E meno male che senza nucleare si rischia il buio come sostengono i falliti pronuke......
alla faccia, va' che sovrapproduzione...
:mrgreen::mrgreen::mrgreen:
E i francesi ringraziano
Energia: la partita ora diventa elettrica
La sovracapacità delle centrali a gas
Il mercato sta attraversando una fortissima fase di assestamento
Certo, «
ci mancherebbe solo una centrale a carbone a Porto Tolle, poi al Nord chiudiamo bottega». Il grido di dolore di uno dei maggiori produttori elettrici nazionali arriva forte e chiaro. E la questione della riconversione dell'impianto veneto bloccata dal Consiglio di Stato è, tutto sommato, solo la punta dell'iceberg, perché il mercato elettrico sta attraversando una fortissima fase di assestamento. Un periodo che potrebbe sfociare nel ridimensionamento o nell'uscita dal mercato di chi ha puntato tutto, o quasi, sulle centrali che andavano per la maggiore, i cicli combinati a gas. Non si può più scartare, infatti, lo scenario che contempla un «consolidamento» di cui solo pochi grandi gruppi potrebbero approfittare: l
'incumbentEnel, ma soprattutto gli stranieri come Edf, che tiene Edison nel mirino, e magari l'altro colosso transalpino, Gdf-Suez, che non nasconde le sue mire sul mercato italiano.
L'INDICATORE - Il segnale che la situazione generale non prometta niente di buono viene da un indicatore molto preciso: lo scorso aprile il prezzo di vendita del megawattora elettrico non è riuscito a coprire neppure il costo del combustibile. Il gas, appunto. Lo
spark spread - questo l'oscuro nome dell'indice che per gli «elettrici» è pane quotidiano - era già andato sotto zero a maggio e giugno del 2010, e in un anno e mezzo non è mai risalito sopra 10 euro. Poco, in ogni caso, per ripagare i costi fissi degli impianti a ciclo combinato. Anche quelli di ultimissima generazione di Iride-Iren, A2A, Enipower, Tirreno Power, Sorgenia, E.On e Alpiq-Avelar, tanto per citare in ordine cronologico solo le centrali entrate in funzione da gennaio 2009. «Abbiamo navigato per un lungo periodo intorno a 6 euro, ma ce ne vorrebbero almeno 15»,
confessa ancora l'anonimo produttore. La sovracapacità produttiva e l'improvviso crollo della domanda elettrica dal 2008 in poi sono le cause principali del declino, e il peso dei contratti di lungo termine di approvvigionamento del gas ha fatto la sua parte. Ma mentre la seconda non era prevedibile, tra i motivi che hanno condotto alla prima si possono includere veri e propri errori imprenditoriali. Risultato: l'impetuosa cavalcata che ha portato l'industria energetica italiana dai blackout del 2003 ai 25 miliardi investiti a fine 2010 (tra impianti nuovi e riconversioni) è ora ingloriosamente finita in una palude. Dove ristagnano circa 20 mila megawatt di extracapacity, pari al 34-35% della capacità installata realmente efficiente. Più o meno il doppio di quanto sarebbe consigliabile tenere come «capacità di riserva» per evitare al Paese imprevedibili guai. Progettati per funzionare 5-6 mila ore l'anno, gli impianti a gas ora viaggiano sotto le 2.800 ore. In alcune zone del Sud si trascinano tra le 2.000-2.500.
IL FRONTE DEL CARBONE - Ma non è finita qui, perché il faraonico piano di incentivi alle rinnovabili approvato dal governo (120 miliardi in dieci anni) avrà, in futuro, l'effetto di togliere dal mercato altre quote di energia elettrica, visto che l'elettricità da fonte rinnovabile gode di priorità di vendita. E lo stesso accadrebbe se l'Enel, dopo l'abortito piano nucleare, dovesse accelerare sul fronte del carbone, dove gode di un vantaggio competitivo dovuto non solo alle sue competenze, ma anche alla disponibilità dei siti. Senza un'inversione di rotta della domanda, per i produttori a gas sarebbe un incubo. Ed è da considerazioni di questo genere che nasce la prospettiva del consolidamento, e del clamoroso fallimento di un decennio di liberalizzazioni. Se per Edison si arriverà al
breakup, se malgrado le tante smentite Rodolfo De Benedetti vendesse Sorgenia per la pressione delle banche, e se E.On decidesse effettivamente di uscire dall'Italia, le carte si rimescolerebbero non poco. A favore, si presume, di grandi gruppi dalle spalle larghe disposti a sopportare qualche anno di magra pur di acquisire posizioni forti nella penisola. Come Gdf-Suez e Edf, ad esempio. Vie di uscita alternative? C'è chi rispolvera l'ipotesi di concedere alle aziende sbilanciate sul gas l'opportunità di unirsi all'Enel nelle centrali a carbone. Ma da questo orecchio Fulvio Conti non ci sentirebbe proprio. Altri (come Assoelettrica) ricordano che per far funzionare un sistema elettrico con le rinnovabili occorre avere la disponibilità di mezzo megawatt tradizionale ogni megawatt «verde». L'assicurazione che il sistema stia in piedi anche di notte e quando il vento non soffia, insomma, potrebbe essere fornita dalle centrali a gas che oggi non marciano. Una ciambella di salvataggio forse un po' troppo in là nel tempo. E che, come spesso accade, scaricherebbe i fallimenti del mercato sulle bollette dei consumatori.
Stefano Agnoli
30 maggio 2011(ultima modifica: 02 giugno 2011)