C'è speranza se questo accade...

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Persa/Ritrovata

Utente di lunga data
C'è speranza se questo accade...

Un libro bellissimo che raccontava un'esperienza di scuola attiva, quando i migranti parlavano dialetti italiani, s'intitolava "C'è speranza se questo accade a Vho" di Mario Lodi.
Ecco ora accade a Torino, proprio la Torino che metteva i cartelli "non si affitta ai meridionali".
C'è speranza



http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/41651/
cronaca
08/08/2009 - IL LABORATORIO DELL'INTEGRAZIONE
Tutti vogliono l'asilo dei neri

L'asilo Bay di San Salvario ha una maggioranza di alunni stranieri. Ora le domande anche dai quartieri più eleganti

Torino, decine di italiani
in lista d'attesa per iscrivere
i figli nel quartiere multietnico

EMANUELA MINUCCI

TORINO
Negli Anni Novanta era «l’asilo dei neri», quello dove nessun genitore italiano avrebbe voluto iscrivere il proprio bambino: scuola materna Bay di Torino, quartiere San Salvario, la zona più multietnica della città, che quindici anni fa convinse i residenti a scendere in strada armati di spranghe, per difendersi da «quei bastardi di immigrati».

Bene, oggi quelle stesse classi ad alto tasso di occhi a mandorla e pelle nera (il 60 per cento dei bambini è straniero) sono diventate uno status symbol per gli italiani. Il piccolo asilo che negli Anni Novanta chiese l’aiuto del Comune per finanziare progetti speciali in grado di attutire i conflitti che precedono l’integrazione, da qualche giorno non sa come fronteggiare le richieste in arrivo dai genitori italiani che oltretutto vivono in altri quartieri: «Abbiamo 62 posti e una lista d’attesa di altri 75 con domande che arrivano da tutte le zone della città», spiega la direttrice didattica Marica Marcellino.

La dirigente aggiunge con un sorriso: «Evidentemente ormai sono in tanti ad aver capito che la multietnicità, se trattata come un valore aggiunto, dà i suoi frutti». Uno di questi risultati è l’amicizia che lega Melody ad Andrea, stesso sorriso sotto la fotografia che all’asilo Bay personalizza il loro mini-guardaroba. La scuola materna sta a due passi dalla stazione di Porta Nuova, ieri crocevia dello spaccio, oggi quartiere cool di locali che fanno tendenza.

Melody ha cinque anni e arriva dalla Costa D’Avorio, Andrea, suo coetaneo, arriva da un appartamento del centro. Sono già così amici che appena sono stati capaci di scrivere il loro nome si sono mandati una cartolina dal mare. E anche i loro genitori hanno cominciato a frequentarsi. Il legame fra i due piccoli compagni d’asilo è simbolo di una realtà che nel giro di dieci anni si presenta capovolta. Alla fine degli Anni Novanta i torinesi fuggivano da San Salvario e gli affitti crollavano. Oggi i genitori residenti in eleganti quartieri come la Crocetta (con gli asili ancora ben poco misti) si mettono pazientemente in lista d’attesa per iscrivere i propri bambini alla scuola materna Bay, dove l’integrazione diventa crescita collettiva.

E così, ieri, l’assessorato all’Istruzione del Comune di Torino si è ritrovato fra le mani una statistica rivoluzionaria. «Questi dati dimostrano - racconta l’assessore Giuseppe Borgogno - che in questa scuola sono riusciti a trasformare l’alto tasso di stranieri in opportunità. E i genitori se ne sono accorti. Così, grazie a un potente passaparola, a quell’asilo ormai vogliono iscriversi un po’ tutti». Aggiunge: «Un gran bel risultato nei confronti di chi (i deputati di An, ndr), soltanto l’anno scorso predicava la necessità del numero chiuso per gli stranieri».

E un gran bel risultato soprattutto se si pensa che soltanto l’anno scorso, per un quartiere come Porta Palazzo (dove il tasso di non italiani in qualche scuola è arrivato al 100 per cento) sempre il Comune di Torino aveva lanciato l’allarme: i genitori lasciavano quel quartiere perché volevano iscrivere i loro figli in scuole dove gli italiani non fossero la nuova minoranza.

Ora, a San Salvario la tendenza è, appunto, opposta. E l’impennata di richieste d’iscrizione riempie di orgoglio la direttrice didattica, Marica Marcellino: «Credo che la nostra scuola - chiarisce camminando nel cortile multicolore dell’asilo - si sia meritata un simile riconoscimento perché qui siamo stati in grado di realizzare progetti davvero unici, pensi per esempio al “Tappeto volante”, messo in campo con l’aiuto del Museo d’Arte Contemporanea di Rivoli, che utilizza l’arte come mezzo di comunicazione universale capace di unire le diversità esaltando il valore aggiunto di queste differenze». Sempre all’asilo Bay si sono sperimentati tanti altri progetti, come la «Festa del Bianco, il colore in cui si annullano tutte le altre tinte», percorso festoso che parte dalla trasformazione dello spazio (si colorano le pareti, i bambini si cuciono addosso carta candida) e si conclude con il cibo bianco: riso dolce, biscotti coperti di zucchero a velo, meringhe, pane arabo.

«Ecco, questa è la nostra scuola - conclude la direttrice - abbiamo trasformato le differenze in valore aggiunto, crediamo che una classe che parla più lingue comporti un arricchimento, non un ostacolo. E la gente nel giro di dieci anni ha capito il messaggio».

Torino non è nuova a far parlare di sé, al capitolo scuola multietnica. L’anno scorso in una scuola di Porta Palazzo debuttò un registro di classe che era meglio del poster-cult di Benetton. Un allievo con gli occhi a mandorla, l’altro che più biondo non si può: United Colors of School, insomma. Lì, a due passi dalla Mole Antonelliana, si era battuto il record dell’integrazione fra i banchi: quindici a zero, mondo al centro. Ora gli stranieri giocano la loro prima partita in casa.
 

Persa/Ritrovata

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8/8/2009 - INTERVISTA A BENEDETTO VERTECCHI
Il pedagogo*: "Dal confronto
si impara più in fretta"
Se gli insegnanti sono bravi le difficoltà possono diventare risorse
RAFFAELLO MASCI
ROMA
Benedetto Vertecchi insegna pedagogia nella terza università di Roma ed è riconosciuto come un luminare delle scienze dell’educazione.

Che ne pensa, professore, di questa corsa a iscrivere i bambini in una scuola fortemente multiculturale?
«I genitori in genere tendono a cercare per i propri figli la scuola migliore per la loro crescita e per il loro domani. Io sono convinto che quelle famiglie di Torino che si sono rivolte alla scuola di San Salvario si siano attenute a questo criterio: lo hanno fatto, cioè, perché la considerano una buona scuola, punto e basta. Cioè una scuola che funziona, con docenti preparati, con strutture adeguate. Il fatto che sia multiculturale è, ai fini della scelta, un elemento secondario».

Ma comunque, da un punto di vista pedagogico, è un fattore positivo o un problema in più?
«È un vantaggio, non c’è dubbio, un grandissimo vantaggio. Vivere e studiare a contatto con bambini con culture e esperienze differenti genera una quantità di interazioni molto positive. Bisogna considerare che i bambini stranieri hanno in genere delle competenze linguistiche molto maggiori di quelli italiani, non fosse altro perché conoscono due lingue, e questo genera un sistema di stimoli estremamente favorevole all’apprendimento».

Li può aiutare a imparare più facilmente le lingue?
«Non necessariamente. Non comporta interazioni strumentali, cioè direttamente collegabili a un obiettivo. Li aiuta in generale a crescere e a imparare».

Qualcuno obietta che una classe molto composita non può che essere un freno per la didattica: tutto, insomma, sarebbe rallentato.
«È vero esattamente il contrario. Certo, ci vogliono insegnanti preparati e una scuola attrezzata. Ma mi pare di capire che quella di cui stiamo parlando abbia entrambi questi requisiti».

Sarebbe opportuno mettere comunque un tetto alla presenza di bambini stranieri: un tanto e non più?
«La percentuale di italiani sarà sempre maggioritaria, io credo, e anche se non lo fosse la questione - da un punto di vista educativo - sarebbe irrilevante».

Altra obiezione: l’identità nazionale.
«Ma andiamo! Se c’è una minaccia all’identità italiana, questa viene da certe mode piccolo borghesi, da tutte le esterofilie acritiche che si sono diffuse in questi anni, dal linguaggio alla cucina, alle mode orientaleggianti. Forse questo può screditare ciò che c’è di valido nella tradizione nazionale, ma lo scambio di esperienza tra bambini a scuola può essere solo un arricchimento».

Ultima questione: la religione in una scuola multireligiosa. Come la mettiamo?
«Quando parliamo di religione diciamo due cose. La prima: un fenomeno culturale, strettamente connesso con una civiltà. È indubbio, per esempio, che la religione cattolica sia parte integrante della cultura italiana. Seconda: un apparato dottrinario a cui aderiscono i credenti. Ecco: la scuola italiana, purtroppo, enfatizza questo secondo aspetto, e allora nascono contrasti e prese di distanza. Se invece si puntasse sul primo si farebbe un’opera lodevole, perché sui testi, che sono cultura, non c’è mai conflitto. Sulle dottrine sì».

Bibbia e Corano potrebbero essere letti da tutti, vuol dire?
«Esattamente. E questo gioverebbe molto anche agli italiani: io ho degli allievi all’università che non sanno neppure i nomi dei quattro evangelisti: una lacuna culturale gravissima. Poi uno può credere o non credere ai Vangeli, al Corano o a quello che sia, ma questi testi non possono essere ignorati. Una scuola multiculturale, come quella di Torino, in questo senso può fare molto».

*si dice pedagogista, ma il giornalista non lo sa.
 

Amoremio

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quanto mi è piaciuta questa notizia!
 
O

Old megliosola

Guest
infatti sono contenta che nella scuola dei miei, multietnica ovviamente, ci sia questo tipo di attività...
 

Persa/Ritrovata

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9/8/2009
La legge del presidente
http://www.lastampa.it/_web/_servizi/piuvisti/piuvistigied.asp
FEDERICO GEREMICCA
La conoscenza rende. Le persone che hanno imparato di più, attraverso un’istruzione efficiente, guadagnano di più. Ce lo ha ricordato recentemente James Heckman in una bella lezione per gli allievi del Collegio Carlo Alberto di Moncalieri. Il capitale di conoscenza non solo giova agli individui che lo possiedono, ma quando si diffonde a livello collettivo produce benessere per tutti. Al contrario, nelle società povere di conoscenza, i singoli individui competenti e capaci anche al massimo grado non possono mettere a frutto il loro prezioso tesoretto cognitivo, e spesso sono costretti ad emigrare se non vogliono sprecarlo. Insomma, la conoscenza produce sviluppo, ma non bastano singoli punti di eccellenza, serve un tessuto, una «buona media».

Finché l’India ha avuto singoli eminenti scienziati non ce l’ha fatta a sviluppare industrie informatiche; le sono stati necessari centinaia di migliaia di tecnici di media qualificazione. Per produrre crescita economica serve una massa critica di buona conoscenza diffusa. E qui veniamo alla mai abbastanza discussa questione meridionale. Poniamo pure (anche se qualche dubbio è lecito) che i numerosi 100 e 100 e lode calabresi siano altrettanto validi - cioè assegnati a parità di criteri - degli sparuti corrispondenti padani; resta il fatto che le capacità medie riscontrate attraverso sistemi di valutazione davvero omogenei, e quindi comparabili, tra paesi sviluppati, rilevano un’Italia mediamente più incompetente, ma non in modo omogeneo. In certe capacità vuoi di lettura vuoi scientifiche, il Nord, in specie il Nord Est, se la cava bene, anche meglio della media europea. Il Nord Est è sopra media pure in matematica. C’è quindi, ed è stato detto e stradetto, un problema di squilibrio di capitale umano tra Nord e Sud. Come spezzare questa eredità negativa? Di nuovo ci vengono suggerimenti interessanti dalle ricerche economiche sull’istruzione, in questo caso sul rendimento degli investimenti nel sistema educativo. È nei primi anni di vita che i bambini acquisiscono i fondamenti del sistema logico e linguistico. Se in quel periodo i piccoli vivono in famiglie povere di conoscenza il loro sviluppo sarà compromesso. I recuperi sono inefficienti, costosi per gli individui e per le finanze pubbliche che sostengono i sistemi educativi in quei salvataggi tardivi.

Dunque è importante investire in nidi e materne di qualità. Così si offrono punti di partenza meno sfavorevoli ai figli delle famiglie svantaggiate e si mettono le basi per accumulare un buon capitale umano diffuso in futuro. Ma questa strategia produce ricchezza anche nell’immediato: perché crea posti di lavoro soprattutto femminile, perché libera tempo di lavoro delle donne per il mercato, e quindi potenzialmente consegna loro reddito da spendere. Di nuovo è il Sud che ha tassi di attività femminile, specialmente tra le giovani donne, incredibilmente bassi, rispetto agli obiettivi fissati dal Consiglio Europeo di Lisbona. Ed è ancora il Sud che manca in modo plateale un altro obiettivo di Lisbona, dove i governi dell’UE si erano impegnati a favorire l’occupazione femminile attraverso il rafforzamento dei servizi per l’infanzia entro il 2010. In Italia, c’è solo un capoluogo di Regione che supera l’obiettivo, Bologna, e l’Emilia Romagna è la Regione che più si avvicina al traguardo. Al Sud la diffusione di questi servizi è drammaticamente carente. L’obiettivo previsto è del 33% dell’utenza potenziale: in Puglia si arriva all’1%, in Calabria e in Campania al 2%.

Come noto, i contribuenti delle regioni del Nord a statuto ordinario versano una parte non piccola dei loro redditi a favore del Sud. Questa necessaria solidarietà ha bisogno di ragioni forti, di scopi convincenti. Una massiccia iniezione di istruzione di qualità che dia pari opportunità ai bambini meridionali e getti radici solide per lo sviluppo ha forse più probabilità di attrarre consensi nordisti di quanto possano farlo alcune spettrali grandi opere. La stanca litania per cui la chiave dello sviluppo sta in «più autostrade, porti e aeroporti» è sempre meno fondata, in un paese con troppi porti e aeroporti di dimensioni inadeguate, e troppo trasporto su gomma. Meglio puntare su istruzione e sull’altro investimento pubblico ovvio e necessario: la legalità. Sono molte e apprezzabili le iniziative che si stanno attuando nelle scuole del Sud per promuovere una cultura della legalità tra i ragazzi. Le ricerche empiriche sul rendimento dell’istruzione ci dicono che si tratta di iniziative importanti, perché non solo le competenze cognitive, ma anche altre capacità determinano sia il successo degli individui, sia quello delle società che ne sono ricche.

Le basi delle capacità non cognitive, ma di relazione, si possono costruire anche dopo la prima infanzia. Però iniziare presto ad acquisire anche queste capacità non guasta. Penso ad esempio alla difficoltà che ancora presentano molti adulti, per altri versi brillanti e istruiti, ad adattarsi all’Italia di oggi, che accoglie quasi 4 milioni di immigrati. Ci sono scuole con alta presenza di bambini immigrati che sfornano allievi bravi e capaci, eppure molti genitori italiani tolgono di lì i loro figli. È un peccato, perché quei bambini saranno meno in grado di convivere con la diversità, una dote utile nell’Italia di oggi, necessaria nella loro Italia di domani. Non tutti i genitori fortunatamente sono incapaci di guardare lontano. Le richieste di iscrizione in alcune scuole multietniche sono in aumento: non solo perché crescono, e molto, gli allievi stranieri, ma perché questi istituti non dispiacciono a un buon numero di saggi genitori italiani.http://www.lastampa.it/_web/cmstp/t..._blog=25&ID_articolo=6262&ID_sezione=&sezione=
 
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