Di una relazione di coppia

Nicky

Utente di lunga data
La paura del conflitto, di ferire l'altro, che induce a non parlare, o di essee feriti, che porta a nkn ascoltare e a chiudersi nelle proprie convinzioni.
La sensazione che la comunicazione sia inutile e allarghi il conflitto invece di contribuire a superarlo.
La differenza di stili di comunicazione, che, non essendo solo verbale, a volte richiede una sensibilità e attitudine simile.
Sul piano pratico, comunicare in modo confuso, emotivo, senza esprimere chiaramente le proprie richieste, rivangando il passato o usando asserzioni assolute, indiscutibili. E la mancanza di domande, che spegne la comunicazione, fa capite che l'altro non ha interesse ad andare avanti, a confrontarsi.
 

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
Ufficiale o meno che sia, quali ritenete siano gli elementi che più contribuiscono a creare un muro comunicativo?

Ci si ricordi il monito di @perplesso, si rimanga in tema ricordandosi di aprire una propria discussione nel caso si desideri parlare di scarpe e mutande.
Ne ho 3 per te, tutte lenzuolate. Iniziamo dal primo. I sottintesi.

In famiglia, nel lavoro, nelle coppie, nelle amicizie, ovunque. Il muro nasce lì: nelle cose che ti scocciano poco, ti destabilizzano poco, ti danno fastidio poco. Talmente poco che non le dici. Poi passano i mesi e quel “poco” diventa arredamento, odore di chiuso, rancore sotto il battiscopa.

La gente pensa che i muri comunicativi nascano dai grandi conflitti. No. Quelli almeno fanno rumore. I muri veri li costruisci quando non pianti i chiodi mentre dovresti. Quando lasci correre perché hai da fare, perché hai un obiettivo, perché ti senti forte, perché “tanto ce la faccio”, perché sei convinto che la motivazione basti a compensare gomme da pioggia montate nel deserto.

Poi ti svegli anni dopo e scopri che non hai un problema. Hai una struttura.

Spazi, tempi, soldi, figli, sesso, gestione dell’ansia altrui. Soprattutto quella. Noi uomini abbiamo questa tara del grande paladino: spalle larghe, mascella serrata, “ci penso io”, “tranquilla”, “i tuoi fantasmi li scaccio io”. E intanto ci accolliamo insicurezze che non sono nostre, paure che non abbiamo generato, aspettative che non abbiamo mai promesso. Dopo un po’ non sei più un compagno. Sei un reparto manutenzione emotiva. Che per quella materiale mica sarebbe un problema, li basta farsi il culo, che ci vuole?

Un sacco di donne, poi, sono state rovinate da un femminismo sbagliato: invece di liberarle, le ha messe in gara per diventare maschi di seconda mano. Sempre in lotta, sempre in debito, sempre a dimostrare qualcosa, con mezzo fiato in meno e la femminilità trattata come un difetto da correggere. E tu magari stai lì, a fare il moderno, il comprensivo, quello che non vuole sembrare il cavernicolo. Altro sottinteso. Altra muffa.

Il punto serio è uno: i paletti vanno detti quando costano.

Prima di fare mia figlia io dissi a mia moglie una cosa durissima, una di quelle che ti fanno passare per stronzo anche se stai solo mettendo il tavolo in piano: io non sono disposto a costruire la mia vita intorno all’accudimento di un figlio gravemente compromesso. Se dagli esami fosse emersa una situazione incompatibile con la famiglia che avevamo in mente, per me la gravidanza si interrompeva. Fine.

La mia famiglia è fatta di medici. La mia ex moglie è medico. Sapevamo benissimo cosa significasse amniocentesi, rischio compreso. Non era una frase da bar, era un paletto. O quella era la linea comune, oppure lei poteva andare a costruire una famiglia con un altro più adatto a quella vita.

Queste cose si dicono prima. Non dopo, quando ormai c’è il passeggino in corridoio e il martirio sul comodino.

Il muro comunicativo nasce quando non dici all’altro dove ti perde.

Io sono stato lasciato da diverse fidanzate proprio per questo: quando arrivava il momento del discorso serio, invece di fare il vago negoziavo punto su punto. Casa, figli, soldi, libertà, sesso, priorità, margini. Risultato: alcune si sono autoeliminate. Benissimo. Ho avuto quasi solo donne eccezionali, perché le altre non hanno superato il cancello.

Ogni volta che è finita male, sono andato a stare meglio.

Però costa. Vuol dire passare per stronzo più del necessario. Vuol dire scoprire che quelli che ti apprezzano davvero sono pochi, perché la maggior parte della gente non vuole vivere la vita: vuole raccontarsela. Vuole lo storytelling, la cornice, la frase bella, la coppia che sembra reggere, il compromesso chiamato maturità.

Per questo finisco a scrivere certe cose qui in anonimo. Perché fuori conosco un botto di gente, ma con pochi posso essere così. Con la bionda ho impostato un rapporto duro, pulito, meravigliosamente corretto proprio perché ci tengo. E infatti le ho fatto conoscere solo una frazione delle persone che conosco: quelle davanti a cui posso essere me stesso, senza indorare la pillola e senza dover menare solo perché il ruolo lo pretende.

Il muro comunicativo numero 1 è il sottinteso che hai lasciato invecchiare.
 

Pincopallino

Utente di lunga data
Spesso si cambia e non nella stessa direzione.
Allora si finge di essere ancora quelli che si era o che l' altro/a vuole vedere.
Invece è così liberatorio poter essere se stessi senza filtri.
O magari non si cambia con le stesse tempistiche? E cosa cambia esattamente per cui si preferisce nascondere?
 

Pincopallino

Utente di lunga data
Per me l'elemento cruciale è la distanza emotiva. È come un muro invisibile perché permette alle parole di continuare a fluire, dando l'illusione che si stia comunicando, mentre in realtà si sta solo parlando a vuoto, o la comunicazione è diventata prettamente di servizio.
Quando manca il coinvolgimento emotivo, l'ascolto si riduce a una pura attesa del proprio turno per replicare. Si smette di cercare di capire cosa sente l'altro o le risposte sono di circostanza. Senza la disponibilità a essere vulnerabili e a sintonizzarsi sull'altro, la comunicazione diventa pura gestione burocratica del rapporto, e il muro diventa invalicabile proprio perché non lo si vede, ma lo si percepisce in ogni silenzio o sguardo evitato. La vera domanda quindi forse è: dove nasce la distanza emotiva? E secondo me è un mix variabile tra rassegnazione, autodifesa e cose così
quindi appare come un difetto comunicativo?
 

Pincopallino

Utente di lunga data
L' incapacità di gestire la crescita di entrambi e di affrontare insieme gli accidenti che la vita ti presenta nel tempo.
Quelle sono le criticità da contrastare, secondo me, nella costruzione della coppia.

Credo che puntare solo sull'intesa sessuale e la leggerezza funzioni per un tempo piuttosto limitato se non c' è una comunicazione ed un confronto continuo all' interno della coppia che consenta di spostare il punto di equilibrio tra i partners senza che uno dei due si senta incompreso e mortificato dall' altro.
Quando si innesca il processo di disgregazione si generano ed accumulano i non detti, il rancore (non esplicitato), la insoddisfazione fino a tentare la ricerca di soluzioni "esterne".
Il processo si conclude quando ci si scopre estranei sotto lo stesso tetto.
Di tutte le risposte ricevute e che ho già letto, me ne manca ancora qualcuna sei il primo a parlare di sesso.
Tuttavia anche tu poi riconduci la nascita del muro allo smettere di comunicare.
 

Pincopallino

Utente di lunga data
Il muro comunicativo nasce dalla stanchezza di provare a farsi capire da una persona che non ha interesse ad ascoltare.
Provare a farsi capire, mi piace questa nuova dimensione emersa.
Non confonderemo il provare a farsi capire con l’imposizione di un nuovo sentire?
 

Pincopallino

Utente di lunga data
Ne ho 3 per te, tutte lenzuolate. Iniziamo dal primo. I sottintesi.

In famiglia, nel lavoro, nelle coppie, nelle amicizie, ovunque. Il muro nasce lì: nelle cose che ti scocciano poco, ti destabilizzano poco, ti danno fastidio poco. Talmente poco che non le dici. Poi passano i mesi e quel “poco” diventa arredamento, odore di chiuso, rancore sotto il battiscopa.

La gente pensa che i muri comunicativi nascano dai grandi conflitti. No. Quelli almeno fanno rumore. I muri veri li costruisci quando non pianti i chiodi mentre dovresti. Quando lasci correre perché hai da fare, perché hai un obiettivo, perché ti senti forte, perché “tanto ce la faccio”, perché sei convinto che la motivazione basti a compensare gomme da pioggia montate nel deserto.

Poi ti svegli anni dopo e scopri che non hai un problema. Hai una struttura.

Spazi, tempi, soldi, figli, sesso, gestione dell’ansia altrui. Soprattutto quella. Noi uomini abbiamo questa tara del grande paladino: spalle larghe, mascella serrata, “ci penso io”, “tranquilla”, “i tuoi fantasmi li scaccio io”. E intanto ci accolliamo insicurezze che non sono nostre, paure che non abbiamo generato, aspettative che non abbiamo mai promesso. Dopo un po’ non sei più un compagno. Sei un reparto manutenzione emotiva. Che per quella materiale mica sarebbe un problema, li basta farsi il culo, che ci vuole?

Un sacco di donne, poi, sono state rovinate da un femminismo sbagliato: invece di liberarle, le ha messe in gara per diventare maschi di seconda mano. Sempre in lotta, sempre in debito, sempre a dimostrare qualcosa, con mezzo fiato in meno e la femminilità trattata come un difetto da correggere. E tu magari stai lì, a fare il moderno, il comprensivo, quello che non vuole sembrare il cavernicolo. Altro sottinteso. Altra muffa.

Il punto serio è uno: i paletti vanno detti quando costano.

Prima di fare mia figlia io dissi a mia moglie una cosa durissima, una di quelle che ti fanno passare per stronzo anche se stai solo mettendo il tavolo in piano: io non sono disposto a costruire la mia vita intorno all’accudimento di un figlio gravemente compromesso. Se dagli esami fosse emersa una situazione incompatibile con la famiglia che avevamo in mente, per me la gravidanza si interrompeva. Fine.

La mia famiglia è fatta di medici. La mia ex moglie è medico. Sapevamo benissimo cosa significasse amniocentesi, rischio compreso. Non era una frase da bar, era un paletto. O quella era la linea comune, oppure lei poteva andare a costruire una famiglia con un altro più adatto a quella vita.

Queste cose si dicono prima. Non dopo, quando ormai c’è il passeggino in corridoio e il martirio sul comodino.

Il muro comunicativo nasce quando non dici all’altro dove ti perde.

Io sono stato lasciato da diverse fidanzate proprio per questo: quando arrivava il momento del discorso serio, invece di fare il vago negoziavo punto su punto. Casa, figli, soldi, libertà, sesso, priorità, margini. Risultato: alcune si sono autoeliminate. Benissimo. Ho avuto quasi solo donne eccezionali, perché le altre non hanno superato il cancello.

Ogni volta che è finita male, sono andato a stare meglio.

Però costa. Vuol dire passare per stronzo più del necessario. Vuol dire scoprire che quelli che ti apprezzano davvero sono pochi, perché la maggior parte della gente non vuole vivere la vita: vuole raccontarsela. Vuole lo storytelling, la cornice, la frase bella, la coppia che sembra reggere, il compromesso chiamato maturità.

Per questo finisco a scrivere certe cose qui in anonimo. Perché fuori conosco un botto di gente, ma con pochi posso essere così. Con la bionda ho impostato un rapporto duro, pulito, meravigliosamente corretto proprio perché ci tengo. E infatti le ho fatto conoscere solo una frazione delle persone che conosco: quelle davanti a cui posso essere me stesso, senza indorare la pillola e senza dover menare solo perché il ruolo lo pretende.

Il muro comunicativo numero 1 è il sottinteso che hai lasciato invecchiare.
Qui devo leggere con calma devo prendermi un quarto d’ora di pausa.
 

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
@Pincopallino, il secondo punto che ti incula è quella sensazione di investire 100 per ottenere 1.

Nei rapporti lunghi succede spesso così: all’inizio dai senza contare. Dai perché vuoi sembrare migliore, più largo, più generoso, più giusto. Sei ancora nella fase scenografica, quella in cui se l’altro ti dà 100 tu rispondi 1000, poi un milione, poi dieci milioni. Tutto slancio, tutto fuoco, tutto “io sono diverso dagli altri”.

Peccato che non sia amore, e manco innamoramento. È doping.

Una relazione dovrebbe avere una contabilità viva: do, guardo cosa torna, aggiusto, sposto, riduco, rilancio. Non il bilancino del morto dentro, ma neppure il martirio col sorriso. Invece veniamo educati esattamente al contrario: amare significa dare senza misura, sopportare, restare, non chiedere troppo, non sembrare egoisti, non fare i conti. Una pedagogia sentimentale da catechismo e film di Natale, dove chi resiste vale di più solo perché si sta consumando.

Così all’inizio butti dentro tutto: tempo, energie, soldi, pazienza, perdoni, presenza, adattamenti, pezzi di te. Poi passano gli anni e cominci a vedere solo quello che non torna. Il buco. Il ritorno mancato. La montagna che non si sposta. La fatica che non produce più desiderio, né gratitudine, né allegria, né pelle.

E lì nasce il rancore.

Ti senti truffato, anche se nessuno ti ha truffato davvero. Hai costruito una partita senza regole e poi ti incazzi perché il banco non paga. Hai dato troppo quando non volevi contare, e inizi a contare quando ormai hai dato troppo.

È da lì che spesso entra il tradimento. L’amante, tante volte, non è il grande amore. È il primo dividendo dopo anni di capitale bruciato.

Poi certo, può diventare casino, disastro, vigliaccheria, gestione miserabile. Quello dipende dalla qualità umana, e la madre degli stronzi è sempre incinta. Ma la spinta nasce lì: dalla sensazione di stare in una coppia dove continui a versare e non prelevi mai.

Alla fine ti ritrovi come il giocatore di poker che continua a perdere e rilancia perché deve rifarsi. Resti non perché stai bene, ma perché hai investito. Hai messo anni, figli, casa, faccia, abitudini, ruolo. Alzarti vorrebbe dire ammettere la perdita.

E molti preferiscono campare male piuttosto che contabilizzare il fallimento.

Così resti al tavolo, con le tasche vuote e la dignità ancora puntata sul piatto. Oppure guardi fuori.

E quando guardi fuori, spesso non stai cercando un altro amore, ma una vita che torni a rendere.
 

CIRCE74

Moderator
Staff Forum
Provare a farsi capire, mi piace questa nuova dimensione emersa.
Non confonderemo il provare a farsi capire con l’imposizione di un nuovo sentire?
No, sai che c'è? È che tutti noi abbiamo dei limiti, ci sono argomenti dove dialogando si possono trovare dei compromessi ma anche delle divergenze che vuoi anche per incompatibilità di carattere sono difficili da affrontare e lì nasce il muro.
Altra cosa che può rendere difficile un dialogo è il mettere se stessi troppo al centro, questa cosa l'ho fatta io sbagliando troppe volte, adesso cerco di capire che si può essere semplicemente diversi, da questo nuovo modo di rapportarmi ho trovato giovamento, riesco ad approcciarmi in modo più costruttivo.
 

ParmaLetale

Utente cornasubente per diritto divino
quindi appare come un difetto comunicativo?
Secondo me per lo più sono modalità di funzionamento e di reazione, un po' innate e un po' apprese crescendo, in famiglia, a scuola, nelle prime esperienze ecc ecc. Non sono necessariamente un difetto, a meno che non compromettano la vita di relazione in età adulta, cosa purtroppo molto probabile. In pratica The Wall dei Pink Floyd, che ora mi vado a riascoltare
 

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
@Pincopallino questa e mi taccio.
Il terzo punto, quello che resta sempre a pascolare in mezzo alla stanza mentre tutti fingono di non vederlo, è il sesso.

Le persone sessualmente non evolvono. Affinano. Sbloccano qualcosa, si educano meglio, imparano a nominare quello che vogliono, magari smettono di vergognarsi di due fantasie messe in croce. Ma il materiale di base resta quello.

Non prendi un ciocco di legno e lo trasformi nella Moana Pozzi della tua vita perché prima ha avuto uomini brutti, cattivi e incapaci. Questa è un’altra favola educativa con cui siamo cresciuti: il Pigmalione erotico, quello che prende la vergine, la redime, la libera, la apre al mondo e alla fine si ritrova una dea del sesso devota e riconoscente.

Cazzata.

Bisogna imparare a lavorare coi materiali giusti. Chi nasce tondo non muore quadrato. Se sei brava a fare le torte, non rompere il cazzo: fai le torte. Se ti ecciti solo quando ti tengono in tre e la stanza sembra un comitato tecnico, non andare a cercarti il ragioniere bravo bambino con la polo stirata e il mutuo prudente. Perché poi il piano B te lo costruisci comunque, e magari gli dai pure la colpa perché “non ti ha capita”.

Se vuoi costruire una coppia vera, il punto di partenza è una brutalità semplice: devi essere sincero all’inizio. In fase di selezione. Su quello che ti piace, su quello che vuoi, su quello che ti aspetti, su quello che proprio non puoi vivere senza trasformarti in un mobile triste.

Sembra banale, ma qui dentro c’è gente che sulla forza del sesso nelle decisioni umane viaggia ancora con la candela e la mappa dell’oratorio. Pensano che il sesso sia un accessorio, una stanza laterale, una cosa che poi si aggiusta. No. Il sesso sposta scelte, cambia le gerarchie, apre porte, chiude matrimoni, regge amanti, crea dipendenze, fa saltare piani scritti benissimo. E non parlo solo di @Brunetta sia chiaro.

Una buona intesa sessuale non si costruisce dal nulla. Si costruisce su basi vive. Su persone che hanno già fatto un percorso di liberazione, possibilmente scaricando le loro macerie addosso a qualcun altro prima di arrivare da te. Perché va bene essere generosi, ma fare da discarica formativa al trauma erotico altrui anche no.

La donna ideale, da questo punto di vista, non è quella “pura”, non è quella “rotta”, non è quella che ha visto solo disgraziati o solo bravi ragazzi da missionaria con ricevuta fiscale. È quella che ha attraversato abbastanza esperienze da sapere cosa sceglie. Variegate, non seriali. Qualcuno che l’ha scottata e l’ha pagata per tutti, come succede a quasi tutti almeno una volta. Qualcuno che le ha mostrato altre possibilità. Qualcuno con cui ha capito cosa non vuole. Qualcuno con cui ha capito cosa le manca.

Se una è sempre stata solo con i “malesseri”, come li chiamano adesso i ragazzini, non è sfortuna statistica. È gusto, struttura, fame orientata male. Le piace quella roba lì, anche quando la fa soffrire. Se invece è sempre stata solo con pezzi di pane, maschi educati, prevedibili, rassicuranti, sessualmente amministrativi, difficilmente reggerà lo shock di un uomo libero sul serio.

Vale anche per gli uomini, ovviamente. Uno che ha sempre scelto madonnine da comodino non diventa improvvisamente capace di reggere una donna con il sangue acceso. La desidera, magari. La sogna. Poi, quando arriva, gli prende la tachicardia morale.

Il sesso è selezione. È materiale. È compatibilità profonda, molto più di tante chiacchiere sulla comunicazione, sui valori, sulla progettualità e su tutta quella cancelleria sentimentale che la gente usa per non guardare il corpo.

Serve una persona che sappia sceglierti anche come amante. Non solo come compagno, padre, madre, presenza, progetto, sicurezza, campo base.

Perché se a letto non ti sceglie davvero, prima o poi fuori qualcuno quel posto lo occupa. E a quel punto non è il destino cinico e baro.

È solo la contabilità del corpo che presenta il conto.
 

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
Il muro comunicativo nasce dalla stanchezza di provare a farsi capire da una persona che non ha interesse ad ascoltare.
Non ha più interesse a ad ascoltare?
Non ha interesse a farsi ascoltare?
Fammecapì che dietro sta cosa ci sono i mondi.
 

CIRCE74

Moderator
Staff Forum
Non ha più interesse a ad ascoltare?
Non ha interesse a farsi ascoltare?
Fammecapì che dietro sta cosa ci sono i mondi.
Non su tutto, ci sono determinati argomenti che non riusciamo ad affrontare in maniera costruttiva, penso che esistono in tutte le coppie.
Non so se ti è mai capitato, te provi ad affrontare un argomento e ti vengono sempre rifilate le solite risposte che non risolvono, non affrontano, a quel punto le prime volte ci riprovi, con le buone, poi con le cattive, quando vedi che la cosa non si sblocca lasci da parte perché ad una certa non hai più voglia...sono gli argomenti che incrinano, le zavorre che pesano e che non fanno andare avanti tranquillamente la coppia, quelle che quando capita il momento "no" riaffiorano sempre.
 

Skorpio

Utente di lunga data
Ufficiale o meno che sia, quali ritenete siano gli elementi che più contribuiscono a creare un muro comunicativo?

Ci si ricordi il monito di @perplesso, si rimanga in tema ricordandosi di aprire una propria discussione nel caso si desideri parlare di scarpe e mutande.
Per me è percepire nell'altro una rigidità strutturale, una incapacità a scardinarsi da un proprio credo, a metterlo in discussione, su uno o più specifici argomenti

Un po' quello che dice Circe

Su quegli specifici argomenti nasce il muro comunicativo, che può estendersi da uno o più argomenti fino a formare un clima generale di non comunicazione
 

Pincopallino

Utente di lunga data
@Pincopallino, il secondo punto che ti incula è quella sensazione di investire 100 per ottenere 1.

Nei rapporti lunghi succede spesso così: all’inizio dai senza contare. Dai perché vuoi sembrare migliore, più largo, più generoso, più giusto. Sei ancora nella fase scenografica, quella in cui se l’altro ti dà 100 tu rispondi 1000, poi un milione, poi dieci milioni. Tutto slancio, tutto fuoco, tutto “io sono diverso dagli altri”.

Peccato che non sia amore, e manco innamoramento. È doping.

Una relazione dovrebbe avere una contabilità viva: do, guardo cosa torna, aggiusto, sposto, riduco, rilancio. Non il bilancino del morto dentro, ma neppure il martirio col sorriso. Invece veniamo educati esattamente al contrario: amare significa dare senza misura, sopportare, restare, non chiedere troppo, non sembrare egoisti, non fare i conti. Una pedagogia sentimentale da catechismo e film di Natale, dove chi resiste vale di più solo perché si sta consumando.

Così all’inizio butti dentro tutto: tempo, energie, soldi, pazienza, perdoni, presenza, adattamenti, pezzi di te. Poi passano gli anni e cominci a vedere solo quello che non torna. Il buco. Il ritorno mancato. La montagna che non si sposta. La fatica che non produce più desiderio, né gratitudine, né allegria, né pelle.

E lì nasce il rancore.

Ti senti truffato, anche se nessuno ti ha truffato davvero. Hai costruito una partita senza regole e poi ti incazzi perché il banco non paga. Hai dato troppo quando non volevi contare, e inizi a contare quando ormai hai dato troppo.

È da lì che spesso entra il tradimento. L’amante, tante volte, non è il grande amore. È il primo dividendo dopo anni di capitale bruciato.

Poi certo, può diventare casino, disastro, vigliaccheria, gestione miserabile. Quello dipende dalla qualità umana, e la madre degli stronzi è sempre incinta. Ma la spinta nasce lì: dalla sensazione di stare in una coppia dove continui a versare e non prelevi mai.

Alla fine ti ritrovi come il giocatore di poker che continua a perdere e rilancia perché deve rifarsi. Resti non perché stai bene, ma perché hai investito. Hai messo anni, figli, casa, faccia, abitudini, ruolo. Alzarti vorrebbe dire ammettere la perdita.

E molti preferiscono campare male piuttosto che contabilizzare il fallimento.

Così resti al tavolo, con le tasche vuote e la dignità ancora puntata sul piatto. Oppure guardi fuori.

E quando guardi fuori, spesso non stai cercando un altro amore, ma una vita che torni a rendere.
Alzarti vorrebbe dire ammettere la perdita o il fallimento, rimanere al tavolo per contro ti fa rimanere nella perdita e nel fallimento che non vuoi ammettere sperando che con la vecchiaia il senso di inadeguatezza si sbiadisca assieme ai ricordi.
 
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