Ci amiamo ma non vogliamo lasciare le famiglie ...

Stato
Discussione chiusa ad ulteriori risposte.

Sbriciolata

Escluso
Come mai ti fa così rabbia che altre donne vivano con possibilità che tu puoi solo sognare eh?
Ti correggo : io quelle possibilità le ho tutte, solo che non me ne faccio un kaiser di un carroarmato da parcheggiare, mi fa schifo andare dall'estetista, odio il gossip, non sopporto che nessuno tocchi le mie cose e non ho ancora trovato un uomo che mi intrighi abbastanza da farmi aver voglia di dedicargli tempo.
 

Tubarao

Escluso
Ti correggo : io quelle possibilità le ho tutte, solo che non me ne faccio un kaiser di un carroarmato da parcheggiare, mi fa schifo andare dall'estetista, odio il gossip, non sopporto che nessuno tocchi le mie cose e non ho ancora trovato un uomo che mi intrighi abbastanza da farmi aver voglia di dedicargli tempo.
Sul neretto con me sfondi una porta aperta; sono fermamente convinto del fatto che per molte persone il tradimento è visto alla stessa stregua dell'avere un amico gay: se non ce l'hai non sei nessuno, non sei di tendenza :D
 
Ti correggo : io quelle possibilità le ho tutte, solo che non me ne faccio un kaiser di un carroarmato da parcheggiare, mi fa schifo andare dall'estetista, odio il gossip, non sopporto che nessuno tocchi le mie cose e non ho ancora trovato un uomo che mi intrighi abbastanza da farmi aver voglia di dedicargli tempo.
perché la fedeltà , per me, oltre ad una questione di valori e amore...è un fatto di selettività.
chi si accontenta gode ...più facilmente e fatica meno a trovare l'interessanti persone di altro sesso.
 

Sbriciolata

Escluso
Sul neretto con me sfondi una porta aperta; sono fermamente convinto del fatto che per molte persone il tradimento è visto alla stessa stregua dell'avere un amico gay: se non ce l'hai non sei nessuno, non sei di tendenza :D
Guarda... ho visto certi... amici e amiche... che uno dice: ma con quello che hai a casa! Temo che tu abbia ragione, non sei uno sfigato se non sei sposato, sei uno sfigato se sei sposato e non hai l'amante.
Quasi ti chiedono se hai qualcosa che non va...
 
Ti correggo : io quelle possibilità le ho tutte, solo che non me ne faccio un kaiser di un carroarmato da parcheggiare, mi fa schifo andare dall'estetista, odio il gossip, non sopporto che nessuno tocchi le mie cose e non ho ancora trovato un uomo che mi intrighi abbastanza da farmi aver voglia di dedicargli tempo.
Sei piena di soldi?
E vivi da tegnosa?
 

Tubarao

Escluso
Guarda... ho visto certi... amici e amiche... che uno dice: ma con quello che hai a casa! Temo che tu abbia ragione, non sei uno sfigato se non sei sposato, sei uno sfigato se sei sposato e non hai l'amante.
Quasi ti chiedono se hai qualcosa che non va...

Un pò lungo, tratto da uno dei libri più belli di Stephen King.

Lo sa, stava pensando Donna.
Non era un pensiero nuovo, non più, perché quelle ultime tre ore erano state le più lunghe della sua vita. Aveva sentito che lo sapeva dalla sua vo-ce, quando aveva telefonato per dire che sarebbe rincasato tardi. Dapprin-cipio era stato il panico, quello totale e frenetico di un uccello intrappolato in una stanza chiusa. Il pensiero le era apparso in corsivo con tanto di punti esclamativi come nei fumetti: Lo sa! Lo sa! Lo sa!! Aveva preparato da mangiare per Tad immersa in una nebbia di paura, cercando di figurarsi quale ne sarebbe stata la logica conseguenza, ma non era venuta a capo di
nulla. Laverò i piatti, si era detta. Poi li asciugherò, poi li metterò via, poi leggerò qualche storia a Tad, poi precipiterò oltre l'orlo del mondo.
Al panico era subentrato il senso di colpa. Il terrore era seguito al senso di colpa. Poi l'aveva invasa un'apatia fatalistica via via che certi circuiti emotivi si spegnevano in silenzio dentro di lei. Era un'apatia in cui c'era in fondo una traccia di sollievo. Il segreto era stato rivelato, chissà se era sta-to Steve o se Vic l'aveva intuito da sé. Riteneva più probabile che fosse stato Steve, non che importasse poi molto. C'era anche il sollievo di sapere Tad a letto, addormentato, al sicuro, ma si domandava che razza di mattino avrebbe visto l'indomani, svegliandosi, e a quel pensiero era tornata in un circolo vizioso al terrore da cui era partita. Si sentiva male, perduta.
Lui era alla finestra. Si girò e disse: «Ho ricevuto una lettera, oggi. Ano-nima».
Non poté proseguire. Riattraversò la stanza, irrequieto, e lei si ritrovò a pensare che era un bell'uomo e che era un peccato che i capelli fossero già un po' brizzolati. Su certi giovani stava bene, ma Vic con i capelli grigi sa-rebbe sembrato soltanto prematuramente invecchiato...
... e perché mai doveva mettersi a pensare ai suoi capelli proprio in quel momento? Non era dei suoi capelli che doveva preoccuparsi, no?
Molto sommessamente, sentendo però il tremito che aveva nella voce, disse tutto ciò che era essenziale, sputandolo fuori come qualche orribile medicina troppo amara da ingoiare. «Steve Kemp. Quello che ti ha restau-rato la scrivania. Cinque volte. Mai nel nostro letto, Vic. Mai.»
Vic allungò la mano verso il pacchetto di Winston sul tavolino accanto al divano, lo urtò e lo fece finire per terra. Lo raccolse, tirò fuori una siga-retta e se l'accese. Le mani gli tremavano incontrollabilmente. Non si sta-vano guardando. Non va, pensò Donna. Dovremmo guardarci. Ma non po-teva essere lei a cominciare. Lei provava paura e vergogna. Lui solo paura.
«Perché?»
«Ha importanza?»
«Ha importanza per me. E molta. A meno che tu voglia che finiamo. In questo caso immagino che non importi niente. Sono fuori di me, Donna. Sto cercando di... di non esplodere ora, perché anche se non dovessimo parlarci apertamente mai più, ora dobbiamo farlo. Vuoi andartene?»
«Guardami, Vic.»
Con grande fatica lui lo fece. Forse era furioso come diceva di essere, ma lei vide soltanto una grande e angosciata paura. All'improvviso, come l'impatto di un guantone da boxe sulla bocca, vide quant'era vicino al limi-
te di tutto quanto. L'agenzia vacillava, quello era già un problema non da poco, e, come se non bastasse, come un dessert nauseante servito dopo un secondo fetente, si stava sgretolando anche il suo matrimonio. Provò un impeto di affetto per lui, per quell'uomo che certe volte aveva odiato e che almeno in quelle ultime tre ore aveva temuto. Si sentì colmare da una sorta di trasfigurazione. Soprattutto si augurava che avrebbe sempre pensato di essere stato fuori di sé per la collera e non... non per la paura che la sua faccia tradiva.
«Non voglio andarmene», gli disse. «Ti amo. Credo che in queste ultime settimane l'abbiamo riscoperto tutti e due.»
Vic sembrò risollevato per un momento. Tornò alla finestra, poi di nuo-vo al divano. Si sedette pesantemente e la guardò. «E allora, perché?»
La trasfigurazione di poco prima andò persa in un'irritazione esasperata. «Perché» era una domanda da uomo. L'origine stava nel concetto di ma-scolinità che si annidava nell'animo di un uomo occidentale intelligente al-la fine del ventesimo secolo. «Devo sapere perché l'hai fatto.» Come se lei fosse stata una macchina con una valvola bloccata che si era messa a spu-tacchiare e singhiozzare, o un automa che aveva fatto confusione con le sue memorie e serviva polpettone la mattina e uova strapazzate per cena. Quel che faceva impazzire le donne, pensò a un tratto, non era forse lo sciovinismo maschile, ma quella folle pretesa di razionalità, così dannata-mente maschile.
«Non so se sono in grado di spiegarlo. Ho paura che sembrerebbe stupi-do, gretto e triviale.»
«Prova. È perché...» Vic si schiarì la gola, sembrò quasi che si sputasse mentalmente nelle mani (ancora quella dannata razionalità) e finalmente riuscì a buttarlo fuori. «È perché con me non eri soddisfatta, è per questo?»
«No», rispose lei.
«E allora perché?» fece lui disperato. «Per l'amor di Dio, dimmi per-ché!»
Va bene... l'hai voluto tu.
«Paura», rispose lei. «Soprattutto credo che fosse paura.»
«Paura?»
«Quando Tad andava a scuola non avevo più niente che mi aiutasse a non avere paura. Tad era come... come dicono? Rumore di fondo. Quel rumore che fa la televisione quando non è ben sintonizzata.»
«Non andava a una scuola vera e propria», obiettò subito Vic, e lei sentì che si preparava a montare in collera, si preparava ad accusarla di scaricare
la colpa su Tad e una volta che fosse stato in collera si sarebbero detti cose che non avrebbero dovuto dirsi, almeno non in quel momento. C'erano co-se contro le quali sarebbe stata costretta a difendersi, data la donna che era. La situazione sarebbe precipitata, qualcosa che in quel momento era parti-colarmente fragile, rimbalzava fra loro avanti e indietro. Sarebbe stato troppo facile lasciarsela sfuggire di mano.
«E solo una parte del problema», disse. «Non era proprio una scuola. Passava ancora molto tempo con me e poi c'erano i periodi in cui era fuo-ri... quello strano contrasto...» Alzò gli occhi su Vic. «A confronto il silen-zio della casa sembrava così rumoroso. È allora che ho cominciato ad ave-re paura. L'anno prossimo ci sarà l'asilo, pensavo. Mezza giornata ogni giorno, invece che mezza giornata tre volte la settimana. E poi l'anno dopo tutto il giorno, per cinque giorni la settimana. E ci sarebbero state quelle ore da riempire. E così mi veniva paura.»
«E hai pensato di riempire quelle ore scopandoti qualcun altro», com-mentò lui con amarezza.
Lei ne fu ferita, ma continuò lo stesso, avvilita, cercando si seguire il corso dei suoi pensieri, senza mai alzare la voce; l'aveva chiesto lui. Glielo avrebbe detto.
«Non volevo far parte del comitato della biblioteca e non volevo essere nel comitato per l'ospedale e occuparmi di vendite di beneficenza o preoc-cuparmi che non si finisse con il preparare tutti lo stesso identico sformato per la cena del sabato sera. Non volevo rivedere in continuazione le stesse facce deprimenti e ascoltare sempre gli stessi pettegolezzi, su chi sta fa-cendo che cosa in questa città. Non volevo affilarmi le unghie sulla reputa-zione di qualcuno.»
Ormai parlava a ruota libera. Non si sarebbe potuta fermare nemmeno se lo avesse voluto.
«Non volevo vendere Tupperware e non volevo vendere Amway e non volevo riunire le care signore in nome della Stanhome e non volevo iscri-vermi alla Weigh Watchers. Tu...»
Fece una pausa brevissima durante la quale misurò la consistenza dell'i-dea.
«Tu non conosci questa sensazione di vuoto, Vic, non credere di cono-scerla. Tu sei un uomo e gli uomini si cimentano. Gli uomini si cimentano e le donne spolverano. Spolverano le stanze vuote e ascoltano il vento che ogni tanto soffia fuori delle finestre. Solo che certe volte sembra che il vento sia dentro, sai? Allora metti un disco, Bob Seger o J.J. Cale o qual-
cun altro, e il vento lo senti lo stesso e ti vengono dei pensieri, delle idee, ma niente di bello. Ma vengono lo stesso. Allora vai a pulire i bagni e il lavandino e un giorno finisci nel negozio di antiquariato e vedi tutte quelle chincaglierie e pensi che tua madre aveva una mansarda piena di chinca-glierie e che le zie avevano una mensola piena di chincaglierie e altrettanto la nonna...»
Lui la stava guardando attentamente e la sua espressione era così since-ramente perplessa che Donna provò un'ondata di disperazione.
«Io sto parlando di sensazioni, non di fatti!»
«Sì, ma perché!»
«Ti sto dicendo perché! Ti sto dicendo che mi sono ridotta a un punto che stavo davanti allo specchio a vedere come mi cambiava la faccia, come nessuno mi avrebbe più scambiata per un'adolescente e mi avrebbe mai più chiesto di vedere la mia patente quando mi fossi ordinata qualcosa da bere al bar. Ho cominciato ad avere paura perché diventavo grande, alla lunga. Tad va all'asilo e questo significa che andrà a scuola e poi alle superiori...»
«Mi stai dicendo che ti sei presa un amante perché ti sentivi vecchia?» La guardava stupito e lei lo amava per quello, perché pensava che anche quella fosse una delle ragioni. Steve Kemp l'aveva trovata desiderabile e naturalmente quello era stato lusinghiero. Da lì era venuta l'eccitazione del suo corteggiamento, anche se non era stato quello l'aspetto fondamentale.
Gli prese le mani e gli parlò appassionatamente, pensando (sapendo) che non avrebbe mai più parlato con tanto slancio a un altro uomo. «C'è di più. È sapere che non si può più aspettare di diventare grandi. Che non si può più aspettare di scendere a patti con quello che si ha. È sapere che la rosa delle tue scelte si restringe quasi quotidianamente. Per una donna... no, per me, è la cosa più difficile da affrontare. Moglie, benissimo. Ma tu sei via tutto il giorno, a lavorare, e persino quando sei a casa sei via spesso, lavori con la testa. Madre, benissimo anche questo, ma ogni anno lo sei un po-chino meno, perché ogni anno il mondo ti porta via un altro pezzettino di figlio.
«Gli uomini... loro sanno che cosa sono. Loro hanno un'immagine di quello che sono. Non riescono mai a essere all'altezza del loro ideale e ciò li distrugge e forse è la ragione per cui tanti uomini muoiono infelici e prima del tempo, ma almeno sanno che cosa dovrebbe voler dire essere adulti. Hanno degli obiettivi, per i trent'anni, per i quaranta, i cinquanta. Loro non sentono il vento, oppure, se lo sentono, si trovano una lancia e ci combattono contro, pensando che sia un mulino o qualche altra diavoleria
che va fatta fuori.
«Mentre quello che fa una donna, quello che ho fatto io, è stato di ri-trarmi, di sfuggire alla trasformazione. Mi spaventava il silenzio della casa, quando Tad era fuori. Una volta... Oh Dio, questa è un po' pazzesca... una volta ero in camera sua che cambiavo le lenzuola e mi sono messa a pensa-re alle mie compagne del liceo, mi chiedevo che fine avessero fatto, dove fossero, quasi soprappensiero, e la porta del ripostiglio di Tad si è aperta... mi sono messa a gridare e sono scappata. Non so perché... ma forse sì. Ho creduto per un istante che dal ripostiglio di Tad sarebbe venuta fuori Joan Brady, senza la testa e con il sangue sui vestiti e mi avrebbe detto: 'Sono morta in un incidente d'auto a diciannove anni mentre tornavo dalla pizze-ria e non me ne frega niente'.»
«Cristo, Donna», mormorò Vic.
«Avevo paura, nient'altro. Mi veniva paura quando mi mettevo a guarda-re le chincaglierie o quando incominciavo a pensare che potevo iscrivermi a un corso di ceramica, di yoga o di qualcos'altro del genere. E l'unico po-sto dove puoi scappare quando cerchi di sfuggire al futuro è nel passato. Così... così ho cominciato a filare con lui.»
Abbassò gli occhi e si nascose improvvisamente la faccia nelle mani. Le sue parole ne furono smorzate, ma lo stesso comprensibili.
«Era divertente. Era come essere di nuovo all'università. Era come un sogno. Uno stupido sogno. Era come se fosse anche lui un rumore di fon-do. Ma almeno così non si sentiva più il vento. Anche il corteggiamento era divertente. Il sesso... non era un gran che. Venivo, ma non era bello. Non so spiegare perché non lo fosse. A parte forse il fatto che ti amavo an-cora, nonostante tutto, e capivo che stavo scappando...» Alzò di nuovo gli occhi su di lui, stava piangendo. «Anche lui sta scappando. Lui ne ha fatta una carriera. È un poeta... almeno così si definisce. Non capivo un'acca delle cose che mi mostrava. È un fuggiasco, che sogna di essere ancora al-l'università e di protestare ancora contro la guerra del Vietnam. È per que-sto che è capitata a lui, immagino. E adesso credo che tu sappia tutto quel-lo che posso dirti. Una brutta storia da quattro soldi, ma tutta mia.»
«Vorrei mettergli le mani addosso», disse Vic. «Se potessi spaccargli il naso credo che mi sentirei molto meglio.»
Lei gli fece un sorriso smunto. «Se ne è andato. Sono andata con Tad al-la gelateria dopo cena quando tu non eri ancora a casa. Ho visto il cartello di AFFITTASI nella vetrina del suo negozio. Ti ho detto che è uno sempre in fuga.»
«Non c'era niente di poetico in quel biglietto», commentò Vic. Le scoc-cò un'occhiata molto breve, poi tornò a guardare in basso. Lei gli sfiorò la faccia e lui fece una smorfia e si ritrasse. Quello faceva male più di ogni altra cosa, faceva male più di quanto lei avrebbe mai potuto pensare. Il senso di colpa e la paura tornavano come un'ondata impetuosa. Ma lei non piangeva più. Pensava che non ci sarebbero state lacrime per molto tempo. La ferita e la devastazione del trauma erano troppo profonde.
«Vic», gli disse. «Mi dispiace. Ci stai male e ci sto male anch'io.»
«Quando avete chiuso?»
Lei gli raccontò del giorno in cui era rincasata e l'aveva trovato lì, tacen-do della paura che aveva avuto di essere violentata.
«Allora quel biglietto era per vendicarsi.»
Lei si ravviò i capelli tirandoseli indietro e annuì. Aveva la faccia palli-da, slavata. Ma sotto gli occhi era gonfia e livida. «Penso di sì.»
«Andiamo di sopra», disse lui. «È tardi, siamo stanchi tutti e due.»
«Facciamo l'amore?»
Lui scrollò lentamente la testa. «Non questa sera.»
«Va bene.»
Andarono insieme alle scale. Quando ci arrivarono Donna chiese: «E adesso, Vic?»
Lui scosse la testa. «Proprio non lo so.»
«Devo scrivere 'promesso che non lo farò mai più' per cinquecento volte sulla lavagna per espiare la mia colpa? Divorziamo? Non ne parliamo più? Che cosa?» Non si sentiva isterica, ma solo stanca, la sua voce cominciava a diventare stridula e non le piaceva. La vergogna era la cosa peggiore. La vergogna d'essere stata scoperta e di vedere il male che gli aveva fatto. E ce l'aveva con lui, oltre che con se stessa, perché le faceva provare una vergogna come quella, perché non riteneva di essere responsabile dei fatto-ri che infine l'avevano spinta a quella decisione... posto che ci fosse stata davvero una decisione.
«Dovremmo riuscire a rimediare», disse lui, ma lei non lo fraintese. Vic non stava parlando a lei. «Questa cosa...» Le rivolse un'espressione di sup-plica. «È stato l'unico, vero?»
Fu quella domanda assolutamente imperdonabile, quella che mai avreb-be dovuto rivolgerle. Lo lasciò, corse su per le scale, prima che potesse saltare in aria tutto, prima che scoppiassero tutte quelle stupide recrimina-zioni e accuse reciproche che non avrebbero risolto niente, ma avrebbero solo infangato e deturpato quel briciolo di onestà che erano riusciti a con-
servare fino a quel momento.
 

Sbriciolata

Escluso
Sei piena di soldi?
E vivi da tegnosa?
Non sono piena di soldi... ma non mi mancano, grazie al lavoro mio e di chi mi ha preceduto. E non vivo da tegnosa: ho una macchina piccola perchè lavoro in città, l'ho presa a metano per non inquinare... e in ogni caso ho rispetto dei soldi, perchè faccio fatica a guadagnarli.
 

Sbriciolata

Escluso
sai che me lo stavo chiedendo anch'io?
se ti puoi permettere di faticare meno con i lavori domestici...perché rinunciare?
L'ho detto: non sopporto che qualcuno giri per la mia casa e tocchi le mie cose, mi da fastidio fisico proprio. Ho avuto una persona che mi aiutava e con la quale non sentivo questo fastidio perchè siamo amiche, ma ha trovato un lavoro vero...
 
L'ho detto: non sopporto che qualcuno giri per la mia casa e tocchi le mie cose, mi da fastidio fisico proprio. Ho avuto una persona che mi aiutava e con la quale non sentivo questo fastidio perchè siamo amiche, ma ha trovato un lavoro vero...
conosco molto bene la fatica di lavorare dentro e fuori casa e per questo mi stupivo.
in più per me si tratta di tantissime ore.
sai a che pensavo questa mattina....non riuscirò nemmeno a fare la nonna?
 

Tubarao

Escluso
Quale libro?

Comunque la tipa mi sta proprio sulle scatole. :mad:
Ha fatto tutto da sola....
Cujo. Uno dei primissimi romanzi di S.K. da cui è stato tratto anche un film. In ultima analisi altro non è che una metafora sulla crisi di coppia e le vittime che queste provocano. Il prezzo che lei pagherà è altissimo, ma alla fine il libro si chiude così

«Perché non fai un bel caffè», propose, dandole una pacca affettuosa sul fianco. «Io accendo il fuoco. Fa un freddo spaventoso qui dentro.»
«Va bene.» Donna si alzò. «Vic?»
«Che cosa?»
Con un nodo in gola disse: «Anch'io ti amo».
«Grazie», rispose lui. «Mi sa che ne avevo bisogno.»
Lei gli rivolse un sorriso debole e andò a fare il caffè. E tirarono avanti per quella sera, anche se Tad era ancora morto. Così pure tutto il giorno dopo e quello dopo ancora. Non fu molto meglio verso la fine di agosto e nemmeno in settembre, ma quando le foglie cambiarono colore e comin-ciarono a cadere, fu un po' meglio. Un pochino.
 

Eliade

Super Zitella Acida
Cujo. Uno dei primissimi romanzi di S.K. da cui è stato tratto anche un film. In ultima analisi altro non è che una metafora sulla crisi di coppia e le vittime che queste provocano. Il prezzo che lei pagherà è altissimo, ma alla fine il libro si chiude così
Grazie per il finale, ovviamente non ti avevo chiesto il titolo perché volevo leggerlo. :sonar:


:rotfl:
 

Sbriciolata

Escluso
Ci si perde nei particolari inutili a volte. :carneval:
Tranquilla, King era così fatto quando ha scritto quel libro, che non si ricorda neppure di averlo scritto(lo ha ammesso lui in un altro libro, eh?): il risultato è un romanzo denso di episodi allucinanti... sapere il finale è il meno. Per me non è uno dei suoi libri migliori... ma il brano che ne ha tratto Tuba è bello, anche se non sono del tutto d'accordo con lui sulla metafora, perchè parto dall'osservazione che spesso King si identifica in personaggi femminili... va bhe, non vado oltre
 

Eliade

Super Zitella Acida
Tranquilla, King era così fatto quando ha scritto quel libro, che non si ricorda neppure di averlo scritto(lo ha ammesso lui in un altro libro, eh?): il risultato è un romanzo denso di episodi allucinanti... sapere il finale è il meno. Per me non è uno dei suoi libri migliori... ma il brano che ne ha tratto Tuba è bello, anche se non sono del tutto d'accordo con lui sulla metafora, perchè parto dall'osservazione che spesso King si identifica in personaggi femminili... va bhe, non vado oltre
:rotfl:

Grazie, allora non tutto è perduto! :up:
 
Stato
Discussione chiusa ad ulteriori risposte.
Top