«Io costretta a licenziarmi perché ho avuto una bimba»
Denuncia choc di una manager, interviene la Carfagna: si applichi la legge
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«Io, manager tradita dall’azienda. Dopo il parto costretta a licenziarmi»
Mamma e figlia fotografate nella loro casa (Fotogramma)MILANO — «Ciao Stefania, mi chiamo Piera, ho letto la tua storia sul Corriere. Anche io ci sono passata, non ero una manager, ma una semplice impiegata. Fatto sta che tornata dalla maternità le pressioni sono state tali che mi sono dovuta dimettere. Non mollare, per i nostri figli. Perché possano sempre sapere cosa è giusto e cosa no».
Diventa un caso la storia di Stefania Boleso, mamma-manager milanese costretta alle dimissioni al rientro dalla maternità. Dopo l’articolo di ieri, sono stati centinaia i messaggi di solidarietà come questo arrivati alla signora Boleso. Il racconto sul sito del Corriere è stato il più letto del giorno, con 115 mila clic e poco meno di 400 commenti. Due le parole chiave della vicenda. Coraggio: perché la dirigente non ha omesso il nome dell’azienda che l’ha spinta alle dimissioni, la multinazionale austriaca Red Bull. Giustizia: perché molte mail parlano di situazioni simili. E della voglia di una mondo diverso, dove le donne non siano costrette a scegliere tra lavoro e famiglia. «Mai mi sarei aspettata tanta solidarietà — si sorprende oggi Boleso —. Certo, qualcuno mi ha fatto notare che questa denuncia rischia di impedirmi di trovare un nuovo lavoro. Ma per una volta non ho voluto fare valutazioni di pura utilità. Ho preferito raccontare le cose come stanno». Stefania Boleso oggi parla dalla sua casa nel centro di Milano e sullo sfondo si sentono i gridolini della figlia, la piccola Alexandra, un anno.
«Quando rimasi incinta mai avrei immaginato che dopo pochi mesi mi sarei trovata qui, senza lavoro — racconta —. A 39 anni pensavo di potermi permettere un figlio. Tanto più che in azienda avevo sempre dato il massimo, creando da zero il dipartimento marketing di cui ero responsabile, con 28 persone e un budget da 18 milioni di euro l’anno da gestire». Boleso si era organizzata per fare fronte al nuovo ruolo di mamma-manager. «Per essere tranquilla avevo assunto una baby sitter a tempo pieno. Il 30 settembre scorso ho ripreso il lavoro. A dire il vero non lo avevo mai lasciato del tutto: anche durante i nove mesi di maternità ho sempre mantenuto i contatti. Sono anche rientrata per partecipare a riunioni importanti. Fatto sta che quel giorno subito è squillato il telefono: «"Dottoressa, il direttore generale la aspetta nel suo ufficio". Senza giri di parole mi ha spiegato che non c’era più bisogno di me. E mi hanno proposto una buonuscita». Lì per lì ha vinto l’orgoglio. Boleso ha deciso di fare la dura e ha rifiutato i soldi. Per tutta risposta l’azienda le ha tolto la vecchia mansione e l’ha sistemata in uno stanzone al piano terra, distante cinque piani dagli altri uffici. «Ho resistito poche settimane. Poi è arrivato il primo attacco di panico. Il medico del pronto soccorso mi ha detto chiaro che avanti così la situazione non poteva che peggiorare. Rischiavo l’esaurimento. Fossi stata da sola avrei tenuto duro. Ma ho una famiglia, non mi sono sentita di far subire questa situazione a figlia emarito. Così ho ceduto. Il 18 dicembre mi sono dimessa in cambio di una buonuscita».
Ora la vicenda della manager muove anche il palazzo. «Il grave episodio della manager licenziata dopo il periodo di maternità rispecchia tutta l’inadeguatezza nel definirci un Paese realmente moderno», si indigna il ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna. «Mi dispiace che si debba evocare la legge per sanare un’ingiustizia che non dovrebbe essere frutto dei nostri tempi — continua Carfagna —. Da molto avremmo dovuto capire che un figlio non è solo una gioia per chi lo mette al mondo, ma anche un investimento e un servizio per il Paese, se proprio vogliamo ridurre la questione ad un fattore puramente economico. Detto questo, le leggi a tutela della maternità ci sono e non vanno considerate come polverosi soprammobili. Ma applicate nella loro interezza come strumenti di equità sociale».
http://milano.corriere.it/milano/no...-licenziarmi-querze-bimba-1602520891860.shtml
Ma la cosa che mi ha realmente fatto uscire fuori di testa e' un commento:
Premesso che bisognerebbe sentire anche l'altra campana, e comunque conoscere la storia più in dettaglio, una riflessione: se si ricopre un ruolo "insostituibile", non ci si può ragionevolmente attendere di ritrovarlo libero dopo una lunga assenza: se si tratta di un'operaia o un'impiegata, vabbè. Un posto qui o là lo si trova sempre all'intreno della ditta. Se si tratta di un ruolo dirigenziale, nel caso in ispecie marketing con 28 persone sotto, è evidente che l'azienda cerchi nel frattempo un sostituto. Forse la signora o l'azienda o tutte e due non hanno gestito al meglio la situazione: prima o durante, mettendo bene in chiaro che il posto sarebbe stato assegnato ad altri; oppure dopo perché la signora si è rifiutata di accettare un'altra posizione. Il fatto che il primo giorno di lavoro sia stata licenziata, non significa niente, in quanto il manager avrebbe potuto sapere attraverso conversazioni durante la maternità che la sig.ra non avrebbe accettato altra posizione. Questo penso riguardi chiunque ricopre posizioni dirigenziali: se davvero dirige, è evidente che il vuoto che lascia dovrà essere prontamente riempito da un sostituto. A giudicare dal numero delle persone e dal budget gestito, direi che il marketing era una di quelle posizioni che non permettevano alla Red Bull altra scelta. Poi intendiamoci... la maternità è un'ottima occasione per far fuori una dipendente di cui per vari motivi - fosse anche solo il profumo che porta - non si è soddisfatti. Sarà triste, ma se un'azienda vuole farti fuori un modo lo trova. E da un certo punto di vista è anche giusto: se vi pongono degli obiettivi da raggiungere, vorreste anche voi potervi scegliere le persone con cui lavorare.
Vi giuro che nn ho parole:unhappy:
Denuncia choc di una manager, interviene la Carfagna: si applichi la legge
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Mamma e figlia fotografate nella loro casa (Fotogramma)MILANO — «Ciao Stefania, mi chiamo Piera, ho letto la tua storia sul Corriere. Anche io ci sono passata, non ero una manager, ma una semplice impiegata. Fatto sta che tornata dalla maternità le pressioni sono state tali che mi sono dovuta dimettere. Non mollare, per i nostri figli. Perché possano sempre sapere cosa è giusto e cosa no».
Diventa un caso la storia di Stefania Boleso, mamma-manager milanese costretta alle dimissioni al rientro dalla maternità. Dopo l’articolo di ieri, sono stati centinaia i messaggi di solidarietà come questo arrivati alla signora Boleso. Il racconto sul sito del Corriere è stato il più letto del giorno, con 115 mila clic e poco meno di 400 commenti. Due le parole chiave della vicenda. Coraggio: perché la dirigente non ha omesso il nome dell’azienda che l’ha spinta alle dimissioni, la multinazionale austriaca Red Bull. Giustizia: perché molte mail parlano di situazioni simili. E della voglia di una mondo diverso, dove le donne non siano costrette a scegliere tra lavoro e famiglia. «Mai mi sarei aspettata tanta solidarietà — si sorprende oggi Boleso —. Certo, qualcuno mi ha fatto notare che questa denuncia rischia di impedirmi di trovare un nuovo lavoro. Ma per una volta non ho voluto fare valutazioni di pura utilità. Ho preferito raccontare le cose come stanno». Stefania Boleso oggi parla dalla sua casa nel centro di Milano e sullo sfondo si sentono i gridolini della figlia, la piccola Alexandra, un anno.
«Quando rimasi incinta mai avrei immaginato che dopo pochi mesi mi sarei trovata qui, senza lavoro — racconta —. A 39 anni pensavo di potermi permettere un figlio. Tanto più che in azienda avevo sempre dato il massimo, creando da zero il dipartimento marketing di cui ero responsabile, con 28 persone e un budget da 18 milioni di euro l’anno da gestire». Boleso si era organizzata per fare fronte al nuovo ruolo di mamma-manager. «Per essere tranquilla avevo assunto una baby sitter a tempo pieno. Il 30 settembre scorso ho ripreso il lavoro. A dire il vero non lo avevo mai lasciato del tutto: anche durante i nove mesi di maternità ho sempre mantenuto i contatti. Sono anche rientrata per partecipare a riunioni importanti. Fatto sta che quel giorno subito è squillato il telefono: «"Dottoressa, il direttore generale la aspetta nel suo ufficio". Senza giri di parole mi ha spiegato che non c’era più bisogno di me. E mi hanno proposto una buonuscita». Lì per lì ha vinto l’orgoglio. Boleso ha deciso di fare la dura e ha rifiutato i soldi. Per tutta risposta l’azienda le ha tolto la vecchia mansione e l’ha sistemata in uno stanzone al piano terra, distante cinque piani dagli altri uffici. «Ho resistito poche settimane. Poi è arrivato il primo attacco di panico. Il medico del pronto soccorso mi ha detto chiaro che avanti così la situazione non poteva che peggiorare. Rischiavo l’esaurimento. Fossi stata da sola avrei tenuto duro. Ma ho una famiglia, non mi sono sentita di far subire questa situazione a figlia emarito. Così ho ceduto. Il 18 dicembre mi sono dimessa in cambio di una buonuscita».
Ora la vicenda della manager muove anche il palazzo. «Il grave episodio della manager licenziata dopo il periodo di maternità rispecchia tutta l’inadeguatezza nel definirci un Paese realmente moderno», si indigna il ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna. «Mi dispiace che si debba evocare la legge per sanare un’ingiustizia che non dovrebbe essere frutto dei nostri tempi — continua Carfagna —. Da molto avremmo dovuto capire che un figlio non è solo una gioia per chi lo mette al mondo, ma anche un investimento e un servizio per il Paese, se proprio vogliamo ridurre la questione ad un fattore puramente economico. Detto questo, le leggi a tutela della maternità ci sono e non vanno considerate come polverosi soprammobili. Ma applicate nella loro interezza come strumenti di equità sociale».
http://milano.corriere.it/milano/no...-licenziarmi-querze-bimba-1602520891860.shtml
Ma la cosa che mi ha realmente fatto uscire fuori di testa e' un commento:
Premesso che bisognerebbe sentire anche l'altra campana, e comunque conoscere la storia più in dettaglio, una riflessione: se si ricopre un ruolo "insostituibile", non ci si può ragionevolmente attendere di ritrovarlo libero dopo una lunga assenza: se si tratta di un'operaia o un'impiegata, vabbè. Un posto qui o là lo si trova sempre all'intreno della ditta. Se si tratta di un ruolo dirigenziale, nel caso in ispecie marketing con 28 persone sotto, è evidente che l'azienda cerchi nel frattempo un sostituto. Forse la signora o l'azienda o tutte e due non hanno gestito al meglio la situazione: prima o durante, mettendo bene in chiaro che il posto sarebbe stato assegnato ad altri; oppure dopo perché la signora si è rifiutata di accettare un'altra posizione. Il fatto che il primo giorno di lavoro sia stata licenziata, non significa niente, in quanto il manager avrebbe potuto sapere attraverso conversazioni durante la maternità che la sig.ra non avrebbe accettato altra posizione. Questo penso riguardi chiunque ricopre posizioni dirigenziali: se davvero dirige, è evidente che il vuoto che lascia dovrà essere prontamente riempito da un sostituto. A giudicare dal numero delle persone e dal budget gestito, direi che il marketing era una di quelle posizioni che non permettevano alla Red Bull altra scelta. Poi intendiamoci... la maternità è un'ottima occasione per far fuori una dipendente di cui per vari motivi - fosse anche solo il profumo che porta - non si è soddisfatti. Sarà triste, ma se un'azienda vuole farti fuori un modo lo trova. E da un certo punto di vista è anche giusto: se vi pongono degli obiettivi da raggiungere, vorreste anche voi potervi scegliere le persone con cui lavorare.
Vi giuro che nn ho parole:unhappy: