Eclissi di Sole

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Urca, che domande. :)

So che le esperienze sono "legate" al tempo in cui le facciamo. Le "tocchiamo".

Ma si... Credo anche che abbiamo una sorta di memoria "atavica" di un altro spazio, e un altro tempo.
Le nostre esperienze sono nel tempo.
Non è possibile fare esperienza fuori dal tempo.

La nostra stessa esistenza è intrinsecamente connessa al tempo.
A cui siamo sottoposti.

Noi, con una operazione logica e razionale leghiamo l'esperienza a quel tempo misurato che usiamo come riferimento per orientarci nella dimensione spazio temporale.
Ma è una operazione distorta che tende a distorcere (più o meno) l'esperienza stessa, se ci pensi bene.

Mentre fai l'esperienza sei nel tempo anche senza fare nessuna operazione. Sei semplicemente e spontaneamente dentro.
(è una delle cose che rende tanto affascinante e desiderabile - e liberatorio - il sesso fatto bene...essere talmente dentro da non preoccuparsi più del tempo, e sono simpatiche le percezioni che ne escono...ore che diventano minuti a livello percettivo, minuti che diventano ore, etc etc)

Poi noi iniziamo con operazioni cognitive ad individuare l'inizio (ma è davvero iniziato tutto dove noi lo collochiamo oppure no è semplice risultanza di una concatenazione di eventi?) la durata (quale tempo usiamo per misurarla? quello interno o quello esterno? entrambi? ) la fine (è davvero la fine o è semplicemente un proseguimento?)
- un bacio inizia quando le labbra si sfiorano? dura il tempo del contatto? finisce quando si smette il contatto? -

Ci insegnano che il tempo scorre in modo lineare.
La linea del tempo a scuola. Per esempio.
Ci insegnano a individuare inizio e fine, ad individuare la contemporaneità.
Ma sono ordinamenti umani. Semplificazioni.

A noi serve misurare e collocare nel tempo, per orientarci in un "luogo" di cui altrimenti non vedremmo confini e, si sa, il non vedere confini costantemente non è una bella sensazione.

Ma se si guarda alla natura, l'andamento non è lineare (non esiste retta in natura. Le rette sono artificiali)

E noi siamo parte della natura. Per quanto ci siamo convinti nei secoli di esserne "padroni" continuiamo a scoprire che non è così.
Consideriamo la morte una fine.
Lo è?
O è semplicemente uscire dal confine di ciò che si può conoscere?


Hai mai avuto a che fare con persone il cui tempo interno non corrisponde alla misurazione esterna che la massa da al tempo?
Io sì.

Ed è una esperienza assolutamente formativa.

Romanzandola un po', è come sedersi al tavolo da tè dell'allegra combriccola del cappellaio matto e del bianconiglio.

La sensazione è di entrare in un'altra dimensione.

Io non so guardarla dal punto di vista fisico (e come ti dicevo a riguardo ci sarebbe parecchio da dire) ma la so guardare e comprendere dal punto di vista percettivo.
Le esperienze esistono mentre accadono. Tempo presente.

Nel momento stesso in cui la mente ci mette mano, diventano altro. Divengono rielaborazione, riscrittura, rivisitazione.
E' uno dei motivi per cui servono i testimoni. Non solo nei processi. (che non servono fra l'altro per conferma assoluta, ma che sono utili per incrociare percezioni di eventi cercando di arrivare il più vicini possibile all'evento in sè)

E il tempo dell'esperienza è il tempo presente.
non si può vivere una esperienza a priori.
E non la si può vivere a posteriori.

Ma il "priori" e il "posteriori" influenza la nostra percezione di quell'esperienza.

E, tornando all'inizio, è questo il motivo per cui affermo che non esiste il futuro, se non come anticipazione che si basa su informazioni recuperate nel passato e mescolate con aspettative, immaginari e fantasie.

Ma esiste il presente. Ossia il tempo dell'esperienza e del fare. Che è tempo che finisce apparentemente nella morte (chi lo sa)
L'unico tempo in cui abbiamo la possibilità di decidere.

Elaborare serve per migliorare il nostro agire.
Anticipare serve per prudenza. Come archivio di variabili che possono intervenire.
Ma se l'anticipazione diviene guida è un bel problema.
Perchè è la porta che porta direttamente a ripetere il passato.
E ripetere il passato non significa semplicemente fare le stesse cose, significa anche evitare di agire nel presente per timore di quel che si ricorda essere accaduto.

Che si ricorda, ossia elaborato. Non è cosa da poco.
Non che è accaduto.

Quanto alla "memoria" atavica...non ne so molto.
Memi e geni.
E' un discorso tanto interessante quanto complesso.
Ci vorrebbero @giorgiocan e @spleen.
Ne avevano scritto ed era molto interessante quel che scrivevano.

Interessante a riguardo è "Il gene egoista" di R. Dawkins.
 
Ultima modifica:

spleen

utente ?
EDIT: hai ragione, manca una parola, ti ringrazio. :)
Il tempo PRESENTE (è l'unico patrimonio che abbiamo a disposizione).

Chiacchieravo con G, e gli ho chiesto se esistesse il tempo.
Lui mi ha risposto "sto mangiando una mela, questo è il tempo".

(poi si è dilungato spiegandomi della correlazione fra tempo e gravità. Ma sono troppo ignorante in fisica per comprendere davvero ed in ogni caso sarebbe moolto ot, seppur interessante per le correlazioni che ha con la costruzione delle percezioni umane).
Ci vorrebbe @spleen a riguardo!

Il presente è la mela che mangio.
Il passato la mela che ho mangiato.
Il futuro la mela che vorrei mangiare.

E qui iniziano i casini.

Se la prima mela che ho mangiato mi ha fatto schifo, difficilmente desidererò mangiare un'altra mela.
E mi attenderò lo stesso gusto della prima mela.

Quanto le aspettative influenzano la percezione?

Il passato, la mela che ho mangiato, influenza il mio futuro, la mela che mangerò o non mangerò, e il mio presente sarà a sua volta condizionato dall'affrontare od evitare un evento che nella mia esperienza e nell'anticipazione di quell'esperienza prevedo piacevole o spiacevole. La decisione che prenderò nel presente influenzerà a sua volta (confermando o disconfermando) le aspettative riguardo il futuro (di me, o meglio, del mio sentire me).

Pensa che uno dei meccanismi che condiziona il consumo di sostanze è nella prima assunzione.
Tanto più è stata piacevole l'esperienza della prima assunzione, tanto più il desiderio di altre assunzioni e la loro anticipazione sarà potente.
Un tossico ricorda a vita la prima pera. E in tutte le pere successive cercherà quella prima pera.
La speranza di trovare quella prima pera nelle pere successive influenza il suo presente che si tende nella ricerca di quell'assunzione primaria e il suo futuro che è composto dall'attesa di quella prima assunzione.
(rincorrendo una illusione perchè la prima assunzione non è legata solo alla sostanza assunta, ma anche - e in modo potente - al contesto concreto, emotivo, sociale, spaziale e temporale della situazione in cui è avvenuta la prima assunzione)

E questo, se ci si guarda bene dentro, vale per molto più che solamente le sostanze. Tenendo conto che le sostanze appartengono a quella categoria di situazioni e percezioni che sono risposte ad un impulso (non istinto) di piacere.

Il tempo non è finito.
E' finita la misurazione umana del tempo (che viene sovrapposta al tempo stesso che è tutt'altra cosa).

Noi scorriamo nel tempo, nel tempo facciamo esperienze, anticipiamo esperienze (e chiamiamo questo futuro) basandoci sulle esperienze passate. E moriamo nel tempo.

Dimenticare che il tempo soggettivo è qualcosa di individuale (quanto dura un mal di denti? nella misurazione "oggettiva" può durare un'ora. Nella misurazione soggettiva può sembrare infinito.) e che il tempo scorre a prescindere da quello che ci mettiamo dentro...si finisce nell'aspettare un futuro migliore dimenticando che quel futuro lo costruiamo nel presente.
E sperare in un futuro migliore somiglia molto alla predestinazione "io mi merito un futuro migliore del mio presente".
Quindi se non arriva...che sfiga!! Che stronzi!! Che mondo infame!! mi va tutto male...etc etc.

Le vedi le conseguenze di una struttura di questo tipo dal punto di vista del prendersi la responsabilità, anche e soprattutto del proprio corpo (che è il primo misuratore del tempo che abbiamo a disposizione)?
Ciao, sul tempo e sulla sua percezione umana ci sarebbe molto da dire, troppo persino, la riflessione comunque sul tempo che passa non è cosa semplice. Però posso affiancare l'argomento con una mia stupida riflessione sulla mia vita e sulle mie percezioni delle esperienze nel tempo.
Per anni ho cercato di replicare alcuni momenti della mia vita, i più soddisfacenti emotivamente, cercando in tutti i modi di ricreare le situazioni in cui si erano verificati, fossero stati banalmente un viaggio, piuttosto che una serie di emozioni, una "impresa" in cui imbarcarsi, una cosa gratificante da fare o altro, senza mai riuscirci, perchè la "magia" se ne era andata. E' impossibile replicare le cose come sono state, semplicemente perchè come tu dici non sono sufficienti i presupposti, noi in fondo non siamo più gli stessi.

Poi ho cambiato ottica e ho cercato risposta invece ad un'altra domanda: - Quale è stato il comune denominatore delle cose che mi hanno fatto stare bene in quei momenti che cercavo di replicare e recuperare?
Non mi sono dato una risposta definitiva ma ho messo alcuni paletti fermi in proposito: Tutti i bei momenti della mia vita sono arrivati senza che me lo aspettassi, tutti senza che avessi fatto grandi investimenti di denaro o di impegno personale, tutti hanno come sfondo la natura la stagionalità o l'ambiente, che hanno giocato un ruolo determinante nelle mie emozioni, tutti infine sono stati una "scoperta" del mondo, un nuovo linguaggio per spiegarmelo, un nuovo paio di occhiali per vederlo, una conferma che quello che avevo visto fino a quel momento non era che una minima parte della grandezza di quello che mi circondava.
Adesso non cerco di replicare più nulla e non so se sia rassegnazione o saggezza, l' ultima emozione che mi è rimasta dentro in termini di tempo è quella di un treno superveloce, che corre all' imbrunire nella campagna, in quell' ora blu quando le cose trasfigurano e si accendono le prime luci. Quando per un attimo o per sempre mi sono scordato dei miei affanni e mi sono abbandonato come a volte mi succede a contemplare questa piccola fetta di mondo.....
A questo serve il (pochissimo) tempo che ci è concesso, credo solo ad ammirare e a capire che già è in fondo molto.
Non so se sono riuscito a spiegarmi, a volte mi rileggo e mi sembra di aver scritto un sacco di scemenze.....:rolleyes::D
 

Foglia

utente viva e vegeta
Le nostre esperienze sono nel tempo.
Non è possibile fare esperienza fuori dal tempo.

La nostra stessa esistenza è intrinsecamente connessa al tempo.
A cui siamo sottoposti.

Noi, con una operazione logica e razionale leghiamo l'esperienza a quel tempo misurato che usiamo come riferimento per orientarci nella dimensione spazio temporale.
Ma è una operazione distorta che tende a distorcere (più o meno) l'esperienza stessa, se ci pensi bene.

Mentre fai l'esperienza sei nel tempo anche senza fare nessuna operazione. Sei semplicemente e spontaneamente dentro.
(è una delle cose che rende tanto affascinante e desiderabile - e liberatorio - il sesso fatto bene...essere talmente dentro da non preoccuparsi più del tempo, e sono simpatiche le percezioni che ne escono...ore che diventano minuti a livello percettivo, minuti che diventano ore, etc etc)

Poi noi iniziamo con operazioni cognitive ad individuare l'inizio (ma è davvero iniziato tutto dove noi lo collochiamo oppure no è semplice risultanza di una concatenazione di eventi?) la durata (quale tempo usiamo per misurarla? quello interno o quello esterno? entrambi? ) la fine (è davvero la fine o è semplicemente un proseguimento?)
- un bacio inizia quando le labbra si sfiorano? dura il tempo del contatto? finisce quando si smette il contatto? -

Ci insegnano che il tempo scorre in modo lineare.
La linea del tempo a scuola. Per esempio.
Ci insegnano a individuare inizio e fine, ad individuare la contemporaneità.
Ma sono ordinamenti umani. Semplificazioni.

A noi serve misurare e collocare nel tempo, per orientarci in un "luogo" di cui altrimenti non vedremmo confini e, si sa, il non vedere confini costantemente non è una bella sensazione.

Ma se si guarda alla natura, l'andamento non è lineare (non esiste retta in natura. Le rette sono artificiali)

E noi siamo parte della natura. Per quanto ci siamo convinti nei secoli di esserne "padroni" continuiamo a scoprire che non è così.
Consideriamo la morte una fine.
Lo è?
O è semplicemente uscire dal confine di ciò che si può conoscere?


Hai mai avuto a che fare con persone il cui tempo interno non corrisponde alla misurazione esterna che la massa da al tempo?
Io sì.

Ed è una esperienza assolutamente formativa.

Romanzandola un po', è come sedersi al tavolo da tè dell'allegra combriccola del cappellaio matto e del bianconiglio.

La sensazione è di entrare in un'altra dimensione.

Io non so guardarla dal punto di vista fisico (e come ti dicevo a riguardo ci sarebbe parecchio da dire) ma la so guardare e comprendere dal punto di vista percettivo.
Le esperienze esistono mentre accadono. Tempo presente.

Nel momento stesso in cui la mente ci mette mano, diventano altro. Divengono rielaborazione, riscrittura, rivisitazione.
E' uno dei motivi per cui servono i testimoni. Non solo nei processi. (che non servono fra l'altro per conferma assoluta, ma che sono utili per incrociare percezioni di eventi cercando di arrivare il più vicini possibile all'evento in sè)

E il tempo dell'esperienza è il tempo presente.
non si può vivere una esperienza a priori.
E non la si può vivere a posteriori.

Ma il "priori" e il "posteriori" influenza la nostra percezione di quell'esperienza.

E, tornando all'inizio, è questo il motivo per cui affermo che non esiste il futuro, se non come anticipazione che si basa su informazioni recuperate nel passato e mescolate con aspettative, immaginari e fantasie.

Ma esiste il presente. Ossia il tempo dell'esperienza e del fare. Che è tempo che finisce apparentemente nella morte (chi lo sa)
L'unico tempo in cui abbiamo la possibilità di decidere.

Elaborare serve per migliorare il nostro agire.
Anticipare serve per prudenza. Come archivio di variabili che possono intervenire.
Ma se l'anticipazione diviene guida è un bel problema.
Perchè è la porta che porta direttamente a ripetere il passato.
E ripetere il passato non significa semplicemente fare le stesse cose, significa anche evitare di agire nel presente per timore di quel che si ricorda essere accaduto.

Che si ricorda, ossia elaborato. Non è cosa da poco.
Non che è accaduto.

Quanto alla "memoria" atavica...non ne so molto.
Memi e geni.
E' un discorso tanto interessante quanto complesso.
Ci vorrebbero @giorgiocan e @spleen.
Ne avevano scritto ed era molto interessante quel che scrivevano.

Interessante a riguardo è "Il gene egoista" di R. Dawkins.
Grazie a te e grazie anche a [MENTION=5708]spleen[/MENTION].
Sono riflessioni molto belle.
C'è tanto :)
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Ciao, sul tempo e sulla sua percezione umana ci sarebbe molto da dire, troppo persino, la riflessione comunque sul tempo che passa non è cosa semplice. Però posso affiancare l'argomento con una mia stupida riflessione sulla mia vita e sulle mie percezioni delle esperienze nel tempo.
Per anni ho cercato di replicare alcuni momenti della mia vita, i più soddisfacenti emotivamente, cercando in tutti i modi di ricreare le situazioni in cui si erano verificati, fossero stati banalmente un viaggio, piuttosto che una serie di emozioni, una "impresa" in cui imbarcarsi, una cosa gratificante da fare o altro, senza mai riuscirci, perchè la "magia" se ne era andata. E' impossibile replicare le cose come sono state, semplicemente perchè come tu dici non sono sufficienti i presupposti, noi in fondo non siamo più gli stessi.

Poi ho cambiato ottica e ho cercato risposta invece ad un'altra domanda: - Quale è stato il comune denominatore delle cose che mi hanno fatto stare bene in quei momenti che cercavo di replicare e recuperare?
Non mi sono dato una risposta definitiva ma ho messo alcuni paletti fermi in proposito: Tutti i bei momenti della mia vita sono arrivati senza che me lo aspettassi, tutti senza che avessi fatto grandi investimenti di denaro o di impegno personale, tutti hanno come sfondo la natura la stagionalità o l'ambiente, che hanno giocato un ruolo determinante nelle mie emozioni, tutti infine sono stati una "scoperta" del mondo, un nuovo linguaggio per spiegarmelo, un nuovo paio di occhiali per vederlo, una conferma che quello che avevo visto fino a quel momento non era che una minima parte della grandezza di quello che mi circondava.
Adesso non cerco di replicare più nulla e non so se sia rassegnazione o saggezza, l' ultima emozione che mi è rimasta dentro in termini di tempo è quella di un treno superveloce, che corre all' imbrunire nella campagna, in quell' ora blu quando le cose trasfigurano e si accendono le prime luci. Quando per un attimo o per sempre mi sono scordato dei miei affanni e mi sono abbandonato come a volte mi succede a contemplare questa piccola fetta di mondo.....
A questo serve il (pochissimo) tempo che ci è concesso, credo solo ad ammirare e a capire che già è in fondo molto.
Non so se sono riuscito a spiegarmi, a volte mi rileggo e mi sembra di aver scritto un sacco di scemenze.....:rolleyes::D
Non sono scemenze, anzi.
Come al solito sei riuscito a rendere concretamente le mie astrazioni, grazie :)

Ho fatto anche io un percorso simile al tuo.
Per un certo periodo sono proprio rimasta a catena, nella ricerca della ripetizione di un evento, convinta che ripetendolo, con qualche aggiustamento, avrei in un certo modo potuto "riprendermi" la me di prima.

Era il periodo in cui ero assolutamente convinta di essere una specie di signora del tempo. :D

E non mi rendevo neanche ben conto del meccanismo per la verità. A posteriori lo vedo.
Quindi probabilmente più che gli eventi quel che mi è restato sono le elaborazioni delle esperienze fatte in quella particolare prospettiva.

Elaborarle, sapendo che erano rielaborazioni, mi è stato però utile per smantellare alcune incrostazioni e viaggiare più leggera.

Adesso cerco di essere presente anche mentre lavo semplicemente i piatti.
E' un buon esercizio per rimanere ancorata a me. E per godere delle cose che accadono.

Il risultato più evidente è che tutto...come dire...al posto giusto.
L'ansia di comprendere il senso a tutti i costi è quietata.
Come lo è quella di far tornare i conti rispetto alle mie aspettative. E alle mie anticipazioni.

Quietata l'ansia di misurazione (controllo fondamentalmente) mi sono resa conto che le cose vanno esattamente come devono andare.
Che se le si inserisce nel quadro più generale, hanno senso. Quel senso che prima mi affannavo a ricercare, perdendo un sacco di energia che adesso uso con più appagamento per stare con me.

Certo è che se io voglio che gli eventi accadano in un modo, e quando non succede mi incaponisco cercando di farli tornare al quadro che io mi ero fatta nella testa, quel senso va perso.
E non solo il senso. Va persa anche la meraviglia e la sorpresa.
E il desiderio fondamentalmente.

Quel che ne discende è che invece di scorrere negli eventi, pronti e aperti a ciò che c'è, si impazzisce cercando di costruire quel che si vuole.
Si perde il contatto con i propri bisogni profondi e fedeltà a se stessi.

E quindi lucidità.

E si finisce per rincorrere gli unicorni rosa nei giardini dell'arcobaleno :carneval:

Quando basterebbe fermarsi, respirare e ascoltare i propri bisogni profondi.
Non quelli creati ad hoc dal costrutto di anticipazione, aspettativa e - quindi - di dimostrazione di forza a sè. Prima ancora che al mondo.
Che poi quelli non sono neppure bisogni...sono punte di principio.
Ancoramenti al passato di sè.

Che è poi perdere la meraviglia del cambiamento.
 
Ultima modifica:
Top