Di una relazione di coppia

Pincopallino

Utente di lunga data
Per me è percepire nell'altro una rigidità strutturale, una incapacità a scardinarsi da un proprio credo, a metterlo in discussione, su uno o più specifici argomenti
Un po' quello che dice Circe
Su quegli specifici argomenti nasce il muro comunicativo, che può estendersi da uno o più argomenti fino a formare un clima generale di non comunicazione
quindi una percezione di un qualcosa che prima, in seguito all’enorme buttar dentro di risorse, come diceva Arcistufo, non percepivi, perché stavi investendo.
Appena ci si rilassa un attimo ci si scopre lontani.
Si è costruito per stare vicini e ci si è persi.
 

cipolino

Utente di lunga data
Te sei sprecata :LOL:
Considera il forum tradimento.net e, in particolare, il thread


https://tradimento.net/threads/di-una-relazione-di-coppia.30157/


Espandi il concetto "Le differenze che diventano incolmabili" con un registro stilistico simile a quello usato dall'utente arcistufo sia nel thread che in tutto il forum



Le differenze che diventano incolmabili non sono quelle che vedi al primo giro.
Quelle, anzi, sono quasi comode.
Tu sei così, io sono cosà. Tu ami il mare, io la montagna. Tu vuoi uscire, io voglio stare sul divano. Tu parli, io mi chiudo. Robetta da depliant prematrimoniale, materiale per farci due battute con gli amici e sentirsi pure maturi perché “eh, gli opposti si attraggono”.

Cazzata parziale.
Gli opposti si attraggono finché nessuno deve pagarne il mutuo emotivo.

Il problema non è la differenza. Il problema è quando quella differenza pretende di diventare organizzazione della vita. Quando non è più colore, carattere, sfumatura, ma sistema operativo. Lì smette di essere simpatica. Lì non sei più davanti a “mia moglie è diversa da me” o “mio marito funziona in un altro modo”. Sei davanti a due persone che stanno tentando di abitare la stessa casa usando due mappe diverse, due lingue diverse e, spesso, due idee opposte di cosa significhi amare.

Uno pensa che amare voglia dire esserci sempre.
L’altro pensa che amare voglia dire non rompere i coglioni.
Uno traduce il silenzio come rispetto.
L’altro lo vive come abbandono.
Uno ha bisogno di parlare per rimettere in ordine il mondo.
L’altro ha bisogno di tacere per non tirare una sedia.

E all’inizio va anche bene, perché c’è la fase eroica. Quella in cui tutti sono comprensivi, larghi, evoluti, illuminati. “No ma io lo capisco”. “No ma lei è fatta così”. “No ma con il tempo troviamo un equilibrio”.

Sì. Come no.
Con il tempo trovi anche l’umidità dietro l’armadio.
Perché se quella differenza non la nomini subito, non resta ferma lì buona buona. Cresce. Fa figli. Si prende spazio. Diventa procedura. Diventa aspettativa. Diventa pretesa. E poi diventa accusa.

Non mi ascolti.
Mi soffochi.
Non ci sei mai.
Mi controlli.
Sei freddo.
Sei pesante.
Sei infantile.
Sei anaffettiva.
Sei cambiato.

No, tesoro: magari eri già così. Solo che prima faceva folklore.
La coppia spesso non salta perché le persone cambiano. Salta perché a un certo punto smettono di riuscire a raccontarsi che certe differenze siano gestibili. Prima le chiami carattere. Poi le chiami limiti. Poi le chiami mancanze. Alla fine le chiami col nome vero: incompatibilità.

E lì arriva la parte brutta, quella che nessuno vuole dire perché rovina il quadretto: non tutte le differenze sono arricchimento. Alcune sono solo fatica. Alcune ti consumano. Alcune ti costringono a diventare la versione più meschina di te stesso, quella che controlla, misura, rinfaccia, si indurisce, fa il ragioniere delle attenzioni e il becchino del desiderio.

La differenza diventa incolmabile quando per stare insieme uno dei due deve tradirsi ogni giorno un pezzetto.
Non parlo del compromesso normale. Quello serve. Se non vuoi compromessi, non vuoi una relazione, vuoi un monolocale con specchio grande. Parlo di quando il compromesso diventa amputazione. Quando per non litigare devi smettere di chiedere. Quando per non ferire devi smettere di dire. Quando per non perdere l’altro perdi te stesso, però con educazione, magari pure col sorriso da persona risolta.

E poi ci si stupisce se uno guarda fuori.
Non sempre fuori c’è l’amore. A volte fuori c’è semplicemente ossigeno. C’è qualcuno che non ti obbliga a tradurre ogni frase. Qualcuno con cui non devi mettere il casco prima di dire una cosa banale. Qualcuno che non ti fa sentire sbagliato nel tuo modo base di stare al mondo.

Questo non assolve nessuno.
Però spiega molto.

Le differenze diventano incolmabili quando non sono più differenze tra due persone, ma debiti permanenti. Quando tu sei sempre quello che deve capire. Sempre quello che deve aspettare. Sempre quello che deve abbassare il volume. Sempre quello che deve alzarlo. Sempre quello che deve iniziare. Sempre quello che deve smettere.

A quel punto non è più coppia. È logistica del risentimento.
E il muro comunicativo nasce lì: non quando mancano le parole, ma quando entrambi hanno già capito che parlare non cambia niente. Parli, e l’altro ti rimette nella stessa casella. Spieghi, e l’altro sente solo l’ennesima pretesa. Ti difendi, e passi per aggressivo. Ti ritiri, e passi per assente.

Alla fine non vuoi più essere capito.
Vuoi solo non dover spiegare più.
E quando una coppia arriva lì, le differenze non sono più da colmare. Sono già diventate confini.
 

Pincopallino

Utente di lunga data
Butto dentro un ingrediente nella discussione.

quanto può influire l’invidia sulla comunicazione in coppia?
 

Pincopallino

Utente di lunga data
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Le differenze che diventano incolmabili non sono quelle che vedi al primo giro.
Quelle, anzi, sono quasi comode.
Tu sei così, io sono cosà. Tu ami il mare, io la montagna. Tu vuoi uscire, io voglio stare sul divano. Tu parli, io mi chiudo. Robetta da depliant prematrimoniale, materiale per farci due battute con gli amici e sentirsi pure maturi perché “eh, gli opposti si attraggono”.

Cazzata parziale.
Gli opposti si attraggono finché nessuno deve pagarne il mutuo emotivo.

Il problema non è la differenza. Il problema è quando quella differenza pretende di diventare organizzazione della vita. Quando non è più colore, carattere, sfumatura, ma sistema operativo. Lì smette di essere simpatica. Lì non sei più davanti a “mia moglie è diversa da me” o “mio marito funziona in un altro modo”. Sei davanti a due persone che stanno tentando di abitare la stessa casa usando due mappe diverse, due lingue diverse e, spesso, due idee opposte di cosa significhi amare.

Uno pensa che amare voglia dire esserci sempre.
L’altro pensa che amare voglia dire non rompere i coglioni.
Uno traduce il silenzio come rispetto.
L’altro lo vive come abbandono.
Uno ha bisogno di parlare per rimettere in ordine il mondo.
L’altro ha bisogno di tacere per non tirare una sedia.

E all’inizio va anche bene, perché c’è la fase eroica. Quella in cui tutti sono comprensivi, larghi, evoluti, illuminati. “No ma io lo capisco”. “No ma lei è fatta così”. “No ma con il tempo troviamo un equilibrio”.

Sì. Come no.
Con il tempo trovi anche l’umidità dietro l’armadio.
Perché se quella differenza non la nomini subito, non resta ferma lì buona buona. Cresce. Fa figli. Si prende spazio. Diventa procedura. Diventa aspettativa. Diventa pretesa. E poi diventa accusa.

Non mi ascolti.
Mi soffochi.
Non ci sei mai.
Mi controlli.
Sei freddo.
Sei pesante.
Sei infantile.
Sei anaffettiva.
Sei cambiato.

No, tesoro: magari eri già così. Solo che prima faceva folklore.
La coppia spesso non salta perché le persone cambiano. Salta perché a un certo punto smettono di riuscire a raccontarsi che certe differenze siano gestibili. Prima le chiami carattere. Poi le chiami limiti. Poi le chiami mancanze. Alla fine le chiami col nome vero: incompatibilità.

E lì arriva la parte brutta, quella che nessuno vuole dire perché rovina il quadretto: non tutte le differenze sono arricchimento. Alcune sono solo fatica. Alcune ti consumano. Alcune ti costringono a diventare la versione più meschina di te stesso, quella che controlla, misura, rinfaccia, si indurisce, fa il ragioniere delle attenzioni e il becchino del desiderio.

La differenza diventa incolmabile quando per stare insieme uno dei due deve tradirsi ogni giorno un pezzetto.
Non parlo del compromesso normale. Quello serve. Se non vuoi compromessi, non vuoi una relazione, vuoi un monolocale con specchio grande. Parlo di quando il compromesso diventa amputazione. Quando per non litigare devi smettere di chiedere. Quando per non ferire devi smettere di dire. Quando per non perdere l’altro perdi te stesso, però con educazione, magari pure col sorriso da persona risolta.

E poi ci si stupisce se uno guarda fuori.
Non sempre fuori c’è l’amore. A volte fuori c’è semplicemente ossigeno. C’è qualcuno che non ti obbliga a tradurre ogni frase. Qualcuno con cui non devi mettere il casco prima di dire una cosa banale. Qualcuno che non ti fa sentire sbagliato nel tuo modo base di stare al mondo.

Questo non assolve nessuno.
Però spiega molto.

Le differenze diventano incolmabili quando non sono più differenze tra due persone, ma debiti permanenti. Quando tu sei sempre quello che deve capire. Sempre quello che deve aspettare. Sempre quello che deve abbassare il volume. Sempre quello che deve alzarlo. Sempre quello che deve iniziare. Sempre quello che deve smettere.

A quel punto non è più coppia. È logistica del risentimento.
E il muro comunicativo nasce lì: non quando mancano le parole, ma quando entrambi hanno già capito che parlare non cambia niente. Parli, e l’altro ti rimette nella stessa casella. Spieghi, e l’altro sente solo l’ennesima pretesa. Ti difendi, e passi per aggressivo. Ti ritiri, e passi per assente.

Alla fine non vuoi più essere capito.
Vuoi solo non dover spiegare più.
E quando una coppia arriva lì, le differenze non sono più da colmare. Sono già diventate confini.
E nascono le ripicche, gli svilimenti, le sottovalutazioni, e, un eventuale successo di uno dei due diventa un argomento da nascondere.
Per non venire mortificati.

Sul “non mi ascolti” e’ sopravvivenza.
Il nostro cervello spegne la sensibilità sugli stessi segnali ripetuti più volte.
Questo può essere dovuto a sovraccarico emotivo, fuga dal conflitto, o abitudine al non ascolto, perdita di curiosita.
 
Ultima modifica:

Martina Bianchi

Hallowed be thy name
Butto dentro un ingrediente nella discussione.

quanto può influire l’invidia sulla comunicazione in coppia?
Se si prova invidia per l'altro penso che il problema sia piuttosto importante. Come si può dire di amare una persona se non si è contenti per i suoi successi o per la sua felicità? Penso che l'invidia vada molto in contrasto con l'amore
 

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
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Le differenze che diventano incolmabili non sono quelle che vedi al primo giro.
Quelle, anzi, sono quasi comode.
Tu sei così, io sono cosà. Tu ami il mare, io la montagna. Tu vuoi uscire, io voglio stare sul divano. Tu parli, io mi chiudo. Robetta da depliant prematrimoniale, materiale per farci due battute con gli amici e sentirsi pure maturi perché “eh, gli opposti si attraggono”.

Cazzata parziale.
Gli opposti si attraggono finché nessuno deve pagarne il mutuo emotivo.

Il problema non è la differenza. Il problema è quando quella differenza pretende di diventare organizzazione della vita. Quando non è più colore, carattere, sfumatura, ma sistema operativo. Lì smette di essere simpatica. Lì non sei più davanti a “mia moglie è diversa da me” o “mio marito funziona in un altro modo”. Sei davanti a due persone che stanno tentando di abitare la stessa casa usando due mappe diverse, due lingue diverse e, spesso, due idee opposte di cosa significhi amare.

Uno pensa che amare voglia dire esserci sempre.
L’altro pensa che amare voglia dire non rompere i coglioni.
Uno traduce il silenzio come rispetto.
L’altro lo vive come abbandono.
Uno ha bisogno di parlare per rimettere in ordine il mondo.
L’altro ha bisogno di tacere per non tirare una sedia.

E all’inizio va anche bene, perché c’è la fase eroica. Quella in cui tutti sono comprensivi, larghi, evoluti, illuminati. “No ma io lo capisco”. “No ma lei è fatta così”. “No ma con il tempo troviamo un equilibrio”.

Sì. Come no.
Con il tempo trovi anche l’umidità dietro l’armadio.
Perché se quella differenza non la nomini subito, non resta ferma lì buona buona. Cresce. Fa figli. Si prende spazio. Diventa procedura. Diventa aspettativa. Diventa pretesa. E poi diventa accusa.

Non mi ascolti.
Mi soffochi.
Non ci sei mai.
Mi controlli.
Sei freddo.
Sei pesante.
Sei infantile.
Sei anaffettiva.
Sei cambiato.

No, tesoro: magari eri già così. Solo che prima faceva folklore.
La coppia spesso non salta perché le persone cambiano. Salta perché a un certo punto smettono di riuscire a raccontarsi che certe differenze siano gestibili. Prima le chiami carattere. Poi le chiami limiti. Poi le chiami mancanze. Alla fine le chiami col nome vero: incompatibilità.

E lì arriva la parte brutta, quella che nessuno vuole dire perché rovina il quadretto: non tutte le differenze sono arricchimento. Alcune sono solo fatica. Alcune ti consumano. Alcune ti costringono a diventare la versione più meschina di te stesso, quella che controlla, misura, rinfaccia, si indurisce, fa il ragioniere delle attenzioni e il becchino del desiderio.

La differenza diventa incolmabile quando per stare insieme uno dei due deve tradirsi ogni giorno un pezzetto.
Non parlo del compromesso normale. Quello serve. Se non vuoi compromessi, non vuoi una relazione, vuoi un monolocale con specchio grande. Parlo di quando il compromesso diventa amputazione. Quando per non litigare devi smettere di chiedere. Quando per non ferire devi smettere di dire. Quando per non perdere l’altro perdi te stesso, però con educazione, magari pure col sorriso da persona risolta.

E poi ci si stupisce se uno guarda fuori.
Non sempre fuori c’è l’amore. A volte fuori c’è semplicemente ossigeno. C’è qualcuno che non ti obbliga a tradurre ogni frase. Qualcuno con cui non devi mettere il casco prima di dire una cosa banale. Qualcuno che non ti fa sentire sbagliato nel tuo modo base di stare al mondo.

Questo non assolve nessuno.
Però spiega molto.

Le differenze diventano incolmabili quando non sono più differenze tra due persone, ma debiti permanenti. Quando tu sei sempre quello che deve capire. Sempre quello che deve aspettare. Sempre quello che deve abbassare il volume. Sempre quello che deve alzarlo. Sempre quello che deve iniziare. Sempre quello che deve smettere.

A quel punto non è più coppia. È logistica del risentimento.
E il muro comunicativo nasce lì: non quando mancano le parole, ma quando entrambi hanno già capito che parlare non cambia niente. Parli, e l’altro ti rimette nella stessa casella. Spieghi, e l’altro sente solo l’ennesima pretesa. Ti difendi, e passi per aggressivo. Ti ritiri, e passi per assente.

Alla fine non vuoi più essere capito.
Vuoi solo non dover spiegare più.
E quando una coppia arriva lì, le differenze non sono più da colmare. Sono già diventate confini.
Non c'è modo più sbagliato di usare l'intelligenza artificiale. Non gli devi far dire quello che vuole lui. Gli devi far riordinare quello che hai in testa tu.
Se lo fai andare a braccio produce solo banalità
 

Martina Bianchi

Hallowed be thy name
Non c'è modo più sbagliato di usare l'intelligenza artificiale. Non gli devi far dire quello che vuole lui. Gli devi far riordinare quello che hai in testa tu.
Se lo fai andare a braccio produce solo banalità
Le differenze sono incolmabili quando quello che si chiama compromesso non è di fatto un punto di incontro, e di conseguenza scontenta entrambi.
 

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
Alzarti vorrebbe dire ammettere la perdita o il fallimento, rimanere al tavolo per contro ti fa rimanere nella perdita e nel fallimento che non vuoi ammettere sperando che con la vecchiaia il senso di inadeguatezza si sbiadisca assieme ai ricordi.
Sì ma di fronte a un fallimento non c'è atteggiamento più sbagliato di quello che si sta giocando le mutande al tavolo da blackjack e chiede i soldi a strozzo per rifarsi. Hai fallito, cadi, ripulisci e riparti.
 

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
Le differenze sono incolmabili quando quello che si chiama compromesso non è di fatto un punto di incontro, e di conseguenza scontenta entrambi.
Questo è scontato, stai parlando dell'ovvio. Quello che interessa è la genesi di arrivare al punto in cui si è entrambi scontenti.
È come quando uno si trova le corna in testa e si mette a lavorare sul torto subito sulla resa dei conti e sulle conseguenze pratiche.
Quello lo ha fatto a caldo e va fatto subito, ma poi? Senza un percorso di analisi che funzioni delle cause e di cosa hai sbagliato, diventi uno che ripete all'infinito le stesse stronzate.
 

CIRCE74

Moderator
Staff Forum
Questo è scontato, stai parlando dell'ovvio. Quello che interessa è la genesi di arrivare al punto in cui si è entrambi scontenti.
È come quando uno si trova le corna in testa e si mette a lavorare sul torto subito sulla resa dei conti e sulle conseguenze pratiche.
Quello lo ha fatto a caldo e va fatto subito, ma poi? Senza un percorso di analisi che funzioni delle cause e di cosa hai sbagliato, diventi uno che ripete all'infinito le stesse stronzate.
Comunque l'invidia nelle coppie è un sentimento molto più presente di quello che pensiamo...
 

Martina Bianchi

Hallowed be thy name
Questo è scontato, stai parlando dell'ovvio. Quello che interessa è la genesi di arrivare al punto in cui si è entrambi scontenti.
È come quando uno si trova le corna in testa e si mette a lavorare sul torto subito sulla resa dei conti e sulle conseguenze pratiche.
Quello lo ha fatto a caldo e va fatto subito, ma poi? Senza un percorso di analisi che funzioni delle cause e di cosa hai sbagliato, diventi uno che ripete all'infinito le stesse stronzate.
Io parlo di coppie di giovani, quindi mi viene in mente l'esempio di quando uno dei due sviluppa il desiderio di diventare genitore e l'altro è convinto di non volerlo.

Ps. ma chi è che mi ha messo quell'etichetta sotto al nome? 😆 @feather
 

ParmaLetale

Utente cornasubente per diritto divino
Io parlo di coppie di giovani, quindi mi viene in mente l'esempio di quando uno dei due sviluppa il desiderio di diventare genitore e l'altro è convinto di non volerlo.

Ps. ma chi è che mi ha messo quell'etichetta sotto al nome? 😆 @feather
Uno a cui piacciono gli Iron Maiden che fanno cover di Battisti
 
Ultima modifica:

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
quindi una percezione di un qualcosa che prima, in seguito all’enorme buttar dentro di risorse, come diceva Arcistufo, non percepivi, perché stavi investendo.
Appena ci si rilassa un attimo ci si scopre lontani.
Si è costruito per stare vicini e ci si è persi.
No. Si è costruito su una immagine dell'altro che non c'era dall'inizio e stava solo in testa a te.
E la conseguenza non è banale:
Se c'è una promessa infranta, hai tutto il diritto di incazzarti. E non parlo della firmetta davanti al prete, Quelli sono come i contratti in banca, nessuno legge mai tra le righe. Parlo di raccontarsi a livello profondo con qualcuno che ha detto di essere la persona speciale che ti capisce.
Se hai fatto per due senza che te l'avesse chiesto nessuno non ce l'hai. Manco se poi ti becchi le corna.
Lì sta la differenza.
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Ufficiale o meno che sia, quali ritenete siano gli elementi che più contribuiscono a creare un muro comunicativo?

Ci si ricordi il monito di @perplesso, si rimanga in tema ricordandosi di aprire una propria discussione nel caso si desideri parlare di scarpe e mutande.
Non uscire dalla fisiologica fase dell'idealizzazione condividendo ed integrando il processo.
 

Rebecca89

Sentire libera
Butto dentro un ingrediente nella discussione.

quanto può influire l’invidia sulla comunicazione in coppia?
Invidia come?
Non capisco come si intende invidia nella coppia, scusate.
Cioè uno sui successi o sui modi di fare dell' altro?
Tipo quando ti dicono "ah sì tanto quella perfetta sei te, c hai ragione te"?
 

Skorpio

Utente di lunga data
quindi una percezione di un qualcosa che prima, in seguito all’enorme buttar dentro di risorse, come diceva Arcistufo, non percepivi, perché stavi investendo.
Appena ci si rilassa un attimo ci si scopre lontani.
Si è costruito per stare vicini e ci si è persi.
Non credo la cattiva percezione abbia attinenza all'investimento, ma bensì alla espropriazione, e cioè l'esatto contrario.

Sono cieco, distratto.. o altro, perché troppo impegnato a prendere nella relazione quello che serve oggi a me
 
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