Persa/Ritrovata
Utente di lunga data
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Un amore in bilico tra Eraclito e Parmenide
C.B.
Tutto comincia con il progetto di incontrarsi tra vecchi compagni del liceo. La nostra classe di coscritti anno 1950 (vivo a Trento e la terminologia è questa, forse un po’ militar-asburgica) festeggia quest’anno il quarantennale! A parte la scontata considerazione sul tempo che passa, organizziamo il tutto. Condizioni dell’incontro ideali: sole ottobrino, incontro davanti alla vecchia scuola, ristorante solo per noi, partecipazione elevata ed entusiasta (credo 23 su 34). Un vero successo: pranzo, revival, tutti ancora insieme. Certo, i retropensieri delle persone sono cambiati, non c’è più la limpidezza dei diciott’anni. Alcuni di noi non ci sono più, esistenze diverse, più fortunate e meno fortunate, tutto quanto la vita ci dà. Anche un po’ di celata acidità per qualche screzio post-scolastico, ma è inevitabile.
Anche per me tutto bello. Al pranzo sono di fronte a una mia compagna di scuola, insieme a tanti altri, una fanciulla (per me resta sempre la ragazza di una volta) con cui ho avuto una storia d’amore tra liceali (storie poco considerate in genere, ma per me fu importante). Ognuno di noi due ha avuto la sua vita, le sue storie, le cose belle e brutte di tutti. Dopo quarant’anni ci si ritrova e penso che per me è sempre la stessa cosa: lo penso solo, però sono come sempre un po’ più attento a lei (credo comunque che le donne abbiano un sesto senso e lo usino).
Invece succede una convergenza astrale straordinaria, fatti collegati che portano a riunirci: torniamo dal pranzo insieme ad altri, in auto, camminiamo insieme, parliamo, l’accompagno a casa, e alla sera andiamo insieme al cinema. Una serata piacevole, le mando le foto dell’avvenimento e decido di scriverle - direbbe Paolo Conte - che per me lei è sempre la stessa ragazza di sempre e che, se vuole, nessuno ci impedisce di passare un po’ di tempo insieme, conoscerci meglio. Risposta circospetta ma possibilista: «Tutto si trasforma, la vita è un continuo trasmutare, così è strano ritrovarsi dopo tanti anni ed essere due persone diverse che forse desiderano conoscersi di nuovo».
Conclusione: ci frequentiamo, sembra che viviamo in una favola, siamo un po’ stralunati, sorpresi, timorosi anche un po’, ma, nulla da dire, «è la cosa più bella del mondo». Ho un solo dubbio: si tratta della continuazione della nostra storia da liceali o devo considerarlo un amore nuovo di zecca? Il divenire eracliteo o l’essere parmenideo? Io propendo per Parmenide, ma sono disponibile a un confronto. Comunque sono felice, e credo proprio lo sia anche lei.
Risposta
Parmenide ed Eraclito, questi nomi non mi sono nuovi. Sanno di sveglia all’alba, caffè e sigaretta fumata a stomaco vuoto per preparare l’interrogazione programmata sui filosofi presocratici in prima liceo. Parmenide di Elea è passato alla storia per aver detto che «l’essere è, e non può non essere, mentre il non-essere non è e non può essere». Sembra uno scioglilingua, invece è il cuore della speculazione esistenziale. Ciò che cambia è apparenza, finzione. Mentre la verità è ciò che non cambia mai. Esempio: i politici passano (finzione), le ruberie della politica non cambiano mai (verità). Ma forse ho sbagliato esempio. O forse no. Passiamo a Eraclito, detto l’Oscuro, quindi non aspettarti proprio da me un’interpretazione illuminante. È entrato nell’immaginario collettivo con uno slogan più breve persino di «Yes we can». «Panta rei», tutto scorre. La realtà - come dice la tua ex e neo fidanzata - è un perenne divenire.
Spero non pretenderai che un postino del cuore possa dirimere una questione che divide i filosofi da qualche migliaio d’anni. Per quanto anch’io abbia le mie idee: credo che ogni spirito si scinda dall’Essere di Parmenide per calarsi nella materia, che è mutamento continuo, e poi ritornare, si spera più saggio, alla condizione unitaria di quiete. Ma scendiamo dagli astri alla Terra e alla tua bellissima storia d’amore con intervallo di quarant’anni fra un tempo e l’altro (se avvertivate i pubblicitari, chissà quanti spot vi mettevano in mezzo).
Chi di voi due ha ragione? Tu che pensi che la vostra storia sia la continuazione di quella di allora, oppure lei che la considera un amore nuovo di zecca? Opterei per la soluzione di compromesso. L’attrazione fisica è parmenidea, nel senso che o c’è o non c’è. E se c’è, ci sarà sempre, mentre se non c’è, non ci sarà mai (chiunque abbia provato a far scoccare la scintilla in una persona che non lo contraccambia assentirà amaramente).
Il sentimento invece è eracliteo: l’amore è una danza in cui i due ballerini non stanno mai fermi e l’unico modo per non cadere è trovare un equilibrio. Che non significa fare necessariamente gli stessi passi, ma farli insieme. Vi siete ritrovati quando eravate in grado di progettare il futuro in due. Ora sta a voi conservare il ritmo meraviglioso che l’amore ha impresso alle vostre vite.
Perché «panta rei» e la durata di un legame nel tempo dipende dalla capacità di trovare dentro di sé il «centro di gravità permanente» che, come cantava Battiato, «non mi faccia più cambiare idea sulle cose e sulla gente».
MASSIMO GRAMELLINI
Un amore in bilico tra Eraclito e Parmenide
C.B.
Tutto comincia con il progetto di incontrarsi tra vecchi compagni del liceo. La nostra classe di coscritti anno 1950 (vivo a Trento e la terminologia è questa, forse un po’ militar-asburgica) festeggia quest’anno il quarantennale! A parte la scontata considerazione sul tempo che passa, organizziamo il tutto. Condizioni dell’incontro ideali: sole ottobrino, incontro davanti alla vecchia scuola, ristorante solo per noi, partecipazione elevata ed entusiasta (credo 23 su 34). Un vero successo: pranzo, revival, tutti ancora insieme. Certo, i retropensieri delle persone sono cambiati, non c’è più la limpidezza dei diciott’anni. Alcuni di noi non ci sono più, esistenze diverse, più fortunate e meno fortunate, tutto quanto la vita ci dà. Anche un po’ di celata acidità per qualche screzio post-scolastico, ma è inevitabile.
Anche per me tutto bello. Al pranzo sono di fronte a una mia compagna di scuola, insieme a tanti altri, una fanciulla (per me resta sempre la ragazza di una volta) con cui ho avuto una storia d’amore tra liceali (storie poco considerate in genere, ma per me fu importante). Ognuno di noi due ha avuto la sua vita, le sue storie, le cose belle e brutte di tutti. Dopo quarant’anni ci si ritrova e penso che per me è sempre la stessa cosa: lo penso solo, però sono come sempre un po’ più attento a lei (credo comunque che le donne abbiano un sesto senso e lo usino).
Invece succede una convergenza astrale straordinaria, fatti collegati che portano a riunirci: torniamo dal pranzo insieme ad altri, in auto, camminiamo insieme, parliamo, l’accompagno a casa, e alla sera andiamo insieme al cinema. Una serata piacevole, le mando le foto dell’avvenimento e decido di scriverle - direbbe Paolo Conte - che per me lei è sempre la stessa ragazza di sempre e che, se vuole, nessuno ci impedisce di passare un po’ di tempo insieme, conoscerci meglio. Risposta circospetta ma possibilista: «Tutto si trasforma, la vita è un continuo trasmutare, così è strano ritrovarsi dopo tanti anni ed essere due persone diverse che forse desiderano conoscersi di nuovo».
Conclusione: ci frequentiamo, sembra che viviamo in una favola, siamo un po’ stralunati, sorpresi, timorosi anche un po’, ma, nulla da dire, «è la cosa più bella del mondo». Ho un solo dubbio: si tratta della continuazione della nostra storia da liceali o devo considerarlo un amore nuovo di zecca? Il divenire eracliteo o l’essere parmenideo? Io propendo per Parmenide, ma sono disponibile a un confronto. Comunque sono felice, e credo proprio lo sia anche lei.
Risposta
Parmenide ed Eraclito, questi nomi non mi sono nuovi. Sanno di sveglia all’alba, caffè e sigaretta fumata a stomaco vuoto per preparare l’interrogazione programmata sui filosofi presocratici in prima liceo. Parmenide di Elea è passato alla storia per aver detto che «l’essere è, e non può non essere, mentre il non-essere non è e non può essere». Sembra uno scioglilingua, invece è il cuore della speculazione esistenziale. Ciò che cambia è apparenza, finzione. Mentre la verità è ciò che non cambia mai. Esempio: i politici passano (finzione), le ruberie della politica non cambiano mai (verità). Ma forse ho sbagliato esempio. O forse no. Passiamo a Eraclito, detto l’Oscuro, quindi non aspettarti proprio da me un’interpretazione illuminante. È entrato nell’immaginario collettivo con uno slogan più breve persino di «Yes we can». «Panta rei», tutto scorre. La realtà - come dice la tua ex e neo fidanzata - è un perenne divenire.
Spero non pretenderai che un postino del cuore possa dirimere una questione che divide i filosofi da qualche migliaio d’anni. Per quanto anch’io abbia le mie idee: credo che ogni spirito si scinda dall’Essere di Parmenide per calarsi nella materia, che è mutamento continuo, e poi ritornare, si spera più saggio, alla condizione unitaria di quiete. Ma scendiamo dagli astri alla Terra e alla tua bellissima storia d’amore con intervallo di quarant’anni fra un tempo e l’altro (se avvertivate i pubblicitari, chissà quanti spot vi mettevano in mezzo).
Chi di voi due ha ragione? Tu che pensi che la vostra storia sia la continuazione di quella di allora, oppure lei che la considera un amore nuovo di zecca? Opterei per la soluzione di compromesso. L’attrazione fisica è parmenidea, nel senso che o c’è o non c’è. E se c’è, ci sarà sempre, mentre se non c’è, non ci sarà mai (chiunque abbia provato a far scoccare la scintilla in una persona che non lo contraccambia assentirà amaramente).
Il sentimento invece è eracliteo: l’amore è una danza in cui i due ballerini non stanno mai fermi e l’unico modo per non cadere è trovare un equilibrio. Che non significa fare necessariamente gli stessi passi, ma farli insieme. Vi siete ritrovati quando eravate in grado di progettare il futuro in due. Ora sta a voi conservare il ritmo meraviglioso che l’amore ha impresso alle vostre vite.
Perché «panta rei» e la durata di un legame nel tempo dipende dalla capacità di trovare dentro di sé il «centro di gravità permanente» che, come cantava Battiato, «non mi faccia più cambiare idea sulle cose e sulla gente».
MASSIMO GRAMELLINI