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Old amoreepsiche

Guest
L’autore aprì la porta ed entrò in biblioteca. Le fiamme danzavano allegramente nel focolare torturando un ceppo di leccio e rischiarando la grande stanza. Dopo aver chiuso la finestra dalla quale entrava una brezza fresca e profumata d’autunno, si sedette alla scrivania. Tolse la sua pipa “Oom Paul” dalla scatola e si mise a fumare un’ottima presa di Perique della Luisiana. Dopo qualche minuto di assorta introspezione, afferrò la sua Wahle-Eversharp del 1915 e iniziò a scrivere. Scrisse un racconto. Lo scrisse con amore. Il suo, non era un semplice scrivere. Era l’inchiostro della punta della penna che amoreggiava con i fogli, bianchi ed immacolati, di fine cellulosa. Era l’emozione, l’apprensione e la commozione di un atto, quello dello scrivere, che ricordava l’amplesso di due teneri amanti. Lentamente, egli diede vita ai personaggi, uno ad uno. Uno dopo l’altro. Quelle macchie d’inchiostro finirono per assomigliare al soffio divino, insufflato in statue d’argilla che, all’improvviso, s’agitano alla messinscena della vita. Tra tutte quelle creature, tuttavia, egli ne amava in special modo una: Francesca. Francesca, era una bella donna, alta, elegante e dolcissima. Emozionavano, in special modo, le sua mani. Aveva delle mani bellissime, con dita lunghe e affusolate. All’anulare destro, portava un solitario, uno splendido diamante incastonato in oro bianco. Quella donna di carta e d’inchiostro, fece infiammare il cuore dell’autore al punto che se ne innamorò. Egli l’amava e la voleva sposare. Per lei, scrisse pagine d’amore e d’inesauribile tenerezza levigando e correggendo ogni parola, ogni riga, che potesse offenderla; raccontò la sua storia, la storia di un grande amore e infine, la sposò. In abito bianco. Bianco come le pagine sulle quali aveva scritto il racconto di quel fastoso matrimonio. Bianco, come tutti i colori dell’arcobaleno, quando corrono assieme, tenendosi per mano. Tutto era, alla fine, traboccato in amore. L’amore straripava incontenibile da quelle pagine e, incarcerato tra le righe, sembrava voler esplodere da ogni lato di quei fogli. Scritta l’ultima lettera dell’ultima parola, l’autore cadde sfinito e addormentato sulla scrivania.
Nel notte accadde l’inaspettato, il mistero dell’inatteso. All’improvviso, allo scoccare delle ventiquattro, da quelle pagine imbrattate d’inchiostro di china, usci, lentamente, una mano. Una mano delicata, con dita lunghe e affusolate. Dapprima, comparve la punta del dito medio, poi, via via, lentamente, tutta la mano si materializzò. Fino al polso. All’anulare, portava uno splendido solitario. Era la mano di Francesca: furtiva, afferrò le ultime pagine del racconto e, dopo averle strappate, le gettò tra le fiamme del focolare. Afferrata la penna poi, provvide a riscrivere, completamente, il sontuoso finale matrimoniale. Suonò una musica diversa, narrò un excipit differente. Scrisse il “suo” finale. Il finale nel quale lei sposava Lodovico, lo stalliere del Duca di Kensington. All’insaputa dell’autore infatti, Francesca e Lodovico si erano amati senza respiro, di quel tipo d’amore che se non viene consumato, consuma. Quella mano, scrisse la sua storia, i suoi sentimenti, la sua verità, il suo finale. Un finale d’amore; anch’esso, sì, d’amore.
Al suo risveglio, alle prime luci dell’alba, l’autore lesse le pagine che la mano di Francesca aveva scritto nella notte. Sconvolto e sbalordito, urlò una sola parola: “tradimento”. Quell’orribile suono rimbombò nella grande casa, irrompendo in ogni stanza e facendo sobbalzare dal letto il fedele maggiordomo. Anche il resto della servitù che si trovava in cucina per preparare la colazione, trasalì.
Quel giorno, Francesca, dal suo mondo d’inchiostro e cellulosa, apprese una grande verità sull’universo di carne e di materia degli uomini: essi chiamano l’amore “tradimento”, quando non sono loro a raccontarlo.
 

Old Giusy

Utente di lunga data
Questa storia non mi è nuova.....
 

Fedifrago

Utente di lunga data
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