiana il tradimento non è spiegato all'altro dal traditore, perché avviene inconsciamente, attraverso il nostro autonomo lato sinistro.
Nonostante le spiegazioni, il comportamento del padre della nostra storiella rimane un comportamento brutale. L'uso cosciente della brutalità sembrerebbe un tratto comune alle figure paterne. Il padre ingiusto riflette l'iniquità della vita. Rimanendo insensibile al grido di aiuto e al bisogno dell'altro, arrivando ad ammettere che la sua promessa è fallibile, il padre riconosce che il potere della parola può essere trasceso dalle forze della vita.
Tale consapevolezza dei propri limiti maschili e tale durezza di cuore indicano un alto grado di differenziazione del debole lato sinistro. Differenziazione del lato sinistro significa capacità di reggere la tensione senza intervenire, di sbagliare senza cercare di rappezzare la situazione, di lasciare che siano gli eventi a determinare i princìpi.
Significa anche essere riusciti a superare in qualche misura quel senso di «coda di paglia» che ci trattiene dal compiere fino in fondo in piena coscienza certe azioni brutali ma necessarie. (Quando parlo di brutalità cosciente, non intendo né la brutalità perversa e intenzionale mirante a provocare la rovina dell'altro, né la brutalità sentimentale che vediamo a volte nella letteratura e nei film e nel codice del sol-dato).
La coda di paglia e il cuor tenero rendono l'azione «schizofrenica», e Anima non è in grado di reggere. Invece il cuore duro del padre non trasmette ingiunzioni opposte.
Non è crudele con una mano e pietoso con l'altra. Non tradisce il figlio per poi prenderlo in braccio dicendo: «Povero piccolo; fa più male a me che a te, sai?».
Nell'analisi, come in tutte le posizioni di fiducia, si determinano a volte situazioni che richiedono un'azione coscientemente brutale, un tradimento della fiducia dell'altro.
Rompiamo una promessa, non ci siamo quando l'altro ha bisogno di noi, deludiamo le sue aspettative, ce ne alieniamo l'affetto, riveliamo un segreto. E né spieghiamo il nostro intervento, né stacchiamo l'altro dalla sua croce e nemmeno lo aiutiamo a rialzarsi in fondo alle scale.
Queste sono brutalità, e noi tutti ne compiamo, più o meno consapevolmente. E dobbiamo assumercene la responsabilità e portarle fino in fondo, altrimenti Anima toglierà spessore ai nostri atti, rendendoli sbadati e crudeli.
Una siffatta durezza di cuore è indicativa dell'avvenuta integrazione della brutalità, e ci avvicina con ciò alla natura, la quale non dà spiegazioni di se stessa.
Le spiegazioni bisogna estorcergliele. Una tale disponibilità ad assumerci il ruolo di traditore ci avvicina alla condizione animale, non tanto schiavi di un Dio morale/Diavolo immorale, quanto servitori di una natura che è amorale.
E con questo siamo tornati al nostro tema dell'integrazione di Anima, dove il cuore freddo e le labbra sigillate rimandano a Eva e al serpente, la cui saggezza è pure vicina alla proditorietà della natura. Il che mi induce a domandarmi se l'integrazione di Anima non possa manifestarsi, oltre che nei vari modi che ci aspettiamo (vitalità, relazionalità, amore, immaginazione, sottigliezza e così via), anche nel diventare simili alla natura, dunque meno affidabili, tendenti come l'acqua a riversarsi nei punti di minore resistenza, a rigirare le risposte secondo il vento, a parlare con lingua biforcuta: insomma, ambiguità cosciente anziché ambivalenza inconscia.
A quanto pare, il savio, il maestro, per poter essere lo psicopompo che guida le anime attraverso la confusione del creato, dove ogni roccia cela un pericolo e i sentieri non sono dritti, mostra un'astuzia ermetica e una freddezza che è impersonale come la natura stessa.'
Concludendo, la nostra risposta alla domanda: « Che cosa significa il tradimento per il padre?» è la seguente: la capacità di tradire gli altri è affine alla capacità di guidare gli altri. Una paternità compiuta le possiede entrambe.
Nella misura in cui il fine al quale mira la guida psicologica è l'autonomia e l'autosufficienza dell'altro, questi dovrà prima o poi essere condotto, o lasciato, a quello che è il suo vero livello, vale a dire senza più aiuto umano, a fare esperienza del tradimento dentro di sé, dove egli è solo.
L'esperienza più alta e più decisiva è il trovarsi soli con il proprio Sé, o qualsiasi altro nome si voglia dare all'oggettività dell'anima.
Che cosa c'è allora che è degno di fiducia nel padre buono o psicopompo? Qual è la differenza sotto questo profilo tra il mago bianco e il mago nero? Che cosa distingue il savio dal bruto? Non c'è il rischio, in base a quanto sono venuto dicendo, di giustificare qualsiasi brutalità e tradimento che un uomo possa compiere come un segno dell'avvènuta «integrazione di Anima», come segno della sua «compiuta paternità»?
Non so come altro rispondere a questa domanda se non richiamandomi alle storie di prima. In tutte troviamo due elementi: il motivo dell'amore e/o un senso di necessità.
L'interpretazione cristiana dell'abbandono di Gesù sulla croce da parte del Padre dice che Dio amava talmente il mondo da sacrificare il Suo unico figlio per la sua redenzione. Il Suo tradimento era necessario per compiere il destino del figlio. Abramo amava talmente Dio da accingersi a calare il coltello sacrificale su Isacco. Il tradimento di Esaù da parte di Giacobbe era una necessità preannunciata quando Giacobbe era ancora nel ventre materno. Anche il padre della nostra storiella doveva amare il figlio al punto di rischiare che egli si ritrovasse con le ossa e la fiducia spezzate, nonché di distruggere la propria immagine ai suoi occhi.
Questo più vasto contesto di necessità e di amore mi induce a credere che il tradimento- rimangiarsi una promessa, negare aiuto, divulgare un segreto, ingannare l'amante - sia un' esperienza troppo tragica per poter essere giustificata nei termini personalistici di meccanismi psicologici e motivazioni.
La psicologia personale non è sufficiente; le analisi e le spiegazioni non bastano. Occorre riferirsi al contesto più vasto dell'amore e del destino. Ma chi può dire con certezza quando è presente l'amore? Chi può stabilire che nel tal caso il tradimento era necessario, era destino, una chiamata del Sé?
È certo che un elemento dell'amore è il senso di responsabilità; e cosi pure lo sono l'impegno, la partecipazione, l'identificazione; ma forse un metodo più sicuro per capire se si è più vicini al bruto o al savio consiste nel cercare il contrario dell'amore, il potere.
Se il tradimento è perpetrato soprattutto per vantaggio personale (per cavarsi da un impiccio, per fare del male all'altro o per usarlo, per salvarsi la pelle, per il proprio piacere, per placare un desiderio o un bisogno, per fare i propri comodi), allora si può stare sicuri che c'entra più il potere, il bruto, che l'amore.
Il contesto più ampio di amore e necessità è dato dagli archetipi del mito.
Quando l'evento è collocato in questa prospettiva, è possibile che ne emerga nuovamente un disegno ricco di significato. L'atto stesso di sforzarsi di vedere la cosa da questa più ampia prospettiva è già terapeutico.
Purtroppo può occorrere molto, moltissimo tempo perché l'evento riveli il suo significato, e nel frattempo esso rimarrà sigillato nell'assurdità o a suppurare nel risentimento. Ma lo sforzo per inserirlo nel contesto più ampio, lo sforzo per interpretarlo e integrarlo è il modo per uscirne, per andare oltre.
A me pare che sia l'unico modo per passare attraverso i vari gradi di differenziazione di Anima accennati fin qui, e anzi per fare un passo ulteriore, verso uno dei sentimenti religiosi più alti, il perdono.
Diciamo subito che il perdono non è un'impresa facile. Quando 1'Io è stato offeso, non può perdonare solo perché «dovrebbe », pur con tutte le contestualizzazioni di amore e destino.
L'Io si mantiene vitale grazie al suo amor proprio, al suo orgoglio e senso dell' onore. Anche quando vorremmo sinceramente perdonare, scopriamo che proprio non riusciamo, perché il perdono non viene dall'Io.
Non posso perdonare direttamente, ma solo chiedere, o pregare, che i peccati siano perdonati.
A volte, desiderare che il perdono arrivi e attendere che arrivi è l'unica cosa che possiamo fare.
Per chi non ha provato che cosa vuol dire essere umiliati o essere offesi fin nel profondo, perdono, e umiltà, sono solo parole.
Il perdono acquista senso soltanto quando non ci è possibile né dimenticare né perdonare. E a far si che non dimentichiamo pensano i nostri sogni. Chiunque può dimenticare un insulto, un affronto personale di scarsa importanza. Ma chi è stato condotto un gradino dopo l'altro in un rapporto la cui sostanza stessa era la fiducia e ha denudato la propria anima e poi è stato tradito nell'intimo, nel senso di essere consegnato in mano ai propri nemici, esterni o interni (i valori dell'Ombra che abbiamo descritto, per cui la possibilità di una nuova fiducia amorevole è stata permanentemente lesa da difese paranoidi, dal tradimento di sé e dal cinismo), allora il perdono assume un significato grandioso.
Potrebbe ben darsi che il tradimento non abbia altro esito positivo che il perdono, e che l'esperienza del perdono sia possibile solo se si è stati traditi.
Il perdono di cui parlo è un perdonare che non equivale a dimenticare, ma è ricordo del torto subito, trasformato all'interno di un contesto Più vasto, ovvero, come ha detto Jung, il sale dell'amarezza trasformato nel sale della saggezza.
Una saggezza, Sofia, che, una volta ancora, rappresenta un contributo del femminile al maschile, in grado di fornire quel contesto più vasto che la volontà da sola non sa raggiungere.
La saggezza di cui parlo è quell'unione di amore e necessità dove finalmente il sentimento può riversarsi liberamente nel nostro destino, riconciliandoci con ciò che ci è accaduto.
Così come la fiducia conteneva il seme del tradimento, il tradimento contiene in sé il seme del perdono.
Sarà questa, dunque, la risposta all'ultima delle nostre domande iniziali: che posto occupa il tradimento nella vita psicologica? Senza l'esperienza del tradimento, né fiducia né perdono acquisterebbero piena realtà.
Il tradimento è il lato oscuro dell'una e dell'altro, ciò che conferisce loro significato, ciò che li rende possibili. Questo forse spiega in parte come mai il tema del tradimento sia così forte nelle nostre religioni. Forse il tradimento è la porta attraverso la quale gli esseri umani possono arrivare alle più alte esperienze religiose del perdono e della riconciliazione con quel muto labirinto che è il creato.
Ma il perdono è talmente difficile da dare, che probabilmente c'è bisogno della collaborazione dell'altro, di colui che ha tradito. Voglio dire che l'offesa, se non è ricordata da entrambi gli interessati (e ricordata come offesa), ricade tutta su colui che è stato tradito.
Il contesto più vasto in cui è avvenuta la tragedia sembra richiedere sentimenti paralleli in entrambi gli interessati, i quali sono ancora legati in un rapporto, nei nuovi ruoli di traditore e di tradito.
Se è solo il tradito a percepire l'offesa, mentre l'altro ci passa sopra con razionalizzazioni, allora il tradimento continua, anzi si accentua.
Questa elusione in malafede di ciò che è realmente accaduto è, di tutte le piaghe, la più bruciante per il tradito. Il perdono diventa più difficile; il risentimento cresce, perché il traditore non si assume la sua colpa e non prende con onestà coscienza del proprio atto.
Jung ha detto che il senso dei nostri peccati è che dobbiamo assumerceli, vale a dire non dobbiamo scaricarli sugli altri perché li portino per noi. Per assumersi i propri peccati, bisogna prima riconoscerli, e riconoscere la loro brutalità.
Per la psiche, assumersi un peccato significa semplicemente riconoscerlo, ricordarlo.
In entrambe le persone coinvolte, tutte le emozioni connesse con l'esperienza del tradimento (rimorso e pentimento nel traditore, risentimento e vendicatività nel tradito) premono verso il medesimo punto psicologico: la memoria. Il risentimento, in particolare, è un'afflizione emotiva della memoria che l'oblio non riuscirà mai a rimuovere del tutto.
E allora non è meglio ricordarla, l'offesa, piuttosto che girare a vuoto tra oblio e risentimento? Si direbbe che lo scopo di tali emozioni sia quello di impedire che le esperienze si dissolvano nell'inconscio. Sono il sale che preserva l'evento dalla decomposizione. Con il loro sapore amaro, esse ci obbligano a rimanere fedeli a quel peccato. Sì, perché uno dei paradossi del tradimento è la fedeltà che tradito e traditore mantengono, dopo l'evento, alla sua amarezza.
Questa fedeltà ce l'ha anche il traditore. Infatti, se io sono incapace di ammettere di avere tradito un altro, o se cerco di dimenticarlo, rimango bloccato nella mia brutalità inconscia. Allora il contesto più ampio dell'amore e il contesto più ampio della necessità destinale della mia azione e dell'intero evento non verranno colti. Non solo continuerò a offendere l'altro, recherò offesa anche a me stesso, perché mi sarò precluso la possibilità di perdonarmi. Non potrò diventare più saggio, e non avrò nulla con cui riconciliarmi.
Per questi motivi sono convinto che il perdono da parte del tradito richiede l'espiazione da parte del traditore. Espiazione è il sentimento che accompagna il comportamento silenzioso del padre secondo l'interpretazione che ne abbiamo dato. Il padre si fa carico del proprio senso di colpa e del proprio dolore. Pur rendendosi pienamente conto di ciò che ha fatto, non cerca di spiegarlo al figlio, e con ciò espia il proprio atto, vale a dire si pone in relazione con esso.
L'espiazione implica inoltre una sottomissione al tradimento in quanto tale, alla sua realtà transpersonale, destinale. Chinando il capo davanti alla vergogna della mia incapacità a mantenere la parola data, sono obbligato ad ammettere umilmente sia la mia personale debolezza sia la realtà di potenze impersonali.
Attenzione, però: l'espiazione non deve servire a metterei la coscienza in pace e neppure ad appianare la situazione. Essa è una forma di riconoscimento dell'altro. A mio avviso, questo è un punto che non si sottolineerà mai abbastanza, perché noi, anche se siamo vittime di temi cosmici, come la tragedia, il tradimento,il fato, viviamo in un mondo di uomini.
Il tradimento può bensì rientrare in un contesto più vasto e rappresentare un tema cosmico, ma è pur sempre all'interno di rapporti individuali, attraverso una persona cara con la quale siamo in stretta intimità, che i grandi temi ci toccano. Se gli altri, nel rovesciarci addosso la tragedia, sono strumenti degli dèi, alla stessa stregua essi sono anche il mezzo attraverso il quale noi facciamo ammenda presso gli dèi.
Le condizioni si trasformano all'interno del medesimo tipo di situazione intima e personale nel quale si erano verificate. Basterà allora espiare soltanto davanti agli dèi? Con questo,la faccenda è chiusa? La tradizione non associa forse la saggezza con l'umiltà? L'espiazione, come il pentimento, può anche non essere expressis verbis, ma probabilmente è più efficace se si manifesta in qualche forma di contatto con l'altro, nel pieno riconoscimento dell'altro. E che cosa è, in fondo, il pieno riconoscimento dell'altro, se non amore?
E ora, permettetemi un rapido riepilogo.
Questo passare per i vari stadi, dalla fiducia attraverso il tradimento al perdono, esprime un movimento della coscienza.
Il primo stadio, quello della fiducia originale, è in gran parte inconscio e pre-animico.
Ad esso fa seguito lo stadio del tradimento, dove la parola viene infranta dalla vita.
Con tutta la sua negatività, il tradimento rappresenta tuttavia un progresso rispetto alla fiducia originale, perché conduce alla « morte» del Puer attraverso l'esperienza animica della sofferenza.
Se il processo non è bloccato dai circoli viziosi della vendetta, della negazione, del cinismo, del tradimento di sé e delle difese paranoidi, questo porterà al formarsi di una posizione paterna più solida, dove colui che è stato tradito potrà a sua volta tradire in modo meno inconscio, il che significa, da parte di un uomo, avere in qualche misura integrato la propria natura inaffidabile.
L'integrazione definitiva dell'esperienza del tradimento può sfociare nel perdono da parte del tradito, nell'espiazione da parte del traditore e in una forma di riconciliazione, non necessariamente dell'uno con l'altro, ma di ciascuno dei due con l'evento del tradimento. Ciascuno stadio di tali esperienze, molto combattute e sofferte, che possono richiedere lunghi anni di fedeltà al lato oscuro della psiche, è al tempo stesso uno stadio dello sviluppo di Anima. E questo, lo sviluppo di Anima, benché io abbia scelto di privilegiare il maschile, è stato il tema di fondo della presente comunicazione.
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