tullio
Utente di lunga data
Le mie sono considerazioni parziali e soprattutto limitate, però visto che siamo qui... mi sembra che in questo caso il desiderio (o il bisogno) di libertà parli attraverso vari codici e se non si chiariscono si rischia di fare confusione; un rischio grosso soprattutto perché l'ansia di libertà può favorire la tendenza a mescolare tutto insieme. Vero che alla fine tutti gli aspetti dell'esistenza sono collegati (e per parte mia sono un convinto assertore della dialettica e perciò che ogni elemento della vita sia connesso con gli altri) conviene però chiarirli distinguendoli perché altrimenti abbiamo una miscela indistinta di emozioni e null'altro.
Abbiamo un disagio che deriva dal lavoro attuale. Oro.blu (ob) si sente carica di responsabilità senza avere nessun potere effettivo e senza essere valorizzata adeguatamente. E non può chiedere questo riconocimento (almeno: non può chiederlo in tempi brevi-medi) perché la situazione è quella che è. Sul lavoro c'è inoltre una pressione di famigliari che non lasciano spazio ad autonomia alcuna. Non è nemmeno possibile, per ob, scegliersi i tempi di una vacanza. Abbiamo poi un disagio che deriva dal fatto che questo lavoro attuale non è stato, in qualche modo, scelto, ma nei termini attuali è "capitato". ob non si sente crescere con questo lavoro. Infine il lavoro in sè, l'azienda, sta attraversando un periodo difficile.
Abbiamo un disagio che deriva dalla situazione famigliare di ob: non si sente supportata dal marito e tutto questo le pesa. Sente la vita famigliare come un obbligo soffocante. Un cumulo di responsabilità che la schiacciano. La famiglia è diventata un peso.
Abbiamo, ancora, un ambiente sociale che vive come "piatto", senza amiche e senza amici, ingrigito dalle abitidini e dalle consuetudini. Tanto che persino un tatuaggio diventa motivo di trasgressione (peraltro male accolta: ma non ti aspettavi, ob, proprio che fosse accolto con sorpresa?).
Le scelte fatte, anziche esser motivo di vita, appaiono ora come un sacrificio. Non qualcos che arricchisce (in termini di esperienza, affetto, emozione, benessere economico...) ma qualcosa che blocca come una gabbia.
Sarebbe interessante conoscere quali sono i tempi esistenziali di ob, in che modo divide la sua giornata e quanto tempo e quale può dedicare a se stessa.
Ecco, se le cose stanno così il bisogno di libertà si configura come una fuga dalle responsabilità. Una fuga dal mondo, intendendo epr mondo quello della concretezza. La pressione esistenziale è tale che ob sogna di folleggiare, cioè di essere un'altra (la ragazza pazzarella, la metà irrazionale...), e magari di essere in un altro posto/mondo/dimensione. Posto, mondo e dimensione che, però, hanno i connotati del sogno, non sono determinati, sono solo una desiderio di fuga. Nulla di male a voler staccare e a sognare; nulla di male nemmeno a prendersi pause. La fuga dal mondo è però sempre (_sempre_) catastrofica. Le responsabilità hanno nomi e cognomi (i figli, la famiglia...) e a lasciarsi andare troppo si rischia di far macelli e provocare abissi di dolore. Proprio l'indeterminatezza di questi contenuti "pazzerelli" mi lasciano perplesso. Più che lasciarsi andare (o forse: oltre a lasciarsi andare un poco) quel che farei è cercare di capire bene la situazione nei termini reali e cercare soluzioni reali sul lavoro, in famiglia, con gli amici. Vedere le responsabilità solo come un peso sono indice di una situazione sbagliata cui non si può rimediare evadendo da qualche parte.
Abbiamo un disagio che deriva dal lavoro attuale. Oro.blu (ob) si sente carica di responsabilità senza avere nessun potere effettivo e senza essere valorizzata adeguatamente. E non può chiedere questo riconocimento (almeno: non può chiederlo in tempi brevi-medi) perché la situazione è quella che è. Sul lavoro c'è inoltre una pressione di famigliari che non lasciano spazio ad autonomia alcuna. Non è nemmeno possibile, per ob, scegliersi i tempi di una vacanza. Abbiamo poi un disagio che deriva dal fatto che questo lavoro attuale non è stato, in qualche modo, scelto, ma nei termini attuali è "capitato". ob non si sente crescere con questo lavoro. Infine il lavoro in sè, l'azienda, sta attraversando un periodo difficile.
Abbiamo un disagio che deriva dalla situazione famigliare di ob: non si sente supportata dal marito e tutto questo le pesa. Sente la vita famigliare come un obbligo soffocante. Un cumulo di responsabilità che la schiacciano. La famiglia è diventata un peso.
Abbiamo, ancora, un ambiente sociale che vive come "piatto", senza amiche e senza amici, ingrigito dalle abitidini e dalle consuetudini. Tanto che persino un tatuaggio diventa motivo di trasgressione (peraltro male accolta: ma non ti aspettavi, ob, proprio che fosse accolto con sorpresa?).
Le scelte fatte, anziche esser motivo di vita, appaiono ora come un sacrificio. Non qualcos che arricchisce (in termini di esperienza, affetto, emozione, benessere economico...) ma qualcosa che blocca come una gabbia.
Sarebbe interessante conoscere quali sono i tempi esistenziali di ob, in che modo divide la sua giornata e quanto tempo e quale può dedicare a se stessa.
Ecco, se le cose stanno così il bisogno di libertà si configura come una fuga dalle responsabilità. Una fuga dal mondo, intendendo epr mondo quello della concretezza. La pressione esistenziale è tale che ob sogna di folleggiare, cioè di essere un'altra (la ragazza pazzarella, la metà irrazionale...), e magari di essere in un altro posto/mondo/dimensione. Posto, mondo e dimensione che, però, hanno i connotati del sogno, non sono determinati, sono solo una desiderio di fuga. Nulla di male a voler staccare e a sognare; nulla di male nemmeno a prendersi pause. La fuga dal mondo è però sempre (_sempre_) catastrofica. Le responsabilità hanno nomi e cognomi (i figli, la famiglia...) e a lasciarsi andare troppo si rischia di far macelli e provocare abissi di dolore. Proprio l'indeterminatezza di questi contenuti "pazzerelli" mi lasciano perplesso. Più che lasciarsi andare (o forse: oltre a lasciarsi andare un poco) quel che farei è cercare di capire bene la situazione nei termini reali e cercare soluzioni reali sul lavoro, in famiglia, con gli amici. Vedere le responsabilità solo come un peso sono indice di una situazione sbagliata cui non si può rimediare evadendo da qualche parte.