Femminicidio

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Monsieur Madeleine

Utente di lunga data
mah! non so in quale safari abiti, ma mi sembra assurdo credere che una donna faccia la preda appositamente!

fai mica parte di quelli che dicono che la donna che viene violentata se lo merita??

Ma che cazzo dici?! Ma leggi o spari a caso, giusto per scrivere qualcosa?!

Ma hai idea di quante donne sopportano assurdamente compagni trogloditi che abusano di loro, e spesso senza neppure la motivazione (che per assurdo dovrebbe essere un deterrente) dei figli?
E non è nemmeno una questione di "latitudine". Ho per le mani giusto adesso la questione di una ragazza di 23 anni che si fa pestare e violentare giornalmente dal convivente perchè "lui è l'unico che mi è stato vicino quando avevo bisogno",e sto parlando di una ragazza della "civilissima" :)unhappy:) Svizzera.
Il problema è che non ci si rende conto che l'effetto perverso delle pulsioni più antiche ammantate di balle e belle parole è quanto di più pericoloso ci possa essere. E pericoloso, anzi tragicamente disastroso è voler negare che le ragioni di base siano così semplici e radicali. Si va a cercare cazzate su cazzate, si va a costruire castelli di ipotesi basate su montagne di altre ipotesi, ed intanto le persone vengono picchiate e violentate, abbandonate alla violenza dei folli, vittime delle proprie debolezze e del dito puntato dei moralisti bigotti e dei demagoghi politicanti.
QUello che sarebbe necessario sarebbe sradicare dalla mentalità questa stupida, idiota, bastarda legge della jungla del cazzo, questo schifo di modo di rapportarzi agli altri basato sulla maggior forza, maggior furbizia, maggior pelo sullo stomaco che permette di approfittare dei più deboli ed essere per la paga ancora acclamati dalla folla come "esempio". Un mondo di calciatori sessuofobi e razzisti e di veline vuote come vasi di coccio non può essere la base d'esempio di una società nella quale la gente si rispetta, ma loro vengono pagati ed applauditi, ricordiamocelo, non dai dirigenti delle aziende, che fanno il loro mestiere, ma proprio dalla gente che in casa propria demanda la propria attività cerebrale allo standard.
Non sono un moralista, sia ben chiaro, per me tutto è permesso quando è capito. Nutro però fortissimi dubbi su quanto mediamente la gente capisca in quale merda nuota. Lo capisce quando ne viene ferita personalmente, e solo in quel momento grida, e solo per avere "giustizia" personale. Per il resto, normalmente, nelle case degli altri le donne ed i deboli possono essere tranquillamente assoggettate alle peggio cose, tanto chissenefrega! Fabrizio Corona riempirà sempre le discoteche, lui e tutti i cultori del tamarrismo che tanto piace.
La donna violentata non merita mai di esserlo!
Purtroppo però bisogna ammettere, cazzo, che certe cose e certe situazioni nascono prevalentemente da pulsioni che non si controllano perchè non si voglio ammettere. Il violentatore è una bestia schifosa, troppe volte la violentata se lo è pescato nel mazzo, se lo è sposato e magari ci ha fatto pure figli perchè "L'omm' è omm' e ha dda menà".
 

Nordica

... is here!
No però io non l'ho intesa esattamente così.
L'ho intesa per macro aree come una parte del mondo femminile comunque accetta determinati comportamenti da jungla.
E ti assicuro che li ho visti e li vedo tutt'ora.
E' un fatto.
Poi che non sia la regola meglio, ma è un fenomeno che esite ed è pure ben radicato in certi tessuti sociali ti assicuro.
Potrei raccontarti storie da brivido nella civilissima Milano e non solo.

Storie assolutamente insospettabili
ti credo sulla fiducia! ne vedo di cotte e crude anchè io!

ma e triste tutto ciò...
 
N

Non Registrato

Guest
E quel che è peggio è che queste cose accadono e vengono accettate non solo nel contesto di famiglia, ma anche nel contesto lavorativo, dove una donna trova meglio che altrove la sua emancipazione.

Ancora oggi certi colleghi maschi pensano di potersi permettere di trattarci come degli animali, mentre noi siamo impegnate a lavorare, a dare dignità e un senso preciso al nostro ruolo.

--

A me in dieci anni che lavoro è purtroppo capitato due volte (e spero non capiti più) di essere:

--> presa con forza per un braccio e spinta fuori dall'ascensore che cercavo di prendere per uscire dal posto di lavoro perché avevo finito il mio orario, perché quel collega aveva bisogno a tutti i costi di essere ricevuto da me e di ricevere una serie di documenti (di minore importanza). Io mi ero già scusata con lui che non potevo riceverlo e che se per piacere poteva ripassare perché avevo un treno e un appuntamento già fissato. Ma niente. (successo 5 anni fa)

--> chiusa in una stanza da un collega perché voleva che io mandassi avanti una pratica senza le autorizzazioni del mio superiore, mentre io mi rifiutavo e proponevo di andare a parlarne comunque con il nostro superiore. Non mi ha lasciata andare finché non ho promesso che mandavo avanti comunque la pratica; salvo poi fare l'esatto contrario (successo a fine anno scorso).

Come ho reagito? Io sono molto arrabbiata con questi due colleghi, il primo so che sarà molto difficile rivederlo per fortuna, mentre con il secondo si tratta di conviverci quotidianamente, e quindi cerco di ignorarlo e di parlarci il meno possibile.
So che se parlassi di questo con i miei superiori, non solo il problema rimarrebbe insoluto, ma io verrei presa per una piantagrane combinacasini.
Anche perché si tratta di due colleghi stimati da tutti (specialmente il secondo), apparentemente "compagnoni" e molto più anziani di me e io sono in un contesto gerontocratico e molto piramidale: la mia rabbia non verrebbe capita MAI.

So che si tratta di quisquilie rispetto agli episodi ben più gravi che leggiamo ogni giorno sui quotidiani, ma io non li sottovaluto assolutamente. Cerco di tirare a campare e di farmi valere per quello che riesco. Non mi considero una vigliacca per non aver parlato di questo con nessuno. Penso che entrambi i soggetti non siano "avvezzi" alle maniere forti, evidentemente sono io che li ho beccati in un momento di stress e quindi cerco di far decantare il tutto. Insomma, voglio credere che si sia trattato di uno "spiacevole incidente isolato". Se mi accorgo che questi "scherzetti" verranno ripetuti nel tempo, allora lì non starò zitta.
Ma per il momento va così. :(
 
N

Non Registrato

Guest
A me in dieci anni che lavoro è purtroppo capitato due volte (e spero non capiti più) di essere:

--> presa con forza per un braccio e spinta fuori dall'ascensore che cercavo di prendere per uscire dal posto di lavoro perché avevo finito il mio orario, perché quel collega aveva bisogno a tutti i costi di essere ricevuto da me e di ricevere una serie di documenti (di minore importanza). Io mi ero già scusata con lui che non potevo riceverlo e che se per piacere poteva ripassare perché avevo un treno e un appuntamento già fissato. Ma niente. (successo 5 anni fa)
Perché non gli hai dato un calcio negli zebedei?
 

perplesso

Administrator
Staff Forum
E quel che è peggio è che queste cose accadono e vengono accettate non solo nel contesto di famiglia, ma anche nel contesto lavorativo, dove una donna trova meglio che altrove la sua emancipazione.

Ancora oggi certi colleghi maschi pensano di potersi permettere di trattarci come degli animali, mentre noi siamo impegnate a lavorare, a dare dignità e un senso preciso al nostro ruolo.

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A me in dieci anni che lavoro è purtroppo capitato due volte (e spero non capiti più) di essere:

--> presa con forza per un braccio e spinta fuori dall'ascensore che cercavo di prendere per uscire dal posto di lavoro perché avevo finito il mio orario, perché quel collega aveva bisogno a tutti i costi di essere ricevuto da me e di ricevere una serie di documenti (di minore importanza). Io mi ero già scusata con lui che non potevo riceverlo e che se per piacere poteva ripassare perché avevo un treno e un appuntamento già fissato. Ma niente. (successo 5 anni fa)

--> chiusa in una stanza da un collega perché voleva che io mandassi avanti una pratica senza le autorizzazioni del mio superiore, mentre io mi rifiutavo e proponevo di andare a parlarne comunque con il nostro superiore. Non mi ha lasciata andare finché non ho promesso che mandavo avanti comunque la pratica; salvo poi fare l'esatto contrario (successo a fine anno scorso).

Come ho reagito? Io sono molto arrabbiata con questi due colleghi, il primo so che sarà molto difficile rivederlo per fortuna, mentre con il secondo si tratta di conviverci quotidianamente, e quindi cerco di ignorarlo e di parlarci il meno possibile.
So che se parlassi di questo con i miei superiori, non solo il problema rimarrebbe insoluto, ma io verrei presa per una piantagrane combinacasini.
Anche perché si tratta di due colleghi stimati da tutti (specialmente il secondo), apparentemente "compagnoni" e molto più anziani di me e io sono in un contesto gerontocratico e molto piramidale: la mia rabbia non verrebbe capita MAI.

So che si tratta di quisquilie rispetto agli episodi ben più gravi che leggiamo ogni giorno sui quotidiani, ma io non li sottovaluto assolutamente. Cerco di tirare a campare e di farmi valere per quello che riesco. Non mi considero una vigliacca per non aver parlato di questo con nessuno. Penso che entrambi i soggetti non siano "avvezzi" alle maniere forti, evidentemente sono io che li ho beccati in un momento di stress e quindi cerco di far decantare il tutto. Insomma, voglio credere che si sia trattato di uno "spiacevole incidente isolato". Se mi accorgo che questi "scherzetti" verranno ripetuti nel tempo, allora lì non starò zitta.
Ma per il momento va così. :(
Debbo darti ragione: se gli episodi rimarranno isolati,non c'è molto da fare.
Tecnicamente nel primo caso era violenza privata (da non confondere con quella sessuale,per carità....)
nel secondo in astratto....era sequestro di persona. molto in astratto.

ma tra l'ipotizzare ed il provare,ci passa di mezzo il solito mare.

se gli episodi dovessero diventare quotidiani o almeno periodici,allora si potrebbe discorrere di mobbing
 

Leda

utente Olimpi(c)a
Segnalo l’articolo che segue di Guido Ceronetti pubblicato sul Corriere della Sera il 24 giugno 2012.


Forza e lacrime, l’eterno mascolino
L’archetipo della virilità autentica ha un doppio volto e lo tradisce chi compie una violenza sui più deboli
Bastano le sessanta donne uccise in Italia tra gennaio e maggio per marchiare col fuoco, di vergogna, l’ umanità intera. Gli stupri denunciati l’ anno passato sarebbero – apprendo con schifo – circa settantacinquemila. Ma quelli tra le mura di casa, tutti i non denunciati dalle vittime, chi li può calcolare? E quasi tutti gli omicidi sono tra coppie conviventi o coniugate; qualcuno speciale, di padre che assassina la figlia per sgarro etico religioso, è storia che si ripete. («L’ integrazione è un fallimento», parola di Angela Merkel). Nella prassi ordinaria il movente è la gelosia, o anche la semplice intenzione di voler cessare una relazione invivibile. Sui parossismi attinti dalle molestie degli abbandonati e dei respinti c’ è rincaro di nausea. Posso dire di essere cresciuto, pur tra le violenze di una guerra mondiale, in una Italia migliore, più pulita d’ anima, di midollo. Né mi pare di aver mai fatto parte della banda di predicanti «famiglia! famiglia!». La famiglia è stata oppressiva sempre, Saturno ha sempre sgranocchiato i suoi figli (vedi Goya, e là vedi la famiglia), e adesso è il cuore della decomposizione morale della nostra miseranda vita associata. Lì non c’ è appiglio. La mentalità imbecilloide ci vede un punto importante del suo delirio economicista, ma un inferno famigliare non è fatto di soldi in più o in meno. È tutto enigma. Poiché la strage di donne giovani (quasi sempre tra 15 e 30) ci morde nella nuca, meno si fanno deplorazioni, più si lenzuola di reverenza le povere vittime. Per portarne il lutto come intera civitas in colpa, bisogna prima capire. E neppure brancicare in vaghe punizioni, senza prima aver sciolto, dell’ enigma criminale, una parte almeno. E allora bisogna aprire un varco al capire. L’ archetipo dell’ Eterno Mascolino (come lo chiama Frank Thiess in Tsushima, romanzo illeggibile per qualsiasi donna) è una combinazione, in dosi diverse, di lacrime e di forza, entrambe generatrici di violenza. Le lacrime della forza e la forza delle lacrime. Traduco, per semplificare, questi tre versi di Miguel Hernández, dalla sublimità irraggiungibile (ma non siate pigri nel cercarli in castigliano): «Sotto la fronte tragica e tremenda, un solitario toro, sulla riva, piange; dimentica che è toro, e mascolino». Accidenti, questo è avere palle di poeta! Sono tre versi che toccano il fondo dell’ archetipo maschile. Da sottolineare tragica, tremenda e il muggito di dolore del contrasto toro e piange. Il toro-uomo si nasconde per piangere, non dà cornate ma piange; il toro-uomo è la forza che piange, che nelle lacrime perde la coscienza di quel che è toro, dimentica la sua taurinità di maschio tragico, tremendo. Questa è la mascolinità, la virilità profonda. La capacità riproduttiva è del tutto secondaria: l’ archetipo spirituale la ignora. Jung diceva che la virilità consiste nella misura della capacità di lavoro. Tra i sessi, la complementarità è mosca bianca. Il conflitto regna. Nel simbolismo del toro-che-piange, chi uccide una donna è un non-toro, l’ immagine degradata del maschio, un non-cresciuto incordonato ancora al grembo materno, una caricatura di toro privo di lacrime. Dalla gelosia ad ogni altro motivo, nell’ uccidere una donna non c’ è che ignominia. Una società in cui un simile crimine si è fatto così frequente non è degna neppure di divenire storica: è in corsa verso una preistoria etica in cui tutto è foresta di scimmie sanguinarie, e l’ uomo perde la cittadinanza umana. Si può uccidere per proteggere una donna, un bambino, in una radicale etica mascolina; ma, ti faccia o no soffrire una donna, puoi restare soltanto toro-che-piange in solitudine sulla riva deserta, per non perdere la mascolinità, le mani pure. Trovo una spiegazione ad una folta parte di questi crimini nell’ inesorabile declino della forza d’ animo maschile. La dipendenza tecnologica è forse la causa principale della nostra incapacità crescente di sopportare la perdita del sostegno femminile, dall’ infanzia alla morte. L’ uomo adulto è in realtà un bambulto: se la donna con cui vive si sveglia dall’ ipnosi sessuale e vede nel compagno un bambulto di canna rotta, fa le valigie, lo lascia per un altro che le sembri un po’ più valido (basta poco, se ne contentano), e nel trasloco può incontrare l’ orrida maschera d’ assassino del debole abbandonato che non tollera di perdere quel forzato, rassicurante sostegno, la persecuzione sadica delle telefonate e delle minacce, e una nuova incertezza, per sé e gli eventuali figli, perché l’ accerchiamento delle dipendenze maschili è dappertutto, eccetto dove c’ è povertà e verità di toro che invece (oh stupore!) di accoltellare ignobilmente, ha imparato regole ancestrali di cavalleria dagli angeli, da qualcosa che è fuori da questo irredimibile mondo.

La poesia di Hernández - Per un sentiero

Per un sentiero vanno gli ortolani,/ è la sacra ora del ritorno, / con il sangue ingiuriato dal peso / d’ inverni, primavere ed estati./ Vengono dagli sforzi sovraumani/ e vanno alla canzone e vanno al bacio,/ e lasciano nell’ aria impresso/ un odore di utensili e di mani./ Per un altro sentiero io, per un altro sentiero/ che non conduce al bacio anche se è l’ ora,/ ma gironzola senza destino./ Sotto la fronte tragica e tremenda, / un solitario toro, sulla riva, piange;/ dimenticandosi che è toro e mascolino.


L'articolo è tratto da questo sito: http://laboratoriodonnae.wordpress.com/2012/07/09/donne-uccise/
 
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