Felicità

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Vita e finzione. IL BISOGNO D’AMORE: NON SI VIVE DI SOLO ODIO
Il coraggio della felicità

Tolstoj, Balzac, Fitzgerald: i grandi insegnano a crederci

Vita e finzione. IL BISOGNO D’AMORE: NON SI VIVE DI SOLO ODIO
Il coraggio della felicità
Tolstoj, Balzac, Fitzgerald: i grandi insegnano a crederci
Una ricetta per uscire indenne da un truce pomeriggio estivo in città è pensare agli amici. Immaginarli in sovraffollate spiagge alle prese con bambini pestiferi e mogli assetate di sangue. La spaventosità della loro condizione è un ottimo diversivo.
Ma alla lunga anche certi malevoli pensieri si rivelano insufficienti. L’altro giorno ci ha pensato Italia Uno a salvarmi la vita. Regalandomi l’insperata epifania di tre film, ciascuno in modo diverso un classico anni Ottanta: Sapore di mare dei fratelli Vanzina, Il segreto del mio successo con Michael J. Fox. E a chiudere, Guerre stellari.
Guardarli uno di seguito all’altro mi ha donato l’entusiasmo peloso - venato di commozione e autoironia - da cui ti senti invaso quando ti trovi faccia a faccia con una parte di te scomparsa per sempre: una felicità andata in fumo.

Bisognerebbe scrivere sul frontespizio dello scatolone della felicità il titolo che Scott Fitzgerald diede a uno dei suoi famosi saggi autobiografici: Attenzione, fragile. Non è forse quel tipo di felicità lì - delicata e intermittente - che chi scrive e chi legge non smette mai di inseguire? O almeno questo capitava una volta, agli albori, diciamo così, della narrativa, fino a quando, a un certo punto, la felicità ha smesso di godere di ottima stampa. Quando un pregiudizio moralistico ha iniziato a demonizzarla. Quando i letterati hanno spostato la loro austera attenzione su sediziosità sociologiche, miserabili constatazioni strutturali, facinorose dispute politiche.
Questo fu il trauma che patii quando all’inizio degli anni Novanta iniziai a studiare letteratura all’università. Erano tutti così seriosi e risentiti. Leggere per il gusto di identificarsi era una pratica disdicevole, da sradicare dalle teste e dai cuori delle poche riottose matricole.
Che cosa diavolo stava succedendo?
«Alle quattro, col batticuore, Lévin scese dalla vettura al giardino zoologico e si avviò per una stradina verso le montagne russe e il campo da pattinaggio, dove sapeva con certezza che l’avrebbe trovata, perché aveva visto la carrozza degli Scerbàckij all’ingresso».
Confido che i fanatici di Tolstoj abbiano riconosciuto uno dei passi più emozionanti di Anna Karenina. Quando Kostantin Lévin va al campo di pattinaggio per incontrare Kitty. Nessuno ha saputo descrivere con tanta vivida potenza l’emozione di un giovane uomo innamorato che sta per rivedere l’oggetto della sua passione. Non c’è dettaglio (le quattro del pomeriggio, il cielo terso dell’inverno, tutto quel bianco sfavillante, il cik-ciak della neve sotto le scarpe e lo stridio dei pattini sul ghiaccio) che non partecipi con fervore quasi religioso all’imbarazzante felicità da cui Lévin si sente invaso.
Ed ecco invece come Balzac, in Papà Goriot, dà conto dell’emozione che anima il giovane Rastignac a un passo del primo grande trionfo sessuale: «Ci sono emozioni che non si incontrano due volte nella vita dei giovani. La prima donna veramente tale di cui si innamora un uomo, quella cioè che gli si mostra nello splendore degli attributi che la società parigina richiede, non ha mai rivali. L’amore com’è a Parigi, è del tutto diverso dagli altri amori».
Anche qui, proprio come nella scena tolstoiana, c’è un’identificazione perfetta tra un ragazzo e il luogo di sogno in cui si è ritrovato. Se là c’era una pista di ghiaccio alle quattro di pomeriggio, qui c’è Parigi: la Parigi del faubourg Saint-Germain, la Parigi di Balzac.
Certo, non ha quasi senso paragonare Lévin a Rastignac. (...) Eppure ciò che li accomuna è l’aspirazione alla felicità. E il fatto che i loro sommi creatori non provino alcun ritegno nel raccontarla. A costo di essere pacchiani. A costo di esporsi al ridicolo.
E tuttavia mi piace notare come le felicità così splendidamente pregustate da Lévin e Rastignac stiano per essere negate ad entrambi da un concatenarsi di circostanze sfavorevoli. Sia Lévin che Rastignac dovranno aspettare un sacco di tempo per tornare a godere quel tipo di felicità. E quando essa tornerà non avrà più un sapore immacolato e primigenio. D’ora in poi per i nostri eroi solo felicità di seconda mano.
Il dato beffardo della felicità è che essa non è mai in diretta ma, in un certo senso, sempre in differita. Ed ecco perché di fronte a certe grandi felicità romanzesche assistiamo alla realizzazione di una specie di discrasia temporale. L’ineffabilità della felicità è sancita dal rapporto che si stabilisce tra l’eroe del romanzo e il lettore. L’eroe del romanzo - Lévin o Rastignac - è lì tutto preso dalla voluttà che sta per assaggiare. E dall’altra parte della barricata c’è il lettore che sa che si tratta di una voluttà trascorsa: qualcosa che, sebbene sulla carta debba ancora avvenire, altrove e in altro tempo è già avvenuta. Questo produce nel lettore una specie di nostalgia: una nostalgia per ciò che deve ancora capitare e che, in uno strano paradosso, è già capitato. La nostalgia che conosce chiunque sia stato felice almeno una volta nella vita. Non è proprio questo il dato assurdo della felicità? La sua incapacità di essere contemporanea - esiliata com’è nel passato e nell’avvenire -, che produce, persino in chi la assapora, la preventiva delusione per qualcosa che si va sbriciolando?
Ed ecco perché la letteratura, molto più della vita, è il luogo deputato alla felicità. Se la felicità per sua stessa natura è anacronistica allora nessuno meglio del lettore (un essere condannato a vivere nel passato o proteso nel futuro) è più adatto a goderne i frutti troppo acerbi o già avvizziti. Tanto più perché la felicità, in presa diretta, è insostenibile, invivibile.
In un racconto di Mishima dedicato al sodalizio omoerotico tra Cocteau e Radiguet troviamo scritto: «Era una vita che precipitava a una velocità spaventosa verso la catastrofe. Era una vita spaventosa. Eppure non potevamo viverla in un altro modo».
Sì, c’è sempre qualcosa di catastrofico nella felicità. Scott Fitzgerald (campione olimpico nella specialità «felicità perdute»), in uno scritto degli anni Trenta, nel ricordare con struggimento l’euforia da lui vissuta un decennio prima, scrive: «New York aveva tutta l’iridescenza del principio del mondo. (…) La nostra era una grande nazione e c’era ovunque aria di gala». Notate come lo spirito edenico con cui Fitzgerald parla di New York non è troppo diverso da quello con cui Balzac parla di Parigi. E notate anche come, nel sentirli parlare delle loro rispettive città elettive, il nostro cuore sia appesantito dal sospetto di essere al cospetto di qualcosa di irripetibile e di irrimediabilmente compromesso. Ruderi pieni di vita.
Occorre notare, infine, che gli scrittori capaci di realizzare felicità così paradisiache sono di solito gli stessi in grado di fornirci gli scenari più mostruosi e apocalittici(..).
Ma allora perché, se tutto questo è vero, la letteratura ha rotto il suo sodalizio millenario con la felicità? Cosa è successo? George Steiner, parlando del cattivo carattere di Thomas Bernhard commenta: «Il guaio dell’odio è che ha il fiato corto. Là dove l’odio produce un’ispirazione autenticamente classica - in Dante, in Swift, in Rimbaud -, lo fa con delle folate su breve distanza. Quando si protrae, diventa una sega monotona e mal affilata che ronza e stride senza fine. L’ossessiva, indiscriminata misantropia di Bernhard, le filippiche contro l’Austria ventiquattr’ore su ventiquattro minacciano di vanificare i loro stessi scopi».
Che non sia Steiner, al solito, a mettere il dito sulla piaga? Non si vive di solo odio. Lo sdegno perpetuo alla fine diventa un vezzo. Se la vita, nella migliore delle ipotesi, è un’alternanza tra euforia e disperazione, allora anche la letteratura deve esserlo. La letteratura deve dare conto delle intermittenze del cuore. Solo così riesce a essere grande.(...).
Insomma la ricetta è nella felicità. È grazie ad essa che - in un ipotetico campionato mondiale tra pesi massimi - Catullo e Orazio vinceranno sempre su Giovenale, Proust non smetterà mai di sbaragliare Céline e Tolstoj non avrà mai rivali. Proprio perché anche l’odio, la disperazione, l’indignazione ogni tanto hanno bisogno di un po’ di relax.
Alessandro Piperno
16 agosto 2010(ultima modifica: 19 agosto 2010)© RIPRODUZIONE RISERVATA

Completo qui: http://www.corriere.it/cultura/10_a...ta_277c6c24-a90a-11df-b3a8-00144f02aabe.shtml
 

Persa/Ritrovata

Utente di lunga data
Come dice l'autore dell'articolo riportato poco ridotto sopra (sintetizzo per i pigri) la felicità è un sentimento che si riconosce a posteriori, si è in caduta libera mentre la si vive fino al punto di perderne consapevolezza?
Io non credo.
Quali sono i momenti felici vissuti?
Davvero per gli uomini, come negli esempi scelti nell'articolo-saggio, la felicità è legata a un incontro sessuale?
E per le donne?
Per me è legata al riconoscersi negli occhi o nelle parole di un altro: amico, amore, figlio, genitore.
 

Lettrice

Utente di lunga data
Come dice l'autore dell'articolo riportato poco ridotto sopra (sintetizzo per i pigri) la felicità è un sentimento che si riconosce a posteriori, si è in caduta libera mentre la si vive fino al punto di perderne consapevolezza?
Io non credo.
Quali sono i momenti felici vissuti?
Davvero per gli uomini, come negli esempi scelti nell'articolo-saggio, la felicità è legata a un incontro sessuale?
E per le donne?
Per me è legata al riconoscersi negli occhi o nelle parole di un altro: amico, amore, figlio, genitore.
Grazie per aver sintetizzato:carneval:
Non credo ci si renda conto a posteriori, puo' accadere ma non e' la regola

Hummm per me no... ricordo di essermi sentita perfettamente felice anche solo pedalando in bicicletta, o difronte a una birra gelata:carneval:

Ovviamente non intendo sminuire la felicita' che mi regalano le persone:)
 

Nocciola

Super Moderatore
Staff Forum
Credo che a volte non ci si rende conto di quanto si è felici fino a quando si smette di esserlo. A me succede spesso di avere ricordi offuscati di momenti o giornate felici.
Un esempio? La nascita dei miei figli. Ho la sensazione di aver perso dei momenti, di non aver colto in quel momento l'estrema felicità come se i minuti passasserò più velocemene. Milioni di volte nei giorni successivi ho ricordato con mio marito ogni singolo momento del travaglio e del parto per fissarmi bene in mente le cose che mi erano sfuggite.
Vale per il giorno del mio matrimonio, tutto di corsa, attenta agli ospiti ai dettagli, al buffet che ho avuto la sensazione di non aver goduto a pieno di quei momenti. E anche qui riguradare le foto e i filmini aiuta.
 

Persa/Ritrovata

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Grazie per aver sintetizzato:carneval:
Non credo ci si renda conto a posteriori, puo' accadere ma non e' la regola

Hummm per me no... ricordo di essermi sentita perfettamente felice anche solo pedalando in bicicletta, o difronte a una birra gelata:carneval:

Ovviamente non intendo sminuire la felicita' che mi regalano le persone:)
Escludemdo la nascita dei figli e i momenti di intensa feliciità con loro, anche ora, perché sono imparagonabili, anch'io ho sensazioni di intensa felicità fisica in situazioni a contatto con la natura come certe nuotate lente con la testa sotto e occhi aperti pieni d'azzurro a Capriccioli, a Budelli o Chia (credo che tu capisca...).
E li assaporavo in pieno mentre li vivevo.

Forse l'autore si riferisce più ai momenti dell'attesa, un po' alla "Il sabato del villaggio" legati al rimpianto, perché sono attesa di momenti irripetibili, come il primo amore.
Io li ritengo ripetibili.
 

Lettrice

Utente di lunga data
Escludemdo la nascita dei figli e i momenti di intensa feliciità con loro, anche ora, perché sono imparagonabili, anch'io ho sensazioni di intensa felicità fisica in situazioni a contatto con la natura come certe nuotate lente con la testa sotto e occhi aperti pieni d'azzurro a Capriccioli, a Budelli o Chia (credo che tu capisca...).
E li assaporavo in pieno mentre li vivevo.

Forse l'autore si riferisce più ai momenti dell'attesa, un po' alla "Il sabato del villaggio" legati al rimpianto, perché sono attesa di momenti irripetibili, come il primo amore.
Io li ritengo ripetibili.
Questo che hai messo in neretto...

E tuttavia mi piace notare come le felicità così splendidamente pregustate da Lévin e Rastignac stiano per essere negate ad entrambi da un concatenarsi di circostanze sfavorevoli. Sia Lévin che Rastignac dovranno aspettare un sacco di tempo per tornare a godere quel tipo di felicità. E quando essa tornerà non avrà più un sapore immacolato e primigenio. D’ora in poi per i nostri eroi solo felicità di seconda mano.
Il dato beffardo della felicità è che essa non è mai in diretta ma, in un certo senso, sempre in differita
Non li ritengo irripetibili tantomeno mi sento di parlare di felicita' di seconda mano... sono stata felice al primo amore, ma era primo amore tutte le altre volte che mi sono innamorata.
E' vero che il trascorso conta in quello che vivremo dopo, ma bisognerebbe cercare di preservare una sorta di "verginita' mentale" che ti fa assaporare sia l'attesa del momento che il momento stesso senza pensare immediatamente... tanto finira' di merda come prima.
Se si riesce in questo non sara' in differita, lo si apprezzera' al momento e non nei momenti bui quando ormai e' passato erimarra il ricordo... che poi i ricordi son farlocchi:rolleyes:
 

Persa/Ritrovata

Utente di lunga data
Questo che hai messo in neretto...



Non li ritengo irripetibili tantomeno mi sento di parlare di felicita' di seconda mano... sono stata felice al primo amore, ma era primo amore tutte le altre volte che mi sono innamorata.
E' vero che il trascorso conta in quello che vivremo dopo, ma bisognerebbe cercare di preservare una sorta di "verginita' mentale" che ti fa assaporare sia l'attesa del momento che il momento stesso senza pensare immediatamente... tanto finira' di merda come prima.
Se si riesce in questo non sara' in differita, lo si apprezzera' al momento e non nei momenti bui quando ormai e' passato erimarra il ricordo... che poi i ricordi son farlocchi:rolleyes:
Concordo con te.
Ho postato l'articolo proprio perché non condivido.
 

Persa/Ritrovata

Utente di lunga data

Persa/Ritrovata

Utente di lunga data

Fabry

Utente di lunga data

Ettore Petrolini

Utente di lunga data
Come dice l'autore dell'articolo riportato poco ridotto sopra (sintetizzo per i pigri) la felicità è un sentimento che si riconosce a posteriori, si è in caduta libera mentre la si vive fino al punto di perderne consapevolezza?
Io non credo.
Quali sono i momenti felici vissuti?
Davvero per gli uomini, come negli esempi scelti nell'articolo-saggio, la felicità è legata a un incontro sessuale?
E per le donne?
Per me è legata al riconoscersi negli occhi o nelle parole di un altro: amico, amore, figlio, genitore.
La felicità nella mia testa è quando essa (la mia testa) soccombe alla bellezza dell'immediato. Dura solitamente poco: dalle 2 alle 48 ore, fino ad oggi. Dipende dalla bellezza e dalla fase in cui sei.
Alcuni esempi attuali:
- Un incontro sessuale ? Direi 24 ore (22 immediatamente prima che accada, 2 durante, 0 dopo).
- Una affermazione professionale ? 4-8 ore
- Riconoscersi negli occhi o parole di un altro ? Il tempo di disconoscersi.
 

Abigail

Utente di lunga data
Tanti piccoli momenti.
Legati anche alla natura- Ricordo un bagno fatto in una caletta in corsica , in barca. il cielo di un blu fantasmagorico, la costa verde bottiglia e il mare blu cobalto. Ricordo di aver pensato che così m'immaginavo il paradiso.
e poi tanti piccoli legati alle persone che amo o ho amato.
 

brugola

Utente di lunga data
Come dice l'autore dell'articolo riportato poco ridotto sopra (sintetizzo per i pigri) la felicità è un sentimento che si riconosce a posteriori, si è in caduta libera mentre la si vive fino al punto di perderne consapevolezza?
Io non credo.
Quali sono i momenti felici vissuti?
Davvero per gli uomini, come negli esempi scelti nell'articolo-saggio, la felicità è legata a un incontro sessuale?
E per le donne?
Per me è legata al riconoscersi negli occhi o nelle parole di un altro: amico, amore, figlio, genitore.
mi ritengo molto fortunata. sono consapole della felicità nel momento esatto nel quale la vivo, e riesco a goderne anche dopo e a lungo.
mi ricordo ogni momento di felicità e sono felice per piccole cose.
 

Chiara Matraini

Senora de la Vanguardia
Come dice l'autore dell'articolo riportato poco ridotto sopra (sintetizzo per i pigri) la felicità è un sentimento che si riconosce a posteriori, si è in caduta libera mentre la si vive fino al punto di perderne consapevolezza?
Io non credo.
Quali sono i momenti felici vissuti?
Davvero per gli uomini, come negli esempi scelti nell'articolo-saggio, la felicità è legata a un incontro sessuale?
E per le donne?
Per me è legata al riconoscersi negli occhi o nelle parole di un altro: amico, amore, figlio, genitore.
Per me Piperno ha perfettamente ragione.

Mentre si vive si vive. Si è consapevoli dopo, quando si riconosce e si colloca il momento vissuto all'interno della nostra storia personale, sia esso momento di noia, di angoscia o di felicità.

Incontri sessuali, intesa intellettuale, tramonto alle Maldive abbracciata a lui, provarsi un paio di scarpe in negozio e capire che sembrano confezionate per te...tutto questo è appagamento dei sensi.
 

Nobody

Utente di lunga data
La felicità nella mia testa è quando essa (la mia testa) soccombe alla bellezza dell'immediato. Dura solitamente poco: dalle 2 alle 48 ore, fino ad oggi. Dipende dalla bellezza e dalla fase in cui sei.
Alcuni esempi attuali:
- Un incontro sessuale ? Direi 24 ore (22 immediatamente prima che accada, 2 durante, 0 dopo).
- Una affermazione professionale ? 4-8 ore
- Riconoscersi negli occhi o parole di un altro ? Il tempo di disconoscersi.
depressione post coitum :carneval:
 

Chiara Matraini

Senora de la Vanguardia
La felicità nella mia testa è quando essa (la mia testa) soccombe alla bellezza dell'immediato. Dura solitamente poco: dalle 2 alle 48 ore, fino ad oggi. Dipende dalla bellezza e dalla fase in cui sei.
Alcuni esempi attuali:
- Un incontro sessuale ? Direi 24 ore (22 immediatamente prima che accada, 2 durante, 0 dopo).
- Una affermazione professionale ? 4-8 ore
- Riconoscersi negli occhi o parole di un altro ? Il tempo di disconoscersi.
Quoto
 
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