Cosa prova per la moglie il mio amante?

Skorpio

Utente di lunga data
Però per me non è che sono modalità di essere se stessi, fuori da certi limiti. Sono modalità, e registri... Toh... Il fatto che non vado al lavoro con le ciabatte della piscina. Quello che diceva anche ipazia dell'andare al lavoro in pigiama. Quelle sono per me "le modalità". Ma non credo che i colleghi mi immaginino mentre vado in piscina con le scarpe da lavoro, o a letto con un tailleur. Ne' in generale ho problemi a parlare delle ciabatte della piscina, o del pigiama. Certo, il contesto "fa" il fatto che se ne possa parlare in una determinata maniera. Cioè non mi metto a dire al mio capo come vado a letto. Ma se ho trovato un negozio che vende capi intimi (e in cui ho comprato il pigiama) e in ipotesi salta fuori l'argomento, no problem a parlarne. Se poi si va in una sfera più intima in cui l'ambiente per primo sconsiglia di entrare sicuramente "taglio". Però non vivo tutto come "intimo", e soprattutto se scappa anche la "battutassa" non è che mi diventa un problema esistenziale. Questo dicevo. Capisco che "tenere" certi comparti stagni sia un meccanismo "automatico". Verrei letteralmente matta (e dubito fortemente che riuscirei a stare bene) laddove questa cosa fosse applicata con ermetismo in ogni momento della mia vita. Poi se per alcuni sia per così dire funzionale ad esprimere (concretizzare) emozioni che altrimenti resterebbero nei cassetti della mente, lo posso comprendere. Resta che lo capisco quando si tratta di parentesi. Non di frasi fatte di parentesi. Non so se è chiaro.
È chiaro ma non centri la questione.

Posso riprovarci..

Prendi una stessa notizia, ad esempio.

Che tuo marito ti tratta male (esempio)

Con tuo marito "giochi" una certa TE, reattiva e resistente

Con tuo figlio probabilmente esce una TE che manco parla della notizia, ma magari sei nervosa, o protettiva

Al lavoro ne parli ed esce una te depressa

Con la amica esce una TE rabbiosa e vendicativa

Con l'amante esce una TE porca e leggera, che dice : non voglio parlare di casa, tira fuori l'uccello e scopami senza pietà

Ora ogni singolo individuo che ha avuto a che fare con TE ha visto UN PEZZO di te

Ma tutti sanno che più o meno in casa con tuo marito va male

È facile per me.. è elementare, appunto
 
Ultima modifica:

Marjanna

Utente di lunga data
È chiaro ma non centri la questione.

Posso riprovarci..

Prendi una stessa notizia, ad esempio.

Che tuo marito ti tratta male (esempio)

Con tuo marito "giochi" una certa TE, reattiva e resistente

Con tuo figlio probabilmente esce una TE che manco parla della notizia, ma magari sei nervosa, o protettiva

Al lavoro ne parli ed esce una te depressa

Con la amica esce una TE rabbiosa e vendicativa

Con l'amante esce una TE porca e leggera, che dice : non voglio parlare di casa, tira fuori l'uccello e scopami senza pietà

Ora ogni singolo individuo che ha avuto a che fare con TE ha visto UN PEZZO di te

Ma tutti sanno che più o meno in casa con tuo marito va male

È facile per me.. è elementare, appunto
E nei tuoi compagni di quinta elementare cosa vedevi? Fammi un esempio di assolutamente conformati al contesto.
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
... Non è che sul lavoro proprio non mi scappi nulla del mio privato. Non dico coi clienti, ma coi colleghi. Poi di certo non vado a parlarne in udienza. Non è che proprio riesco a vedere molte "tenute". Forse sono più emotive, ma quella sono proprio io :D
Non è che non scappa nulla, anche perchè non c'è nulla da tenere perchè non scappi. :)

Semplicemente sul lavoro, per rimanere nell'esempio, il privato che porto è conformato alle relazioni del lavoro.

E' una questione di distanza dal centro.
E il centro sono io. :)



Per me sono semplicemente cerchie.

Più si è vicini al centro più si è vicini a me, e quindi alla conoscenza di me.
Più si è distanti dal centro del cerchio, più si è distanti da me.

Non è l'autenticità ad essere in discussione. Se sei distante, con te intratterrò una relazione caratterizzata da quella distanza, che si concretizza in esposizione e fiducia di un certo tipo. Sono sempre io. Ma tu sei più distante.

Mano a mano diminuisce la distanza, e non diminuisce per il grado di confidenza semplicemente, più esposizione e fiducia aprono a me. Sono sempre io. E tu sei un po' più vicino a chi sono.

Non è che sono più o meno autentica.
Sono semplicemente più o meno esposta.

Ma io resto io. Nella relazione con me stessa.
Semplicemente mi declino a seconda della distanza che ritengo di tenere da chi mi circonda, e questo comporta il dare parti di me decidendo a chi darle. E lo decido a seconda della valutazione che mi faccio dell'altro.

D'altro canto non trattengo nelle mie cerchie.
Il mio ex compagno era inizialmente piuttosto vicino al centro di me.
Negli anni la direzione che lui ha preso è stata di allontanarsi dal centro, si è messo a stazionare pigramente ad una distanza e quel pigramente ha fatto si che la distanza aumentasse.
Fino a che, non in modo indolore, non è uscito del tutto.

Quello che più mi ha delusa, è che non se ne è neppure accorto.
Ed è il motivo per cui, passata la botta della delusione, è entrato a far parte del passato.

G., e questa è una grande differenza, se anche soltanto vario millimetricamente la distanza lo sente.
Si sente spostato. E arriva a chiedere.
 

Skorpio

Utente di lunga data
E nei tuoi compagni di quinta elementare cosa vedevi? Fammi un esempio di assolutamente conformati al contesto.
Vedevo il loro conformarsi a un copione, nella circostanza specifica il fatto che ero appena rimasto orfano di padre

Vedevo la loro "accudenza" .. la loro "dolcezza" .. il loro modo di porsi a me, debitamente addestrati nei giorni precedenti da parte della maestra

Vedevo

e vomitavo
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Vedevo il loro conformarsi a un copione, nella circostanza specifica il fatto che ero appena rimasto orfano di padre

Vedevo la loro "accudenza" .. la loro "dolcezza" .. il loro modo di porsi a me, debitamente addestrati nei giorni precedenti da parte della maestra

Vedevo

e vomitavo
specchi distorti dalle buone intenzioni...
 

Marjanna

Utente di lunga data
Vedevo il loro conformarsi a un copione, nella circostanza specifica il fatto che ero appena rimasto orfano di padre

Vedevo la loro "accudenza" .. la loro "dolcezza" .. il loro modo di porsi a me, debitamente addestrati nei giorni precedenti da parte della maestra

Vedevo

e vomitavo

Li sentivi finti. Non sentivi un spontaneo interesse e vicinanza per il tuo dolore. Lo facevano solo perchè gli era stato detto dalla maestra.
Probabilmente non conoscendo un simile dolore ed avendo poca esperienza di "recita formale" si sono trovati spiazzati. Non stavano facendo qualcosa di spontaneo (o più crudelmente non gliene fregava niente), e tu hai sentito mancanza di autenticità nella loro dolcezza. Un voler interpretare un personaggio che non gli apparteneva, più adulto.
Vominavi perchè ti arrivava il lato più crudo della sceneggiata.

Nella mia classe alla elementari ricordo un bambino che non andava bene, sua madre era sempre presente nella vita di classe, era quella che portava dolcetti, matite e gomme per tutti (faceva parte della sua attività), e davanti a noi maestra e madre lo riprendevano di continuo. Mi ricordo che un giorno durante un compito di classe lui chiese di uscire per andare in bagno. Gli fu negato. Fece la pipì da seduto, sotto al tavolo. La chiazza della pipì si sparse nel pavimento, uscendo da sotto il tavolo. Non ti dico le parole che si prese quel bambino, persino dalla bidella che lo portò fuori strattonandolo per un braccio.
Gli altri bambini tutti schifati. Quella pipì a me arrivò come una forma di ribellione ad altri che gli dicevano "non vali niente".
La madre portava regalini a tutti i bambini sperando fosse per questo integrato nel gruppo, e non si rendeva conto che era lei stessa a farne una "macchietta" quando diceva cose sue private davanti a tutti noi bambini. La faccia della maestra quando parlava con questa donna poi era un altro messaggio chiaro e preciso.

Tu dici che siamo noi stessi quando ci conformiamo. Anche quei bambini in classe tua lo erano nella loro recitazione forzata. Ma da adulti si può decidere. Se non sento di doverti dire niente, se ritengo che le mie parole non possano cambiare di una virgola il tuo dolore, posso anche stare zitto.
L'impressione che mi arriva, ma non solo da questo tuo post ma da altri che hai scritto, è che per te di base "un abbraccio" non esista. Dunque non cerchi qualcosa che non esiste.
 

Skorpio

Utente di lunga data
Li sentivi finti. Non sentivi un spontaneo interesse e vicinanza per il tuo dolore. Lo facevano solo perchè gli era stato detto dalla maestra.
Probabilmente non conoscendo un simile dolore ed avendo poca esperienza di "recita formale" si sono trovati spiazzati. Non stavano facendo qualcosa di spontaneo (o più crudelmente non gliene fregava niente), e tu hai sentito mancanza di autenticità nella loro dolcezza. Un voler interpretare un personaggio che non gli apparteneva, più adulto.
Vominavi perchè ti arrivava il lato più crudo della sceneggiata.

Nella mia classe alla elementari ricordo un bambino che non andava bene, sua madre era sempre presente nella vita di classe, era quella che portava dolcetti, matite e gomme per tutti (faceva parte della sua attività), e davanti a noi maestra e madre lo riprendevano di continuo. Mi ricordo che un giorno durante un compito di classe lui chiese di uscire per andare in bagno. Gli fu negato. Fece la pipì da seduto, sotto al tavolo. La chiazza della pipì si sparse nel pavimento, uscendo da sotto il tavolo. Non ti dico le parole che si prese quel bambino, persino dalla bidella che lo portò fuori strattonandolo per un braccio.
Gli altri bambini tutti schifati. Quella pipì a me arrivò come una forma di ribellione ad altri che gli dicevano "non vali niente".
La madre portava regalini a tutti i bambini sperando fosse per questo integrato nel gruppo, e non si rendeva conto che era lei stessa a farne una "macchietta" quando diceva cose sue private davanti a tutti noi bambini. La faccia della maestra quando parlava con questa donna poi era un altro messaggio chiaro e preciso.

Tu dici che siamo noi stessi quando ci conformiamo. Anche quei bambini in classe tua lo erano nella loro recitazione forzata. Ma da adulti si può decidere. Se non sento di doverti dire niente, se ritengo che le mie parole non possano cambiare di una virgola il tuo dolore, posso anche stare zitto.
L'impressione che mi arriva, ma non solo da questo tuo post ma da altri che hai scritto, è che per te di base "un abbraccio" non esista. Dunque non cerchi qualcosa che non esiste.
non esattamente.. (neretto)

non erano "finti" .. erano assolutamente "autentici" nel contesto, nel copione, o nel teatro o ognuno lo chiami come vuole

la finzione non esiste nemmeno quando fingi, secondo me

semmai puoi fingere di merda o fingere benissimo, e qui sta la tua diversa autenticità

loro sono stati bravissimi, ed erano bambini, hanno fatto il loro meglio e lo hanno fatto benissimo

io vomitavo (metaforicamente) perché mi "ricordavano" quello che ero, ed avevano ragione loro, purtroppo

La "sceneggiata" come la chiami e la intendi tu, è ovunque (per me)
 

Foglia

utente viva e vegeta
È chiaro ma non centri la questione.

Posso riprovarci..

Prendi una stessa notizia, ad esempio.

Che tuo marito ti tratta male (esempio)

Con tuo marito "giochi" una certa TE, reattiva e resistente

Con tuo figlio probabilmente esce una TE che manco parla della notizia, ma magari sei nervosa, o protettiva

Al lavoro ne parli ed esce una te depressa

Con la amica esce una TE rabbiosa e vendicativa

Con l'amante esce una TE porca e leggera, che dice : non voglio parlare di casa, tira fuori l'uccello e scopami senza pietà

Ora ogni singolo individuo che ha avuto a che fare con TE ha visto UN PEZZO di te

Ma tutti sanno che più o meno in casa con tuo marito va male

È facile per me.. è elementare, appunto
La parzialità. Questo lo capisco. Ma... Non so come dire. Per stare al tuo esempio, se al lavoro esce un'altra parte di me PER ME (parlo ovviamente in generale) non è un dramma. Questo dicevo.
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
bella inculata :rotfl:
vero.

poi si impara a legger gli specchi distorti, serve solo imparare ad attraversare lo specchio.

E' uno dei motivi per cui preferisco di gran lunga gli stronzi per davvero.
Peccato ce ne siano pochi.

E più invecchio, più sono pigra.

Se è lavoro, attraverso lo specchio.
Se mi diverte per un qualche motivo, attraverso lo specchio.
Se mi serve uso la distorsione, per me.

Se no mi rompo il cazzo e mollo lì.
Resta un soffio bambinesco, che ogni tanto prende lo specchio e lo fa a pezzi.
Per pura soddisfazione personale.
 
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Skorpio

Utente di lunga data
La parzialità. Questo lo capisco. Ma... Non so come dire. Per stare al tuo esempio, se al lavoro esce un'altra parte di me PER ME (parlo ovviamente in generale) non è un dramma. Questo dicevo.
No che non è un dramma

Il dramma per me è per chi pensa di SAPERE TUTTO di te

Così.. riprendendo l'esempio,

- tuo marito dirà che lui cerca di aiutarti ma tu non capisci un cazzo e lui perde le staffe

- i tuoi colleghi diranno che sei una donna ancora innamorata ma delusa, che non trova più rispondenza tra le mura domestiche

- la tua amica dirà che devi lasciare il marito (che ti maltratta) e l'amante (che ti sfrutta) e che devi finalmente trovare un uomo che ti ami davvero x quella che sei ( :rotfl: )

- l'amante (se è di quelli col cervello di gallina) dirà che sei una donna che in casa scopa poco o nulla, e che questi mariti non capiscono che ogni tanto un colpetto per tenere la bimba buona gli andrebbe dato

Etc..
Etc..

E il dramma x questa gente qui è scoprire magari un giorno (con addolorato stupore) che, dalla loro prospettiva han solo visto una parte di TE ..
 

Marjanna

Utente di lunga data
non esattamente.. (neretto)

non erano "finti" .. erano assolutamente "autentici" nel contesto, nel copione, o nel teatro o ognuno lo chiami come vuole

la finzione non esiste nemmeno quando fingi, secondo me

semmai puoi fingere di merda o fingere benissimo, e qui sta la tua diversa autenticità

loro sono stati bravissimi, ed erano bambini, hanno fatto il loro meglio e lo hanno fatto benissimo

io vomitavo (metaforicamente) perché mi "ricordavano" quello che ero, ed avevano ragione loro, purtroppo

La "sceneggiata" come la chiami e la intendi tu, è ovunque (per me)
Capisco quello che dici.
Ma da adulti si ha anche la facoltà di decidere come agire, e anche non agire, sapendo anche il prezzo di quel non agire e decidendo di pagarlo.
 

Foglia

utente viva e vegeta
Non è che non scappa nulla, anche perchè non c'è nulla da tenere perchè non scappi. :)

Semplicemente sul lavoro, per rimanere nell'esempio, il privato che porto è conformato alle relazioni del lavoro.

E' una questione di distanza dal centro.
E il centro sono io. :)



Per me sono semplicemente cerchie.

Più si è vicini al centro più si è vicini a me, e quindi alla conoscenza di me.
Più si è distanti dal centro del cerchio, più si è distanti da me.

Non è l'autenticità ad essere in discussione. Se sei distante, con te intratterrò una relazione caratterizzata da quella distanza, che si concretizza in esposizione e fiducia di un certo tipo. Sono sempre io. Ma tu sei più distante.

Mano a mano diminuisce la distanza, e non diminuisce per il grado di confidenza semplicemente, più esposizione e fiducia aprono a me. Sono sempre io. E tu sei un po' più vicino a chi sono.

Non è che sono più o meno autentica.
Sono semplicemente più o meno esposta.

Ma io resto io. Nella relazione con me stessa.
Semplicemente mi declino a seconda della distanza che ritengo di tenere da chi mi circonda, e questo comporta il dare parti di me decidendo a chi darle. E lo decido a seconda della valutazione che mi faccio dell'altro.

D'altro canto non trattengo nelle mie cerchie.
Il mio ex compagno era inizialmente piuttosto vicino al centro di me.
Negli anni la direzione che lui ha preso è stata di allontanarsi dal centro, si è messo a stazionare pigramente ad una distanza e quel pigramente ha fatto si che la distanza aumentasse.
Fino a che, non in modo indolore, non è uscito del tutto.

Quello che più mi ha delusa, è che non se ne è neppure accorto.
Ed è il motivo per cui, passata la botta della delusione, è entrato a far parte del passato.

G., e questa è una grande differenza, se anche soltanto vario millimetricamente la distanza lo sente.
Si sente spostato. E arriva a chiedere.
Anche questo lo capisco. Ma raramente pongo la distanza impacchettando me stessa. Non impacchetto, ma al più lascio lontano. Non ti lascio vedere da vicino, magari ti lascio anche una visuale molto parziale, oltre che distante. Ma... Non so come dire. Ho posti di me che tengo a porta chiusa. Una stanza, in una casa, che apro solo io. Ed eventualmente decido chi ci può entrare e per quanto tempo. A prescindere che non tutti entrano a casa mia, e alcuni si fermano comunque in salotto. Non ho una casa fatta di stanze tutte ciclicamente chiuse. Non ce la farei manco a ricordare che qui sto con Tizio, qui con Caio, mentre Sempronio può vederne magari due.
Probabilmente non mi spiego, non mi vengono immagini migliori.
 

Skorpio

Utente di lunga data
Capisco quello che dici.
Ma da adulti si ha anche la facoltà di decidere come agire, e anche non agire, sapendo anche il prezzo di quel non agire e decidendo di pagarlo.
Ma sicuramente, ma non è in contrasto

Il tuo "agire" è NEL contesto

Se sei mia moglie e mi tiri una padellata in testa, agisci DA MOGLIE

Tu fossi mia amante mi faresti una coccola e mi diresti "poverino piccino lui, tanto bravo lui"

Tu fossi mia amica mi daresti un consiglio

O tutto a rovescio

Si decide sempre

Ma cambiando "lo scenario" le parti di se messe in gioco cambiano
 

Foglia

utente viva e vegeta
No che non è un dramma

Il dramma per me è per chi pensa di SAPERE TUTTO di te

Così.. riprendendo l'esempio,

- tuo marito dirà che lui cerca di aiutarti ma tu non capisci un cazzo e lui perde le staffe

- i tuoi colleghi diranno che sei una donna ancora innamorata ma delusa, che non trova più rispondenza tra le mura domestiche

- la tua amica dirà che devi lasciare il marito (che ti maltratta) e l'amante (che ti sfrutta) e che devi finalmente trovare un uomo che ti ami davvero x quella che sei ( :rotfl: )

- l'amante (se è di quelli col cervello di gallina) dirà che sei una donna che in casa scopa poco o nulla, e che questi mariti non capiscono che ogni tanto un colpetto per tenere la bimba buona gli andrebbe dato

Etc..
Etc..

E il dramma x questa gente qui è scoprire magari un giorno (con addolorato stupore) che, dalla loro prospettiva han solo visto una parte di TE ..
In generale credo che di ciascuno tenda a vedere la parte che interessa vedere. Quindi una visione parziale, del parziale. A tacere tutte le distorsioni. A me piace dare una panoramica abbastanza vasta. Ho più problemi con le distanze. Più c'è distanza, più sono possibili distorsioni.
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Anche questo lo capisco. Ma raramente pongo la distanza impacchettando me stessa. Non impacchetto, ma al più lascio lontano. Non ti lascio vedere da vicino, magari ti lascio anche una visuale molto parziale, oltre che distante. Ma... Non so come dire. Ho posti di me che tengo a porta chiusa. Una stanza, in una casa, che apro solo io. Ed eventualmente decido chi ci può entrare e per quanto tempo. A prescindere che non tutti entrano a casa mia, e alcuni si fermano comunque in salotto. Non ho una casa fatta di stanze tutte ciclicamente chiuse. Non ce la farei manco a ricordare che qui sto con Tizio, qui con Caio, mentre Sempronio può vederne magari due.
Probabilmente non mi spiego, non mi vengono immagini migliori.

Anni fa, all'inizio della terapia, avevo fatto un sogno. Ricordo raramente i miei sogni. E ricordo quelli che portano messaggi, o che per me sono messaggi.

Beh, ricordo questa stanza, bellissima, ricca.
Al centro un grande tavolo e intorno al tavolo persone.
Io spiavo dalla porta. La percezione di me era che ero una bambina che spiava dallo spiraglio.

Ecco.
In quella stanza, attorno a quel tavolo ci sono io. Nelle mie declinazioni di me.
Che parlano fra loro.
Adesso anche la bambina è seduta al tavolo. Con la stessa dignità delle altre.
Tante e una.

Io sono lì. Sono seduta comodamente.
Quel che faccio è accettare o meno le offerte.

E non è faticoso, non dimentico, perchè da lì osservo i percorsi di chi si avvicina e li valuto.
Alcuni semplicemente non sono in grado di arrivare.
Altri arrivano e non accetto quel che offrono.
Altri accetto qualcosa e qualcos'altro no.

Da questo discende quel che loro sono in grado di vedere di me.

Sul lavoro, per dire, se anche esponessi parti che non espongono, dubito le vedrebbero.
Semplicemente per il loro sguardo non c'è accesso.

E non dipende da me. Non è fatica mia.
E' competenza loro.

Tradotto...io offro autenticamente quel che sei in grado di accogliere.

Non sono io a ricordare.
E' accettare/non accettare l'offerta della visione dell'altro di me.

Quindi Tizio vede una me. Caio ne vede un'altra.
Io so semplicemente quello che vedono.

Il mio ex mi ha delusa non perchè non avesse capacità di visione di me.
Ma perchè io mi aspettavo da parte sua una visione più ampia.
Ho dovuto accettare (e qui il dolore) che avevo sbagliato.
E che la sua offerta della visione di me...non mi bastava.

Quando ho provato a chiedergli di ampliare la visione di me, è crollato.
Una richiesta impossibile.

Ma non era lui.
Ero io.

Oltre quello che vedeva, non riusciva ad andare.

In questi termini non c'è bisogno di ricordare, è autentico il presentarsi.
Il centro, l'interezza, non è per tutti.

Ribadisco, non come atto di forza da parte mia (qui starebbe l'impacchettamento per me) ma perchè la visione che mi offrono non ha spazio per contenermi. E' stabilire priorità di relazione e adeguarmi. O non adeguarmi.

E' il motivo per cui mi è facile capire chi dice "nella mia coppia non c'è spazio, metto equilibrio cercando altri spazi per me" e mi è facile capire che non è finzione di sè. Ma compartimentazione di sè. Per proteggere. Ed è anche accettazione, di sè e dell'altro.

Compartimentazione non è chiudere, ma ricevere l'offerta che è possibile ricevere dall'altro.

Accettazione in buona sostanza.

Credo sia a grandi linee il senso dell'essere teatro per @Arcistufo.
Lui è il teatro.
Io sono la sala del trono di me :D

Credo che tu veda controllo, dove invece c'è libero fluire, che prescinde dalle attribuzioni di aspettativa che l'altro può avere quando offre la sua visione (per esempio si aspetta che la sua visione sia intera, io so che non lo è...e lo accetto. Senza far nulla che disconfermi. Io penso che non spetti a me, ma all'impegno che mette l'altro nella relazione con me. So anche che questo mi rende stronza. O meglio, non caritatevole. Ma non mi interessa essere caritatevole. Io mi sbatto riguardo la mia visione. Se tu non ti sbatti, non lo faccio al posto tuo)
 
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Foglia

utente viva e vegeta
Anni fa, all'inizio della terapia, avevo fatto un sogno. Ricordo raramente i miei sogni. E ricordo quelli che portano messaggi, o che per me sono messaggi.

Beh, ricordo questa stanza, bellissima, ricca.
Al centro un grande tavolo e intorno al tavolo persone.
Io spiavo dalla porta. La percezione di me era che ero una bambina che spiava dallo spiraglio.

Ecco.
In quella stanza, attorno a quel tavolo ci sono io. Nelle mie declinazioni di me.
Che parlano fra loro.
Adesso anche la bambina è seduta al tavolo. Con la stessa dignità delle altre.
Tante e una.

Io sono lì. Sono seduta comodamente.
Quel che faccio è accettare o meno le offerte.

E non è faticoso, non dimentico, perchè da lì osservo i percorsi di chi si avvicina e li valuto.
Alcuni semplicemente non sono in grado di arrivare.
Altri arrivano e non accetto quel che offrono.
Altri accetto qualcosa e qualcos'altro no.

Da questo discende quel che loro sono in grado di vedere di me.

Sul lavoro, per dire, se anche esponessi parti che non espongono, dubito le vedrebbero.
Semplicemente per il loro sguardo non c'è accesso.

E non dipende da me. Non è fatica mia.
E' competenza loro.

Tradotto...io offro autenticamente quel che sei in grado di accogliere.

Non sono io a ricordare.
E' accettare/non accettare l'offerta della visione dell'altro di me.

Quindi Tizio vede una me. Caio ne vede un'altra.
Io so semplicemente quello che vedono.

Il mio ex mi ha delusa non perchè non avesse capacità di visione di me.
Ma perchè io mi aspettavo da parte sua una visione più ampia.
Ho dovuto accettare (e qui il dolore) che avevo sbagliato.
E che la sua offerta della visione di me...non mi bastava.

Quando ho provato a chiedergli di ampliare la visione di me, è crollato.
Una richiesta impossibile.

Ma non era lui.
Ero io.

Oltre quello che vedeva, non riusciva ad andare.

In questi termini non c'è bisogno di ricordare, è autentico il presentarsi.
Il centro, l'interezza, non è per tutti.

Ribadisco, non come atto di forza da parte mia (qui starebbe l'impacchettamento per me) ma perchè la visione che mi offrono non ha spazio per contenermi. E' stabilire priorità di relazione e adeguarmi. O non adeguarmi.

E' il motivo per cui mi è facile capire chi dice "nella mia coppia non c'è spazio, metto equilibrio cercando altri spazi per me" e mi è facile capire che non è finzione di sè. Ma compartimentazione di sè. Per proteggere. Ed è anche accettazione, di sè e dell'altro.

Compartimentazione non è chiudere, ma ricevere l'offerta che è possibile ricevere dall'altro.

Accettazione in buona sostanza.
Chi ti vede, vede quello che vuole e che PUÒ vedere.

Quando in quel "potere" si riversa qualcosa che sento come un "DOVERE IO (impedirti di vedere), e quando questa cosa si fa preponderante nel quotidiano, per me sarebbe inevitabile una sorta di scissione. Che nulla ha a che fare con parzialità e distanza.
 

Marjanna

Utente di lunga data
Ma sicuramente, ma non è in contrasto

Il tuo "agire" è NEL contesto

Se sei mia moglie e mi tiri una padellata in testa, agisci DA MOGLIE

Tu fossi mia amante mi faresti una coccola e mi diresti "poverino piccino lui, tanto bravo lui"

Tu fossi mia amica mi daresti un consiglio

O tutto a rovescio

Si decide sempre

Ma cambiando "lo scenario" le parti di se messe in gioco cambiano
Ok il mio agire è nel contesto ma fino ad un certo punto. Devo sempre stare dentro ME anche se ci sono eventi possono portare fuori o ai margini da quel ME.

Tornando alla questione del topic, preso atto che [MENTION=9553]Ginevrat[/MENTION] ha sentito un stop interno (chiamalo senso di colpa, focaccia farcita o altro) al sapere che il suo amante vive una relazione felice, anche se le è stato detto di non farsi problemi, che niente riguarda lei come persona, quello stesso stop parla di lei, del suo ME.
Lei per continuare questa relazione dovrebbe spostare il suo ME in un margine fuori da se. Non escludo che le domande che si pone verso di lui siano più per porre se stessa in questa situazione.
 
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