Zia, però la pianti con quest’epica da Harmony?
Perché detta così sembra che stiamo parlando di una situazione di altissimo stress, tipo negoziato tra Stati Uniti e Iraq per decidere se sminare lo stretto di Hormuz, con scenari di politica economica multifattoriale e gente che muore se sbagli un aggettivo nella bozza dell’accordo.
Invece no.
Stiamo parlando di una situazione nella quale la femmina media passa ottocento volte prima dei vent’anni: scegli un coglione, capisci che è un coglione, e invece di chiuderlo fuori subito gli dai più credito di quanto si sia meritato. Tutto qua. Non c’è la tragedia greca, non c’è il destino, non c’è “quello che al momento mi serviva”. C’è una gestione sbagliata di una presenza inutile.
Io sto dicendo una cosa molto più asciutta: bisognerebbe adottare come routine il ban preventivo della gente inutile dalla propria vita, prima che si crei la situazione emotivamente esplosiva di cui parli. Perché poi certo, quando hai lasciato entrare uno in salotto, gli hai dato da bere, gli hai fatto vedere dove tieni i bicchieri buoni e magari gli hai pure concesso due giri sulla giostra, diventa tutto più complicato. Ma la complicazione non nobilita l’errore. Lo rende solo più costoso.
Non c’è una dignità particolare nello sbrocco “perché il cuore mi porta lì”. Anzi, onestamente lo trovo abbastanza patetico, ma quelli sono fatti miei. Come non c’è una dignità particolare nel bloccare una persona. Bloccare non è un gesto eroico, non è una dichiarazione d’indipendenza, non è Giovanna d’Arco con lo smartphone in mano.
È manutenzione ordinaria.
Io, quando ho le formiche in cucina, le faccio secche senza convocare un seminario sull’empatia degli insetti. Non è che lascio apposta il pane sulla credenza e poi mi commuovo perché la colonia ha interpretato male i miei bisogni.
Con certe persone funziona uguale: non le devi capire, non le devi educare, non le devi attraversare poeticamente.
Le devi togliere dal cazzo.