LA CURIOSITÀ Il caffè sospeso, un garbo sempre meno napoletano Ai primi del ’900, a Napoli c’era un’abitudine consolidata soprattutto tra la gente del popolo. Chi andava al bar per un caffè ne pagava due e alla cassa diceva: «Uno sospeso!». Il ”sospeso” era per chi non aveva soldi. Così, prima di sera, qualcuno, meno fortunato nella vita, passava e chiedeva: «C’è un sospeso per me?» avvicinandosi al bancone. E se arrivava tardi e il sospeso aveva già trovato un altro «cliente» ci pensava il proprietario del bar... ma non glielo faceva capire. Un’usanza tutta partenopea che sarebbe profondamente sbagliato confondere con un’elemosina. Era, al contrario, un atto di condivisione di problemi, comunicazione e comprensione. Chi ha di più non dimentica chi ha di meno. Superfluo sapere a chi si offre. Sì, perchè c’era anche un altro tipo di «caffè sospeso» quello di cortesia. «Un sospeso per l’avvocato!» oppure «Questo sospeso è per il maresciallo...». Fino agli anni ’70 era uno dei tanti simboli di Napoli che non trovava riscontri in nessun'altra parte del mondo. Almeno fino a ieri. L’appello lanciato dalle «Ronde della carità» un movimento di solidarietà fondato a Firenze dal regista teatrale Paolo Coccheri, che aveva proposto, per il giorno di Pasquetta, di istituire la «giornata nazionale del sospeso» è stata disattesa proprio nella regione che ne rivendicava la paternità. «Non ne sapevamo nulla» dice un barista del «Brasiliano» noto bar in Gallaeria. «È un’abitudine che si sta perdendo - spiega Raffaele Ferrieri, titolare del Caffè del professore - io da 8 anni ho ripreso questa tradizione e ogni giorno ho il mio «cliente sospeso» Ciro, un «Pulcinella» che suona il mandolino a piazza Plebiscito». «Sa chi sono i clienti che ora lasciano il sospeso? - dice Antonio Sergio uno dei proprietari del Gambrinus - i milanesi». Come dire che ora è Brambilla che offre il caffè a Esposito. a.m.a.
ps il sospeso con "dedica" è tutt'ora d'uso